OMICIDIO AFRATELLANZA

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di Alfredo Grado – criminologo

 

A poche ore dall’arresto di Graziano Afratellanza, l’uomo di 40 anni che, secondo gli investigatori, avrebbe ammazzato, sgozzandoli, i genitori nel sonno, Francesco Afratellanza di 82 anni, e Antonietta Della Gatta di 78, i più si chiedono come sia potuta accadere una tale disgrazia, mentre altri sostengono che si tratterebbe di un omicidio annunciato giacchè, a quanto pare, il giovane uomo soffriva da tempo di disturbi psichici, per i quali avrebbe tentato piu volte il suicidio fino ad obbligarlo ad un trattamento sanitario presso la locale azienda sanitaria.

Certo, di fronte a tali sventure tutto è lecito domandarsi, purchè soddisfi il bisogno di controllo e contenga le nostre paure ataviche. Tuttavia, si rende anche opportuno tentare di evitare la disinformazione e contestualizzare il più possibile gli accadimenti. A tale proposito, va detto con forza che chi soffre di un disturbo mentale non sarebbe di solito più violento o più pericoloso di una persona che non soffre di alcun disturbo. Anzi, quello che accade è proprio il contrario, cioè che una persona che ha un disturbo mentale è più probabile che si trasformi in vittima. L’accostamento della violenza al disturbo mentale è un modo semplicistico di spiegare il comportamento umano, un modo che, tra l’altro, può rendere ancora più difficile, a chi soffre, di chiedere aiuto. Ciò detto, per tornare al caso in questione, va ribadito che i disturbi della personalità, o ogni altro disturbo mentale, sono in grado di influire sulla capacità di intendere e volere solo quando intervengono con un nesso eziologico nella condotta criminosa, per effetto dei quali il reato viene ritenuto causalmente determinato proprio dal disturbo mentale; si deve trattare cioè di turbe mentali di tale consistenza e gravità da determinare una situazione psichica che impedisca al soggetto di gestire le proprie azioni e faccia sì che non ne percepisca il disvalore;

oppure di impulsi all’azione, pur riconosciuta come riprovevole, che siano tali da vanificare la capacità di apprezzarne le conseguenze. Di fronte all’omicidio di due genitori è di tutta evidenza come un disturbo non possa essere assunto come sintomo di una mancante o ridotta capacità di intendere e volere. Il valore della vita è qualcosa che si impara fin dai primi nostri anni di vita e non ci vuole una grandissima capacità per percepire il grado di illiceità che sottende un omicidio. Ne consegue che deve ritenersi sussistente la capacità di intendere e di volere del soggetto affetto non da infermità mentale, intesa in senso patologico, ma solo da anomalie psichiche o da disturbi della personalità che come tali non sono idonei ad escludere o a ridurre l’imputabilità.