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LA FOLLIA E L’ALIENAZIONE: “PSYCO” E “SHINING”

Stanley Kubrick

I cult meritano di essere ricordati sempre. Pellicole come “Il padrino”“Quei bravi ragazzi”, “Pulp Fiction”, “Fight Club”, “Taxi Driver”, “I 400 colpi” (solo per citarne alcuni), possono essere viste e riviste senza perdere mai il loro forte impatto sugli spettatori. Alcune sono concepite come manifesto di una generazione, altre come espressione di un genere, o rappresentazioni di un fenomeno o di un tema specifico.

Alfred-Hitchcock

Alfred-Hitchcock

 “Psyco”  e  “Shining”  sono  due  opere differenti  ed  essenziali  nel panorama cinematografico. Chi può dimenticare la scena dell’omicidio nella doccia in “Psyco”, o l’interpretazione magistrale di Jack Nicholson in “Shining”,  e ancora le due gemelle che si tengono per manonei corridoi dell’Overlook Hotel?

Hitchocock e Kubrick sono due maestri del cinema che non potremmo mai azzardarci di accostare, non necessitano presentazioni, sono dei pilastri e dei modelli per tante pellicole e registi futuri. L’importanza di ricordare i classici a distanza di tempo (“Psyco” è del 1960, “Shining” è del 1980), sta nel fatto di poter analizzare e cogliere sfumature e dettagli con altre consapevolezze e conoscenze. Le due pellicole, sebbene siano nettamente distanti l’una dall’altra hanno in comune i temi principali: la follia e l’alienazione dell’individuo. Vediamo in che modo queste tematiche sono state affrontate.

“Psyco”  

La giovane Marion sottrae quarantamila dollari alla ditta presso la quale lavora a Phoenix (Arizona), e scappa a San Francisco, dove conta di riunirsi al suo amante Sam, che esita a divorziare dalla moglie ricca. Per strada, sotto la pioggia, si ferma in un motel deserto. Un ragazzo di nome Norman Bates l’accoglie, ma mostra evidenti segni di disturbi psichici. Marion sente la voce autoritaria della madre del giovane, e poco dopo viene accoltellata sotto la doccia.  Ogni certezza si nega generando il dubbio, l’imprevisto, il mistero, mentre il paradosso impone la sua logica. Dietro il volto di Norman si cela un dramma psicologico e Marion svela il gioco delle finzioni perdendo la propria vita. Il disordine dell’imprevisto sconvolge gli schemi della struttura consueta, chiunque può trasformarsi in un qualcosa di irriconoscibile, in un alter ego inimmaginato, o può impazzire vivendo la paranoia del senso di colpa.

“Psyco” è un capolavoro in pieno stile Hitchcock: suspense, inquadrature perfette, ed enigmi da risolvere. È un viaggio nei meandri della psiche, tra alienazione, sconforto e solitudine. Anthony Perkins (Norman Bates) ha realizzato l’interpretazione migliore di tutta la vita: il suo personaggio timido e impacciato nasconde uno psicopatico ossessivo e con disturbi di personalità. Hitchcock non passerà mai. Nonostante gli anni, i nuovi strumenti e le nuove tecnologie, le sue pellicole resteranno sempre impresse nella mente. “Psyco” rivisto oggi ancora spaventa e affascina. Norman Bates è la follia, la perdita di lucidità, la paranoia assoluta: tutti questi aspetti ci vengono spiegati proprio da uno psichiatra che, alla fine del film, spiega i motivi dei suoi comportamenti e lascia un’impronta ancora più forte, di stampo psicoanalitico. Quasi sessant’anni dopo “Psyco” coinvolge e fa immedesimare il pubblico, nella sua atmosfera misteriosa creata anche grazie al bianco e nero.

“Shining”

Jack Torrance, ex insegnante, ha accettato di fare il guardiano di un grande albergo (l’Overlook Hotel, sulle Montagne Rocciose del Colorado), che durante la stagione invernale resta chiuso e totalmente isolato dal mondo: Jack conta così di approfittare dell’assoluta tranquillità del luogo per scrivere un romanzo. Raggiunto l’albergo, insieme alla moglie Wendy e al figlioletto Danny, viene a sapere che anni prima un guardiano di nome Grady, oppresso dalla claustrofobia, aveva ammazzato la moglie e i due figli e si era poi suicidato. In breve tempo Jack avverte uno stato di estrema tensione e pazzia: inizia ad avere delle visioni, a fare incubi, e ad avere istinti omicidi.

Vedere, rivedere, stravedere. Peccato che non si possa accettare “stravedere” come possibile ulteriore significato del verbo to overlook. In ogni caso, “Shining” è un film da stravedere, e che scuote il cinema e il futuro degli anni ottanta. Il significato di to overlook suggerisce un paradosso: vuol dire infatti “ispezionare”, “sorvegliare”, in pratica “guardare attentamente”, ma vuol dire anche “lasciarsi sfuggire”, “trascurare”. “Shining”, uno dei film più elaborati e complessi che sia possibile vedere, e che richiede espressamente uno sguardo attento, suggella anche un’idea di trascuratezza, come se si potesse guardarlo dall’alto chiudendo un occhio ogni tanto.

Kubrick però suggerisce che la ricerca del senso è vana, non si trova nelle soluzioni, nelle chiavi di lettura, nei singoli pezzi del puzzle, ma nella figura stessa dell’enigma, e nel modo in cui si pone. Non ci sono regole, è questa la libertà che ci concede il suo cinema.

Ma perché definire queste due pellicole cult? Proviamo a dare una spiegazione unica e esaustiva semplicemente affermando che quello che possono suscitare opere di questo calibro sono sensazioni che non si riescono tanto ad avvertire con il cinema moderno: la paura c’è, ma è una sorta di paura positiva, che sortisce un effetto catartico, e quindi spaventa, ma non deve per forza ricorrere a stratagemmi particolari per traumatizzare o sconvolgere; c’è un mistero ben costruito, c’è la rappresentazione della follia nei volti dei personaggi, negli occhi, nelle mani e nei gesti, e infine c’è l’importanza e la cura dei dettagli. L’essenza di questi due capolavori del cinema consiste proprio in quello che ancora oggi avverte lo spettatore, che non assiste solo ad uno spettacolo, ma entra in una storia, e nella psicologia dei personaggi.

 

Mariantonietta Losanno

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