LEGA O CINQUE STELLE? PERSONALITÀ A CONFRONTO

di Alfredo Grado*

         Sono sempre stato incuriosito dai tratti personologici di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ma non ho mai avuto il tempo (o forse la voglia) di soffermarmi e riflettere sulla eventuale differenza tra immagine pubblica e privata dei due leader. Tuttavia, in seguito ad una riflessione indotta da un caro amico, un pò per goliardia, un pò per interesse professionale, ho ceduto alla tentazione e spulciato tra le interviste, discussioni fatte ai talk show e, perché no, mi sono permesso di leggere qualche biografia. Ne è emerso che l’immagine pulita, rigorosa ed impettita mostrata in pubblico dal Di Maio maschererebbe una personalità infantile ed ambivalente. Sia ben chiaro, che l’ambivalenza sia un bene o un male dipende dalla capacità dell’individuo di usarla per costruire la propria personalità o, viceversa, dalla passività in cui si lascia paralizzare dalla divergenza delle proprie tendenze. L’immagine che di lui mi è stata rimandata, tuttavia, è quella di un giovanotto di bell’aspetto con scarsa personalizzazione, in cui forti appaiono le insicurezze di fondo, compensate dal bisogno di condividere tutto con il gruppo, ideali e senso etico in primis.

         Altrettanto interessante, se non addirittura fondamentale per il ruolo che ricopre o che gli è stato fatto ricoprire, almeno fino a questo momento, appare lo scarso potere decisionale, minato di sicuro da un livello di autostima variabile. La necessità di non sentirsi solo e, quindi, di farsi sostenere dal gruppo, mette in forte evidenza l’esigenza di difendersi evitando le situazioni conflittuali e pressanti. Ciò nonostante, certi momenti di sconforto vengono sostenuti e talvolta superati dalla curiosità intellettuale, dal bisogno di essere utile agli altri e dalla condivisione di programmi e di strategie operative. L’uomo Di Maio, infatti, ha una certa sensibilità e capacità di adattamento, dietro cui possono però nascondersi dubbi ed incertezze, responsabili a loro volta di sconsiderate prese di posizioni. La richiesta di impeachment avanzata ai danni del Presidente Mattarella e poi successivamente ritirata ne è un valido esempio. Cosi come è un esempio altrettanto considerevole il riavvicinamento allo stesso Presidente subito dopo aver percepito il rischio di ritornare al voto.

Il fatto è che in Di Maio regna una vaga insoddisfazione, il che caratterizza molti uomini in cerca sempre di qualcosa che possa riempire quel senso di vuoto che li affligge. Ma tali insoddisfazioni eclissano quella capacità di ascolto, quella capacità di cogliere le sfumature, quella diplomazia con annesse doti intuitive che lo caratterizzano, rendendolo altresì influenzabile e dipendente.  

In conclusione della disamina, che non ha nessuna pretesa di esaustività e completezza, potrei affermare che in Luigi Di Maio le doti di leadership appaiono moderate.  Più che un “capo” egli sembrerebbe rivelare ottime doti di collaboratore: onesto, puntuale e di fresco idealismo.

Di tutt’altra pasta il buon Matteo (Salvini), da alcuni definito più politico del “Canis Lupus” che vive in branchi comunitari, giustamente considerato da Aristotele tra gli “animali più politici” esistenti in natura. Acuto osservatore, Salvini tende alla riflessione paziente, volta a ridurre al minimo gli errori. Come un comandante di una nave, egli rimane sveglio la notte, nel silenzio della plancia di comando, a studiare linee e meridiani, per non farsi sorprendere dal mare in tempesta, e come tale agisce di idealità che non conoscono mezze misure.

Se in Di Maio il gruppo soddisfa sostanzialmente dei bisogni psicologici, in Salvini  il gruppo è inteso come strumento di potere grazie al quale raggiungere scopi ed imporre regole. Questo dimostra i motivi per i quali concetti come squadra, gerarchia e distinzione dei ruoli siano in lui ben chiari ed acquisiti.

Ma nella eventuale gestione del Paese Italia con due personalità cosi distanti quali possono essere i rischi?

Premesso che la politica è concorrenza e collaborazione tra le parti, una intesa volta a rendere possibile la complessa traduzione del proprio consenso nelle istituzioni rappresentative dell’intera Repubblica. Considerato che tali obiettivi possono essere perseguiti partendo da un progetto iniziale esclusivo che dovrà però adattarsi alle circostanze. Ritengo che tutto ciò metterà in luce il vero politico il quale, a sua volta, si distinguerà da chi in realtà apparirà capobastone. Parafrasando un celeberrimo film, “Pensavo fosse amore invece era un calesse”.

*Docente di Sociologia del Diritto – Criminologo
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