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IL CINEMA DI DAVID LYNCH: “MULHOLLAND DRIVE” E “VELLUTO BLU”

Per usare un’espressione alla buona, simile a quelle per cui David Lynch (Missoula, 20 gennaio 1946) è famoso, si potrebbe dire che intervistarlo è in molti sensi come tentare di afferrare un serpente sinuoso, per quanto assai amichevole e loquace. Questo tratto della sua personalità e della sua carriera spiega perché la qualifica di sfuggente, che spesso gli viene attribuita, non gli renda giustizia: Lynch ama conversare, più che sfuggente è enigmatico. In più, prova una particolare ritrosia nel discutere le proprie opere: fin dagli esordi, il suo impegno è stato quello di creare un’estetica cinematografica basata sul valore essenziale del non-identificato e del non-detto. In quanto fautore dell’idea che i film possano e debbano far sognare gli spettatori, Lynch mira a produrre opere concrete ma anche evocative e misteriose, e in questo non meraviglia che fin dalla sua prima intervista nel 1977, la parola mistero sia una di quelle da lui usate con più frequenza. Non si tratta, però, del generico “mistero” che nel corso di una specifica narrazione verrà risolto o dissipato. Lo scopo di Lynch è creare dei film perpetuamente misteriosi, tali cioè da indurre un senso di meraviglia che suscita e al tempo stesso frustri – in un ciclo potenzialmente infinito – il desiderio dello spettatore di dare un senso alle immagini e alle storie che vengono offerte. Questa preoccupazione poi fa sì che nelle interviste Lynch eviti accuratamente di dissolvere tale aura misteriosa fornendo quelle che lui percepisce come “soluzioni” superficiali agli enigmi creati dai suoi film. Devono essere gli spettatori a ricavarne personalmente il senso. Oltre al mistero, Lynch ha un forte interesse per gli stati di coscienza alterati, dilatati o amplificati (questo lo affronteremo nell’analisi di “Mulholland drive”). L’intento è quello di riuscire a perdersi (consentendo anche al pubblico di farlo) all’interno della narrazione.

La sua creatività lo contraddistingue, sarà forse anche perché nasce come pittore più che come regista. “I tuoi quadri sembrano raffigurare il mondo dalla prospettiva di un bambino in preda al terrore: è una descrizione plausibile?”, gli hanno domandato in un’intervista: “Direi proprio di sì. Amo ciò che riguarda l’infanzia perché quando si è bambini il mondo è così di ricco di mistero (avvertimento: la parola mistero sarà utilizzata numerose, se non infinite volte). Persino una cosa semplice come un albero è inspiegabile. Lo vedi da lontano e sembra piccolo, e invece man mano che ti avvicini pare che cresca. Da bambino non riesci ad afferrare le regole. Crediamo di capirle quando diventiamo adulti, ma ciò che sperimentiamo in realtà è un restringersi dell’immaginazione”.

I suoi film sono un genere totalmente nuovo. David Lynch è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense. Ma è anche un pittore, musicista, compositore. È un artista a 360 gradi. Nel corso degli anni ha ricevuto tre nomination al Premio Oscar per la regia ( The Elephant Man, Velluto Blu e Mulholland Drive), la Palma d’Oro al festival di Cannes 1990 per Cuore Selvaggio, il Prix de la mise en scène a quello del 2001 con Mulholland drive e il Leone d’oro alla carriera durante la 63esima mostra internazionale d’arte cinematografica a Venezia, in occasione della proiezione in anteprima mondiale di Inland Empire (L’impero della mente).

 

“Tutto ciò che vediamo o a cui rassomigliamo. è soltanto un sogno dentro un sogno” (Edgar Allan Poe, “Sogno in un sogno”)

“L’assurdo nasce dal confronto tra la domanda dell’uomo e l’irragionevole silenzio del mondo” (Albert Camus, “Il mito di Sisifo”)

“Sembra confinato nella vita notturna ciò che prima dominava il pieno giorno” (Sigmund Freud, “L’interpretazione dei sogni”)

 

 “Velluto Blu” (1986)

Il regista dell’inconscio ha detto : “Mi piace fare film perché mi piace perdermi in  un altro mondo. I film sono un mezzo magico che permette di sognare nel buio”. Uno strumento per immergere lo spettatore nelle atmosfere dei suoi film ed evocare il mondo dell’inconscio è il suono: chi ha visto Twin Peaks è rimasto sicuramente incantato dallo splendido tema musicale composto da Angelo Badalamenti, un autore che, con la sua malinconica poeticità, ha contribuito a rendere uniche le opere di Lynch.

Lo stesso Badalamenti ha composto le musiche di “Velluto Blu”. Il titolo originale del film è tratto dall’omonima canzone di Bobby Vinton, cantata nel film da Isabella Rossellini, in un locale notturno: una sequenza cult della storia del cinema. Il film narra la storia di Jeffrey Beaumont, un giovane studente che, indagando personalmente su un macabro ritrovamento, scopre che nella sua cittadina esiste un ignobile mondo sotterraneo fatto di violenza, sesso, traffico di droghe e polizia corrotta. L’indagine porta Jeffrey a casa di Dorothy Vallens (Isabella Rossellini), seducente e misteriosa cantante di un night club.

