A PROPOSITO DELLA VIOLENZA SULLE DONNE…E QUELLA SULL’UOMO?

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    di Alfredo Grado*       

           Nell’era in cui si tende a celebrare tutto, a ricordare ciò che spesso non ha senso ricordare, se non altro per il fatto che non serve una data celebrativa per veicolare i valori della pace, del rispetto o della non violenza, spesso si incappa nell’errore di guardare solo da un lato e, paradossalmente, dimenticare che una medaglia ha sempre due facce. È il caso della violenza sulle donne, o meglio del suo opposto, ovvero la violenza che subiscono gli uomini dalle donne. Certo, si tratta di un fenomeno diverso, che raramente si conclude con un omicidio: una violenza più sottile, sicuramente psicologica e, probabilmente, meno violenta, ma non per questo meno degna di attenzione.

            In Italia sono poche le indagini in tal senso. Una di queste – passata quasi inosservata – è stata effettuata nel 2012 da una equipe dell’Università di Siena su un campione di uomini di età compresa tra i 18 e i 70 anni. La metodologia è la stessa utilizzata dall’Istat nel 2006, per la raccolta dei dati sulla violenza contro le donne e che ancora oggi vengono riportati con grande enfasi. Secondo l’indagine nel 2011 sarebbero stati oltre 5 milioni gli uomini vittime di violenza femminile configurata in: minaccia di esercitare violenza (63,1%); graffi, morsi, capelli strappati (60,05); lancio di oggetti (51,02); percosse con calci e pugni (58,1%). Molto inferiori (8,4%), a differenza della violenza esercitata sulle donne, gli atti che possono mettere a rischio l’incolumità personale e portare al decesso. Una differenza rilevante questa, che in parte giustifica la maggiore attenzione al femminicidio. Ma il dato rilevante, a mio modesto avviso, è che alla voce “altre forme di violenza” la violenza economica sembra prendere il sopravvento: critiche a causa di un impiego poco remunerato (50.8%); denigrazioni a causa della vita modesta consentita alla partner (50,2%); paragoni irridenti con persone che hanno guadagni migliori (38,2%); rifiuto di partecipare economicamente alla gestione familiare (48,2%); critiche per difetti fisici (29,3%). Insulti e umiliazione, poi, raggiungono una quota di intervistati del 75,4%; distruzione, danneggiamento di beni, minaccia (47,1%); minaccia di suicidio o di autolesionismo (32,4%), specialmente durante la cessazione della convivenza e in presenza di figli, spesso utilizzati in modo strumentale: minaccia di chiedere la separazione, togliere casa e risorse, ridurre in rovina (68,4%); minaccia di portare via i figli (58,2%); minaccia di ostacolare i contatti con i figli (59,4%); minaccia di impedire definitivamente ogni contatto con i figli (43,8%).

            Da questi dati sembra emerge una violenza di reazione, una di quelle che nasce per vendetta, rivincita o ritorsione.  Per questo, probabilmente, esiste una giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ma non una contro la violenza sugli uomini. La violenza maschile l’abbiamo voluta atavica, innata, ma tuttavia addomesticabilementre quella femminile l’abbiamo voluta contronatura e, quindi, di reazione. Una certa cultura di questi tempi ha dipinto le donne come esseri buoni, disponibili con il prossimo e, in definitiva, migliori degli uomini, ma l’idea già serpeggiava, da anni, nella lettura semplicistica e socio-antropologica dell’assenza delle donne dalle guerre. In più, la violenza femminile, pur non avendo mancato di macchiare abbondantemente la storia di sangue, è sempre stata una vendetta. Ed è naturale stare dalla parte dei vendicatori, soprattutto dentro una storia fatta di abusi e sopraffazioni così numerosi e costanti che, a un certo punto, s’è voluto dare un sesso alla violenza e, ovviamente, un sesso anche alle sue ragioni.

*Criminologo e docente di Sociologia della devianza