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“MOMMY”: XAVIER DOLAN E IL CINEMA DEI SENTIMENTI

Classe 1989, Xavier Dolan è attore, regista, sceneggiatore, montatore, costumista, produttore: un vero e proprio enfant prodige del cinema. Ha esordito a soli diciannove anni con “J’ai tué ma mère” (Ho ucciso mia madre), che racconta dinamiche familiari delicate e complesse: un figlio cresciuto senza padre soffre per la propria omosessualità e sfoga la sua rabbia repressa contro la madre. Ritroviamo un contesto simile in “Mommy”, il racconto di un turbolento rapporto madre-figlio, quello di Steve e Diane. La pellicola è drammaticamente attuale e struggente: una donna vedova cerca disperatamente di aiutare il figlio adolescente a risolvere i suoi problemi caratteriali, la sua aggressività, il suo disagio. Litigano furiosamente e altrettanto furiosamente fanno pace, si odiano e si amano intensamente. Una loro vicina di casa, ipersensibile ma molto affettuosa, li aiuta e sta loro vicino fino al punto che i tre sembrano aver creato un nuovo nucleo familiare.

“Mommy” è di una bellezza malinconica. Prima rincuora, infonde speranza, e poi distrugge, annienta. Quello a cui assistiamo è talmente vero da provocare dolore, ma è anche commovente perché dimostra la straordinaria forza dell’amore. Xavier Dolan ci mette di fronte ad una realtà che facciamo fatica ad accettare, vorremmo che ci fosse una soluzione, un rimedio immediato che ponga fine alle sofferenze di una madre che vuole vedere il figlio crescere e realizzarsi, e del figlio stesso che non riesce a trovare un equilibrio e vive di eccessi.

Certe volte la vita ti opprime, e Dolan lo mostra nel senso letterale del termine. Il regista, infatti, decide di restringere lo schermo alla dimensione 1.1: uno stratagemma che produce la stessa sensazione di asfissia che provano i due personaggi principali, e in più mette a fuoco, diminuisce la prospettiva  d’osservazione, in modo da focalizzare l’attenzione ancora più a fondo. In questo nuovo campo visivo parte un flashback, quello della madre che vede il figlio laurearsi, sposarsi, fare figli: è una realtà utopica, irrealizzabile, ma auspicabile al tempo stesso. Non ci sono sempre scelte giuste e soprattutto l’amore, la pazienza e la dedizione in certi casi non sono sufficienti a curare un forte problema caratteriale. Nonostante questo, in “Mommy” il senso di libertà resta tangibile.

Non c’è un solo momento in cui “Mommy” sembri forzato o finto. Anzi, la sincerità è l’aspetto principale di questa pellicola che commuove rappresentando un rapporto madre-figlio in costante equilibrio tra l’ironia (da contestualizzare) e la tragedia. L’irruenza, l’iperattività, e l’aggressività di Steve non consentono alcun controllo da parte di Diane, che disperatamente combatte per garantire nel miglior modo possibile un futuro sereno al figlio. Al posto di chiudersi in disperato pessimismo, “Mommy” è uno sprone alla libertà e all’azione. Dolan ha uno sguardo fresco, versatile, attuale. La scelta del formato 1.1 è atipica, idonea ad un giovane che deve sperimentare e osare.

Il cinema del regista canadese è passionale, esplosivo di vita. Ogni sua scelta è eccessiva, imprevedibile, amplificata. I suoi personaggi hanno una forte componente autobiografica, sono problematici, ribelli, sono talvolta i suoi alter ego che lui stesso interpreta. È importante riconoscere il merito ad un giovane che sa indagare i sentimenti e i rapporti, persino quelli più complessi e devastanti. Nelle sue pellicole si ama tanto, senza sfumature, senza limiti, in maniera totalizzante.

Una delle scene più importanti è sicuramente quella in cui Steve, all’apice della felicità raggiunta insieme alla madre e alla loro vicina di casa, spalanca le braccia e allarga materialmente lo schermo, trasformandolo in 16.9.

L’effetto è che anche il pubblico è portato ad allargare i propri orizzonti.

Mariantonietta Losanno

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