Velluto blu è un’opera da analizzare, interessante per le sue simbologie uditive, visive, cromatiche, ma anche un film facile da odiare se ci si ferma a una prima superficiale impressione. È sicuramente un film cruciale nella carriera del visionario regista di Missoula: introduce diversi elementi che diventeranno caratteristici del suo cinema e della sua poetica. Il film è per molti aspetti un thriller classico, che rispetta con maestria le regole del genere (il comune cittadino che si improvvisa investigatore, l’infatuazione per una donna fatale, la sfida finale), in più ci sono però l’abilità registica di Lynch e la sua capacità di realizzare immagini, storie e personaggi evocativi, che danno al film  uno spessore inusuale e un’indubbia forza accattivante.

“Il mondo è diventato una stanza rumorosa, il silenzio è il luogo magico in cui si realizza il processo creativo”, afferma Lynch. Tutto è (volutamente) lasciato all’immaginazione, alla ricerca di un significato personale. I film di Lynch sono film in cui ci si perde, sono film che stimolano la fantasia e la spingono oltre ogni limite. Indagare su un significato assoluto sarebbe sbagliato, ognuno può trarre le proprie conclusioni e ognuno può provare emozioni diverse durante la visione dei suoi film.

È anche questo il bello del cinema: stimolare aspetti e punti di vista erroneamente tralasciati e che possono emergere e svilupparsi in una maniera del tutto inaspettata. Ambiguità, mistero, situazioni vissute in un confine indistinguibile tra sogno e realtà: questo è il cinema di Lynch. Un modo di fare cinema che inizialmente può spaventare, ma che incanta, rapisce. Ci si deve affidare senza mezze misure, rischiando di non comprendere il senso generale, perdendosi in eterni e incomprensibili particolari. Emergono sentimenti contrastanti: è uno stile che seduce ma allo stesso tempo allontana.

“Mulholland Drive” (2001)

 Inquietante, astratto ed enigmatico : sono questi gli aggettivi che possono descrivere al meglio “Mulholland Drive”. È difficile trovare una chiave di lettura razionale, è difficile descriverlo, bisognerebbe limitarsi a vivere le emozioni.

Una misteriosa ragazza che si fa chiamare Rita, scampata a un terribile incidente stradale su Mulholland Drive e affetta da amnesia, si rifugia in un appartamento  di Los Angeles abitato da Betty, un’aspirante attrice arrivata ad Hollywood in cerca di fama. Insieme le due donne cercano di far luce sul passato di Rita.

C’è una linea sottile tra allucinazione e realtà, e “Mulholland Drive” ne è la dimostrazione. La pellicola è coinvolgente e penetrante, ma assolutamente complessa. Lynch riprende atmosfere e situazioni delle sue precedenti opere (il celebre telefilm “Twin Peaks”, e le pellicole “Strade perdute” e “Velluto blu”), accentuandone l’elemento visionario e surrealista.

Qual è il mistero che si nasconde nel passato di questa donna che dice di chiamarsi Rita? Quale pericolo incombe su di lei? La giovane ed ingenua Betty tenta di darsi delle risposte, ma finirà ben presto per farsi sedurre da questa affascinante sconosciuta. Alla storia principale si intrecciano poi storie parallele, e questo concorre a creare un enigma ancora più complesso da risolvere. “Mulholland Drive” è un film sconcertante e destabilizzante, è un labirinto fatto di flashback, erotismo, scene bizzarre e apparentemente prive di senso. È sicuramente un’opera spiazzante ma perfettamente coerente con l’idea di cinema che ha Lynch, la scelta è solo una: prendere o lasciare. Indubbiamente, “Mulholland Drive” (che doveva essere inizialmente una serie tv), definito anche come il miglior film del ventunesimo secolo, è un’opera che non ha eguali e non consente un paragone con altre pellicole o generi.

Lynch dimostra come sia importante, per poter apprezzare un’opera, non per capirla, perché abbiamo spiegato che l’intenzione è quella di lasciare sempre qualcosa di irrisolto e non compreso, è necessario vederla più di una volta. Questo concetto che Lynch ha forse ripreso da Kubrick, crea fascino e curiosità: “Mulholland Drive” è un film che porta a pensare e ripensare, approfondire, studiare, informarsi. Non è allora questo il risultato più importante? Lynch ha realizzato un’opera che spinge il pubblico a fare ricerche, ad andare a fondo, e vedere altre pellicole per poter avere un’idea meno disorientante: tutto questo è arte a trecentosessanta gradi. Bisogna sempre stare attenti però, Lynch è un regista che ama giocare con gli spettatori, li provoca costantemente.

Mariantonietta Losanno

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