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“BASIC INSTINCT”: IL CULT ANNI ’90 DEL REGISTA PROVOCATORE

Paul Verhoeven

Come quando parlammo di Bernardo Bertolucci, in cui facemmo una fondamentale premessa sul significato del suo cinema, è necessario partire da alcuni presupposti funzionali alla comprensione anche in questo caso in cui ci riferiamo a Paul Verhoeven. Ci sono alcuni registi, come Bertolucci e Verhoeven, che nonostante le loro particolarità associamo per i temi trattati, non hanno alcuna paura di osare e spingersi oltre. Non si tratta di voler risultare controversi o provocatori a tutti i costi, quanto piuttosto di sentirsi liberi di esprimere ogni concetto abbandonando i pregiudizi e gli stratagemmi. Quello che li rende affascinanti è la capacità di saper eccedere senza risultare mai un eccesso: un regista che sa parlare al pubblico senza filtri è coraggioso, ancora di più se non ha bisogno di ostentare o di essere ritenuto scandaloso. Nella nostra generazione in cui non ci sono freni e ci si esprime senza un controllo, soprattutto attraverso i social network, il significato che assume questa capacità cambia : saper mostrare la sessualità senza risultare volgari, saper mantenere il controllo anche quando si perde, è un’arte ed è per questo che Verhoeven è principalmente ricordato. 

Verhoeven ribalta tutti gli schemi, ad iniziare con la rappresentazione della donna. Le sue protagoniste sono sempre donne forti, indipendenti e audaci. Non vengono giudicate, si impongono, sono assolutamente libere. Questo punto è già di grande importanza: le donne spesso vengono mostrate deboli e fragili, o impaurite, timorose. Verhoeven dà una caratterizzazione totalmente diversa. Nella sua ultima pellicola infatti, “Elle”, Isabelle Huppert è una donna criptica, aggrovigliata da frustrazioni, desideri inconfessabili di piacere e dolore. Nel cinema mainstream si fa fatica a trovare personaggi così padroni di sé. Il regista olandese abbandona i clichés, gli stereotipi e i perbenismi inutili. Adotta la poetica pericolosa di chi sa che lo scandalo è il modo più veloce e diretto per arrivare agli occhi e alle orecchie del pubblico.

Tra le tante scene a sfondo erotico che la storia del cinema ci ha regalato, rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo quella in cui Sharon Stone, in “Basic instinct”, accavalla lentamente e sinuosamente le gambe di fronte ad un attonito pubblico maschile. La pellicola racconta l’omicidio di un ex cantante rock e delle indagini che portano alla sua ragazza (Sharon Stone), che sembrerebbe essere la colpevole : dopo essere stata a letto con lui lo avrebbe brutalmente ucciso con un punteruolo da ghiaccio. Il caso è affidato al detective Nick Curran (Michael Douglas), reduce da un passato di droga e di alcool, che inaspettatamente proverà attrazione per l’indiziata, tanto affascinante quanto pericolosa. Il fascino e il pericolo sono proprio le caratteristiche fondamentali di Verhoeven che trasmette ad ogni suo personaggio. Il regista dipinge una donna che non ha paura di apparire diversa, sbagliata, o addirittura spaventosa. Sharon Stone interpreta un personaggio assolutamente (e forse fin troppo) sicuro di sé, che reagisce in modo contrario e opposto agli eventi, e forse nessuna donna lo farebbe.

“Basic instinct” è al tempo stesso un film erotico e un thriller pieno di colpi di scena; ed è anche una pellicola psicologica, che parla di manipolazione. L’intento è quello di fare scalpore, e Verhoeven ci riesce pienamente, ma non basta: una pellicola che sa ancora far parlare di sé dopo venticinque anni è molto più che un film-scandalo. La particolarità e il fascino derivano dal fatto che Verhoeven non cerca appositamente contenuti controversi, piuttosto rifiuta di censurarsi, l’unica provocazione che cerca è quella di spingere il pubblico oltre i propri limiti.

Abbiamo bisogno di registi che ci propongano versioni del mondo senza compromessi. “Presento due elementi ma mi rifiuto di fare anche il lavoro di metterli in connessione, confido nel fatto che se gli dai A e poi C il pubblico da solo saprà arrivare a B, a patto che presenti tutto in una certa maniera. In fondo questo tipo di atteggiamento è tipico dell’arte: lasciare parte del lavoro sulle spalle del pubblico”, ha detto il regista olandese. “Basict instinct” è un film avvincente, magnetico e accattivante.

Verhoeven ha già annunciato il suo prossimo progetto: un lungometraggio su due suore ambientato in Toscana nel Medioevo e ispirato a fatti realmente accaduti in un monastero di Pescia. Non possiamo far altro che aspettare con ansia.

Mariantonietta Losanno

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