L’ARCHIVIO DI STATO…LA NOSTRA STORIA

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di Gianni Cerchia*

 Un archivio è una banca della memoria, uno snodo fondamentale per riflettere sulle vicende di un territorio, di una cultura politica, di una comunità. È una ricchezza che fonda l’identità, spiega il presente, apre opportunità per il futuro. Lo sapevano bene i genieri della Divisione Göring che sul finire del settembre 1943, con un atto d’estremo sfregio contro gli italiani, bruciavano i documenti dell’Archivio di Stato di Napoli, messi in sicurezza a San Paolo Belsito per sottrarli ai bombing anglo-emericani. Un atto spregevole che cancellava, irrimediabilmente, le tracce di secoli di storia meridionale.

Quello che, tuttavia, in parte realizzò la Luftwaffe (ma anche le aviazioni Alleate diedero il loro rilevante contributo) rischiano oggi di compierlo più complessivamente le burocrazie — ministeriali e periferiche — alimentate da una costante e deleteria disattenzione? riservata dalla politica ai nostri beni culturali. Ci sarebbe molto da dire sulle condizioni miserevoli nelle quali il MIBACT sta lasciando oggi la rete degli archivi di Stato, a iniziare dall’ACS di Roma, abbandonata tra l’inadeguatezza delle strutture e la penuria drammatica del personale. Mi limiterò, a tal proposito, solo a ricordare la vicenda paradossale dell’importante sede casertana, dal 1972 relegata in una palazzina privata di via dei Bersaglieri. L’ente è oggi in via di (assai teorico) trasferimento nei locali recuperati dalla Reggia borbonica della città: gli spazi lasciati a disposizione dal trasferimento del Rettorato dell’Università, dell’aeronautica, ma soprattutto l’emiciclo dell’ex caserma Pollio individuato per questo scopo addirittura nel 1995.

Sarebbe una buona notizia, se non nascondesse l’inganno di una procedura di trasferimento dimidiata e senza tempi certi. Difatti, la smobilitazione da via dei Bersaglieri ha riguardato solo gli uffici e una parte irrisoria dei documenti effettivamente versati nell’archivio, mentre tutto il resto (compresa l’intera biblioteca, ormai impacchettata e pronta al trasporto) giace nella vecchia sede. Una testa decapitata dal proprio corpo, senza alcuna possibilità di attrezzare nemmeno una sala studio e di mettere a sistema i propri depositi con quelli afferenti alla Real Casa. Benché proprio quest’ultimo obiettivo fosse stato tra i principali motivi ispiratori del trasferimento, come previsto al punto 4.3 del Progetto di riassegnazione e di restituzione degli spazi della Reggia alla loro esclusiva destinazione culturale, educativa e museale, datato 17 dicembre 2014 (sottoscritto dal commissario straordinario Soragni, dalle rappresentanze del ministero della Difesa e dell’Agenzia del demanio). Peraltro, quella stessa intesa individuava il corpo principale della nuova e autorevole sede, assegnando all’Archivio ben 3700 metri quadrati provenienti dall’ex scuola aeronautica, già passati al Demanio fin dal 2016, ma ancora in attesa dei necessari lavori d’adeguamento. Mi chiedo cosa s’aspetti, dato che i finanziamenti — per quel che m’è dato sapere — andrebbero perduti se non spesi entro la fine del 2017. Che accada esattamente questo?

Sulla vicenda l’on. Arturo Scotto ha presentato tempo fa un’interrogazione, nella quale si paventava anche una scarsa collaborazione da parte di altre istituzioni presenti sul territorio. Nessuna risposta, spiegazione o inversione di rotta è dato registrare a oggi. Anzi, il recente, puntuto e argomentato intervento di precisazione della direttrice dell’Archivio di Stato di Caserta rende tutto il quadro ancora più preoccupante, rivelando lo stato confusionale nel quale sembrano versare alcuni importanti interlocutori di questa vicenda.

Mi permetto, quindi, di riprendere un appello con il quale concludevo un mio recente intervento pubblico (a Marcianise, il 13 luglio scorso): il Mezzogiorno ha necessità di difendere il proprio residuo apparato industriale, reclamando nuovi investimenti per infrastrutture e manutenzione del territorio. Ma sarà tutto inutile se non riusciremo a coniugare tutto questo con le vocazioni e la cultura della nostra terra, se continueremo a non scommettere sulla storia, sulla memoria, sui beni ambientali ed enogastronomici. Vale per le nostre montagne aggredite dal fuoco e dai criminali, vale per le aree industriali in crisi o già polverizzate, vale per il Museo campano e l’Archivio di Stato di Caserta.

Il silenzio è un’ammissione di colpa. E non bastano operazioni d’immagine o manifestazioni effimere a risolvere contraddizioni e problemi. Serve serietà, impegno e collaborazione da parte di tutte le forze sane.

*Docente di Storia Contemporanea – Università del Molise
e membro della Fondazione Centro per la Riforma dello Stato-Archivio Ingrao di Roma

1 commento

  1. prof, non posso che essere d’accordo in toto con Lei, anche se ciò, purtroppo, non servirà molto a far sì che qualcosa cambi in questo meridione, direi, ormai rassegnato al totale oblio.

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