IL RUOLO DELLA DONNA SUL GRANDE SCHERMO

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Inutile negarlo: il rapporto tra il cinema e le donne presenta delle conflittualità. È raro che nel cinema mainstream, infatti, si possano incontrare donne che svolgono un ruolo che non sia solo quello da protagonista ma anche di padrona assoluta della scena. Esistono ancora (ma si spera vengano meno) concetti del tipo: una pellicola con un protagonista maschile è un film per tutti, una invece con una protagonista donna ha un target di spettatori differenti. Ma non vogliamo addentrarci in discorsi che vanno al di là dei nostri intenti. Il nostro obiettivo è quello di mostrare, attraverso due esempi, cosa significa portare sul grande schermo un modello di donna ancora poco conosciuto.

Isabelle Huppert

 

Abbiamo scelto una delle protagoniste tra le più premiate della storia del cinema, apparsa in più di cento film: Isabelle Huppert. Attrice e donna, due aspetti su cui si soffermeremo approfonditamente.

 

“Vorrei continuare a essere l’attrice che sono sempre stata. Appassionata. E totalmente libera”: questa è stata la risposta di Isabelle Huppert alla domanda “Se pensa al suo domani, cosa desidera?”. Questo è proprio il punto fondamentale da cui vorremmo partire. Il personaggio che stiamo presentando è infatti una figura fuori dagli schemi, una donna che ha un approccio alla recitazione diverso e a volte perfino enigmatico. Pur interpretando donne misteriose, altere, talvolta inquietanti, riesce a suscitare l’empatia dello spettatore, inducendolo a smarrirsi in un universo sconosciuto.

Nata a Parigi il 16 marzo del 1953, Isabelle Huppert è una donna che ha sempre saputo coniugare la grande versatilità, il coraggio di non sottrarsi ad alcun tipo di rischio e la coerenza di dedicarsi solo a progetti in cui credesse fino in fondo. Nella sua carriera incontriamo, oltre alla candidatura al Premio Oscar nel 2017, Golden Globe, David di Donatello, Nastri d’argento, premi César e collaborazioni con registi come Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Paul Verhoeven, Michael Cimino, Joseph Losey, Andrzej Wajda che ovviamente non hanno bisogno di presentazioni. È comunque riduttivo descrivere un personaggio solo attraverso i riconoscimenti ricevuti e i registi con cui ha lavorato. In Isabelle Huppert c’è molto altro. Perché è un’attrice che non ha mai smesso di sfidarci e sorprenderci. Analizziamo in particolare due film emblematici dell’attrice parigina (arbitrariamente scegliamo queste due pellicole tra le tante che meriterebbero attenzione della sua lunghissima carriera): “Elle” e “L’avenir”.

  1. “Elle” (2017), di Paul Verhoeven

Un thriller sui generis.

Uno sguardo felino apre il film. Una scena di violenza carnale si sta svolgendo di fronte ai suoi occhi: echeggiano rumori di colluttazione, e versi di dolore. Un uomo mascherato ha appena compiuto un’effrazione nella casa di Michèle Leblanc, per poi aggredirla e violentarla. Dopo questo episodio, la donna riprende la sua vita se tale può definirsi. Michèle è una donna ricca e di successo, figlia di un serial killer che è in prigione da anni, e che rifiuta di vedere. Gestisce un’importante società di videogiochi e, oltre ad avere un passato luttuoso, ha una vita particolarmente intricata. Un ex marito, scrittore fallito, per cui prova ancora gelosia, un figlio senza nessun talento con l’unica voglia di diventare padre, ma con la ragazza sbagliata, un amante, una madre ultra sessantenne che gioca a fare la ragazzina, una migliore amica, moglie del suo amante, una coppia di vicini, suoi nuovi amici (lei cattolica praticante devota e bigotta, lui bancario). Il padre, che si intravede solo dalle immagini alla televisione, o da foto d’epoca, è condannato all’ergastolo per aver compiuto una strage trent’anni prima, il cui marchio d’infamia si è riversato negli anni su Michèle. La sua scelta, che il regista volutamente rende ambigua, è quella di non denunciare la violenza subita e, addirittura inizia a rincorrere il suo violentatore.

Non siamo (soltanto) di fronte a un thriller. “Elle”, tratto dal romanzo del 2012 “Oh…” di Philippe Dijian, è un film complesso, che possiamo provare a definire attribuendogli tre aggettivi: spiazzante, potente e piacevole. La forza delle immagini, dell’interpretazione della protagonista, e della fitta trama, rendono questo film un capolavoro. Un film audace, che prende le distanze da ogni aspettativa, e prende in giro i clichés. Il pronome Lei sta ad indicare l’emblema di una donna: Michèle è una donna aggrovigliata da frustrazioni, desideri inconfessabili di piacere e dolore, invidie, perversioni, è una donna criptica. Non è così frequente nel cinema convenzionale vedere personaggi femminili di questo genere, così complessi, e così padroni di sé.

