FILM ANNI ’50, IL MAESTRO DELLA SUSPENSE: ALFRED HITCHCOCK

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Alfred Hitchcock

“Gli spettatori che vanno al cinema conducono una vita normale e al cinema vanno a vedere cose straordinarie, incubi. Per me il cinema non è una “fetta di vita”, ma una fetta di torta. L’essenziale, affinché lo spettatore possa apprezzare l’anormalità nel suo pieno valore, è che questa anormalità sia mostrata con il più completo realismo. Perché lo spettatore sa sempre se qualcosa è vera o non è vera. Se lo spettatore si pone domande a proposito di qualche particolare inesatto, vi riflette e se ne preoccupa. E io, allora, non posso più organizzare la suspense. È molto, molto importante ottenere una vera suspense. Bisogna che nello spirito dello spettatore non resti assolutamente più niente, salvo la suspense.”

 “C’è qualcosa di più importante della logica: l’immaginazione. Se si pensa subito alla logica, non si può più immaginare niente. Spesso, lavorando col mio soggettista, gli do un’idea. Lui risponde: “Ah, impossibile!”. Ma l’idea è buona, anche se la logica non lo è. La logica, la si butta dalla finestra!”

Non è stato un caso che, analizzando il cinema degli anni ’50, non abbiamo citato Alfred Hitchcock. Il motivo è semplice: abbiamo voluto riservargli un posto d’onore. Scrivere di Hitchcock vuol dire entrare in rapporto con un universo dove regna la policentricità, significa addentrarsi nella mente di un regista che ha saputo realizzare opere che vanno al di là di ogni contesto storico e acquisiscono oggi ancora di più una connotazione attuale. Il mondo di Alfred Hitchcock è un labirinto caotico nel quale le linee si intersecano, si sovrappongono, ed è facile perdersi. Il suo è un cinema pensato e vissuto essenzialmente come spettacolo (e spettacolo in questo caso significa rappresentazione che utilizza tutti gli attributi dei quali può usufruire il cinema), un cinema fantastico, un cinema alla George Méliès (regista, illusionista e attore francese), un cinema d’invenzione in cui l’invenzione è sempre moderata dall’intelligenza dell’autore.

Potremmo affermare quindi che quello di Hitchcock è un cinema controllato in ogni aspetto: gli intrighi sempre perfettamente calibrati nella loro sintesi di mistero, amore, odio, azione, inseguimenti; la macchina da presa esperta che non concede alcuna sbavatura né alcuna posa eccentrica badando solo all’efficacia delle immagini che risulteranno; il montaggio rigoroso e rigidamente funzionale alla narrazione. La messa in scena costituisce il luogo privilegiato in cui Hitchcock realizza la propria riflessione e nello stesso tempo si offre come oggetto della riflessione stessa, assumendo quindi un duplice ruolo. La sua idea di fare cinema significa allora sottolineare continuamente la natura fantastica dell’immagine, inventando storie che non hanno alcuna pretesa di verosimiglianza, facendo appello all’immaginazione dello spettatore, in modo da affascinarlo, sconvolgerlo, divertirlo, dargli la sensazione di trovarsi di fronte a uno spettacolo totalmente gratuito, il quale ha comunque il potere di turbare, far riflettere, terrorizzare. Sintetizzando possiamo dire: è un cinema dell’intrigo quello di Hitchcock, ma anche un cinema della riflessione e dell’intelligenza.

Passiamo all’analisi di alcuni suoi capolavori.

  1. “Notorious – l’amante perduta” (1946)

 

“Notorious è la quintessenza di Hitchcock, ed è rimasto straordinariamente moderno. Contiene poche scene ed è di una purezza magnifica; è un modello di come dovrebbe essere costruita una sceneggiatura”: queste sono le parole di critica di Truffaut, nei confronti di un film semplice, ma costruito con grande attenzione, controllo e precisione. Hitchcock riesce a coniugare in maniera perfetta l’intreccio spionistico con la storia d’amore, e sicuramente una delle chiavi del successo è il cast perfetto, formato da Cary Grant, Ingrid Bergman, Claude Rains e Leopoldine Konstantin.

