“IL LABIRINTO DEL FAUNO”: GUILLERMO DEL TORO SA FARE POLITICA CON UNA FIABA

Il cinema di Guillermo del Toro è apparentemente molto semplice: ci sono i buoni e i cattivi, il Bene e il Male. In realtà, però, non c’è nulla che sia facile. I suoi personaggi si trovano a prendere decisioni complesse, e l’atmosfera fantasy nasconde una componente molto drammatica e attuale. Il suo genere, che possiamo definire “realismo fantastico”, gli permette di far convivere insieme il quotidiano con la fiaba. Oltre a raccontare favole infatti, Del Toro è anche un regista politico, che affronta fatti storici di particolare rilevanza, come vedremo ne “Il labirinto del fauno”, una delle sue opere più grandi.

L’ultimo lavoro di Del Toro è stato “La forma dell’acqua”, distribuito nelle sale a partire dal 14 febbraio, vincitore di quattro premi Oscar (miglior film, miglior regista, migliore scenografia, migliore colonna sonora), su tredici candidature ricevute. “La forma dell’acqua” è molto più di una pellicola con citazioni e rimandi storici e cinematografici, è una storia d’amore pura e semplice. È un’opera che somiglia a una poesia, e che arriva dritta al cuore. È la storia di Elisa, giovane donna muta che lavora in un laboratorio scientifico di Baltimora dove gli americani combattono la guerra fredda. Proprio nel laboratorio dove lavora, Elisa scopre che vive in cattività una creatura anfibia dall’aspetto umanoide, dotata di grande intelligenza e sensibilità, di cui si innamora. È paradossale che in un mondo di cattivi dalle sembianze umane, sia poi così delicato e sincero il legame tra Elisa e il “mostro”:  è un amore semplice e salvifico. Il regista messicano ci insegna che ci si può innamorare persino di un’idea, che non deve necessariamente essere capita o compresa, non deve avere una forma precisa : basta vederla e sentirla per difenderla e tenerla viva. “La forma dell’acqua” è una pellicola che passa dal mondo fantastico alla violenza, ai soprusi, alla guerra psicologica.

Guillermo del Toro

Per Giullermo Del Toro, regista, sceneggiatore, produttore e scrittore messicano, il cinema è il sogno che scaccia l’incubo, lo straordinario che relega in un angolo il triste ordinario delle nostre vite. Facevo il regista ancora prima di sapere cosa significasse questa parola, dice Guillermo del Toro, per sottolineare la sua vocazione per il cinema, e la sua particolare abilità di servirsi di fiabe per mostrare eventi storici da un altro punto di vista, originale ed efficace. Per comprendere il cinema di Guillermo Del Toro bisogna imparare a sviluppare la propria immaginazione: il regista mostra tutto il suo mondo, che è visibile però solo agli occhi di chi sa guardare.

“Il labirinto del fauno” è il film in lingua spagnola che ha ottenuto nella storia i maggiori incassi: un vero e proprio capolavoro. È ambientato nella Spagna del 1944. L’esercito franchista sta piegando le ultime frange di resistenza alla “normalizzazione” del paese, ormai quasi interamente sotto il controllo di Franco.

Carmen, una giovane vedova, ha sposato Vidal, un capitano dell’esercito, portando con sé anche la figlia dodicenne Ofelia. La bambina soffre per la presenza dell’arrogante patrigno che non tollera e non riconosce come padre, e cerca di aiutare la madre che sta affrontando una gravidanza difficile. Costruisce, allora, una sorta di rifugio costituito dal mondo delle fiabe che si materializza con la presenza di un fauno che le rivela la sua vera identità. Ofelia sarebbe in realtà una principessa di un regno sotterraneo, per raggiungerlo però dovrà superare delle prove pericolose.

Guillermo Del Toro lavora contemporaneamente su due fronti: da un lato c’è una feroce e crudele realtà storica, quella successiva alla guerra civile spagnola, in cui si uccide senza pietà o umanità; dall’altro c’è la realtà fiabesca di Ofelia che pur di riuscire a sopravvivere in un ambiente che non le appartiene, trova il modo per crearsi un proprio piccolo mondo, in cui in realtà lei sarebbe una principessa e non la figlia acquisita di una sottospecie di “uomo”. Questo modo di operare su due ambiti differenti non è una novità per Del Toro, che anche ne “La forma dell’acqua” ha affiancato la guerra fredda una storia d’amore tra una donna e un “mostro”. Ne “Il labirinto del fauno”, però, la divisione dei due piani è ancora più netta. La pellicola di Del Toro è la dimostrazione concreta che si può fare cinema politico anche con una fiaba. La violenza franchista è rappresentata senza filtri, ma la delicatezza di Del Toro riesce a creare una sorta di fuga dalla realtà. Il film resta sempre realistico, i due ambiti si alternano ma non si confondono mai, Del Toro propone solo una nuova prospettiva: è difficile per una persona adulta avere la stessa immaginazione di un bambino, ma se davvero fosse possibile, sarebbe la cura a ogni male.

Riuscire a crearsi un’alternativa, un mondo in cui si può decidere chi essere, senza però perdere il contatto con la realtà è un’idea che entusiasma lo spettatore. Combinare insieme due aspetti così differenti, il realistico e il fiabesco, è il più grande punto di forza di Del Toro. “C’è qualcosa di più importante della logica: l’immaginazione”, diceva Hitchcock. Affidiamoci ancora allora al nostro istinto e alla nostra creatività, che seppure non possono far dimenticare la realtà, alleviano il peso di certe sofferenze e stimolano la mente.

“L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione.”    Albert Einstein

Mariantonietta Losanno

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