 

Lei, sottolineando ancora una volta la forza del pronome personale, è il vero mistero e il vero pericolo del film. È Lei che uccide tutti, e mette a tacere le ipocrisie del suo ambiente borghese. L’occhio dello spettatore cade nella trappola e rimane affascinato per tutta la durata del film. Nessun filtro. La furia masochista dell’annullarsi fra le braccia di un violentatore di cui scopre l’identità, viene scatenata; l’inquietante perversione di Michèle si trasforma da stupro a atto liberatorio. Non tutte le ipocrisie sono state, però, annullate: restano in piedi quelle di coloro che ritengono “Elle” un film-scandalo e accettano le convenzioni di una società dove vige la religione mistica, la fedeltà assoluta, il perbenismo. Il film di Verhoeven (regista di altri precedenti capolavori come “Basic Instinct” del 1992, “Atto di forza” del 1990, e “Quarto Uomo” del 1983), pertanto, è assolutamente sopra le righe, coraggioso e estremo.

 “La mia Michèle è un’eroina post-femminista. È un personaggio complesso, che non si definisce soltanto per lo stupro subìto, ma per l’insieme della sua vita e dei suoi comportamenti: è infatti la madre di un figlio fragile, ha a sua volta una mamma un po’ pazza, un ex marito, un amante ed è un boss sul lavoro. Gestisce le situazioni con il pugno di ferro, ma ha attraversato dei drammi, ha paura degli uomini e reagisce

Una scena del film “Elle” con il regista Paul Verhoeven e l’attrice  Isabelle Huppert

alla violenza aggredendo”. Queste sono state le parole di Isabelle Huppert su “Elle”. Philippe Djian, scrittore del romanzo da cui attinge il film, ha immaginato proprio lei per interpretare questo ruolo così drammatico. E non avrebbe potuto essere altrimenti, perché la sua Michèle è uno di quei ruoli impossibili da dimenticare: superba, sensuale, prudente, avventata, implacabile e capace di fondere gli stati d’animo più distanti fra loro, Isabelle Huppert domina totalmente la scena, trascinandoci in una storia misteriosa e affascinante.

 

  1. “L’avenir – Le cose che verranno” (2016), di Mia Hansen-Løve

Nathalie ha cinquantacinque anni, un marito, due figli e una madre fragile. È un’insegnante di filosofia, è una donna affidabile e onesta che si dedica alla cura della sua famiglia. Ma, la confessione improvvisa del consorte che decide di lasciarla per una donna più giovane di lei, interrompe lo schema definito della sua vita. Da qui inizia però una rinascita. Nathalie è un’eroina moderna, che lotta con le sue debolezze e con i suoi sentimenti contrastanti. È una donna che avrebbe voluto essere amata per tutta la vita, e invece dopo venticinque anni di matrimonio ha deciso di reagire e riscoprire se stessa. Quello che la protagonista riesce ad acquisire è una libertà nuova e assoluta, che lo spettatore riesce ad avvertire e quasi a toccare con mano. Una libertà consapevole e adulta, capace di accettare i suoi limiti e di guardare al futuro. Isabelle Huppert è riuscita a realizzare un personaggio fortemente emotivo e assolutamente credibile.

Con un’interpretazione forte ma allo stesso tempo delicata, l’attrice è riuscita a caratterizzare al meglio il suo personaggio, un importante ruolo hanno anche svolto i paesaggi bucolici in cui la protagonista sembra trovare piena essenza di sé. “Le cose che verranno” descrive una storia di ordinaria quotidianità, toccante e riflessiva. Non a caso, il ragionamento filosofico ci accompagna durante tutto il percorso compiuto dalla protagonista, in particolare alcuni pensieri di Jean-Jacques Rousseau che racchiudono l’esperienza di Nathalie, dalla fase rivoluzionaria che ha caratterizzato la sua gioventù, alla speranza per un futuro migliore nella sua maturità. La chiave di lettura del film è insita nel pensiero filosofico stesso: tutto scorre, siamo impotenti di fronte al tempo ma nonostante questo lottiamo, portando avanti i nostri desideri.

“Le cose che verranno” è un film che celebra la vita, in cui Nathalie che apparentemente può sembrare una donna distrutta, riesce a dimostrarsi invece una vincente. “Questo film ribalta i luoghi comuni. Mette in scena una donna forte, una professoressa di filosofia che a 50 anni ha il coraggio di prendere in mano il proprio destino. Il marito la lascia e nello stesso momento muore sua madre: un personaggio convenzionale si piangerebbe addosso, invece il mio considera questa fase della sua vita un’ottima occasione per liberarsi delle responsabilità e ripartire da zero, finalmente libera. Le vittime non fanno per me”, ha detto l’attrice parigina. E la vittima infatti non c’è, piuttosto c’è una donna forte e consapevole di se stessa che affronta le difficoltà quotidiane e non perde la fiducia e la voglia della ribalta. Crediamo negli eroi, quelli veri in carne ed ossa, quelli da cui trarre realmente spunto.

Concludiamo con una frase di Isabelle Huppert che racchiude tutto quello che abbiamo voluto esprimere finora: “Le donne sono il prodotto delle battaglie che le hanno precedute. L’eguaglianza di genere dovrebbe essere una realtà pacifica, ormai assodata. Non se ne dovrebbe nemmeno parlare”.

Mariantonietta Losanno