È ambientato nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale. La protagonista Elena Huberman è la figlia della spia nazista John Huberman (condannato a vent’anni di reclusione per spionaggio negli Stati Uniti), che viene contattata dall’agente segreto americano Devlin per annientare una rete di spie naziste ancora attiva a Rio de Janeiro. Accetta la missione e con l’ausilio delle autorità brasiliane si infiltra nella casa del capo dell’organizzazione nazista, un tempo amico del padre, per capirne i segreti e passarli al servizio segreto americano.

Cary Grant (T.R. Devlin) e Ingrid Bergman (Elena Huberman) in una scena del film “Notorius”

“Notorious” è il thriller per eccellenza, le scene di suspense sono realizzate con estrema abilità, e la maestria di Hitchcock è capace di legare in maniera perfetta l’idillio amoroso al film giallo: i due generi si fondono dando vita a una forte tensione emotiva che lo spettatore non può non avvertire. La donna, in pieno stile hitchocockiano, ha un ruolo e un’importanza particolarmente rilevante: Elena attraversa un lungo cammino di maturazione interiore che con un grande spirito di sacrificio, tra dolori e sconforti, la porterà a comprendere l’importanza degli ideali e dell’amore. È un modello, è una donna che si sacrifica per espiare le colpe del padre. È lei la donna “malfamata” a chi fa riferimento il titolo, eppure questa donna che ha avuto diversi amanti e ama ubriacarsi, è capace di provare un amore purissimo e viene rappresentata come un angelo, quasi come una vittima sacrificale, disposta al sacrificio supremo per il bene del proprio paese.

Claude Rains, nella parte di Alessio Sebastian –Leopoldine Konstantin, nei panni della madre di Alessio e Ingrid Bergman

Ogni movimento di macchina è una grande lezione di cinema, pochi sanno usare la cinepresa come Hitchcock, ossessionato dalla ricerca dell’inquadratura perfetta. Hitchock è geniale, attraverso “Notorious” aggiunge un altro meraviglioso tassello alla sua filmografia, regalandoci un capolavoro che non è invecchiato per niente, nonostante i settant’anni che porta alle spalle. È trascinante come pochi thriller sanno essere, è capace di creare un mix perfetto tra la tensione e la passione, è la storia di un amore incondizionato, così forte e vero che si spinge oltre tutto, senza paura.

  1. “Delitto perfetto” (1954)

Londra. Non sono buoni i rapporti tra la ricca Margot e il marito Tony, che vive alle sue spalle perché altro non sa fare. Per di più la donna è innamorata dello scrittore americano Mark Halliday, e perciò medita il divorzio, che sarebbe per lo sfaticato Tony la rovina. Così, decide di ucciderla per ereditare i suoi averi e vivere agiatamente. Incarica per l’omicidio un vecchio amico che si trova costretto ad accettare, ma qualcosa nel suo piano va storto. La competenza professionale dello scrittore e l’abilità di un ispettore fanno cadere Tony in una trappola da cui non può più uscire.

Grace Kelly nei panni di Margot Mary Wendice

Anche in questo caso il cast è d’eccezione: Grace Kelly (alla sua prima collaborazione con il regista), Ray Milland, Robert Cummings. Quando Hitchcock decise di girare “Delitto perfetto” lo fece perché sapeva di poterlo girare in poco tempo, in modo da potersi poi dedicare a progetti più ambiziosi. È considerato quindi come uno dei suoi film minori (se è possibile definire una classifica), ma in realtà in “Delitto perfetto” c’è la sintesi di tutte le teorie della suspense e dell’intrigo di cui abbiamo parlato: è una sorta di compendio dei temi e delle capacità del regista britannico. La storia è semplice ed efficace: un marito cinico e psicopatico che architetta abilmente un piano infallibile per fare fuori la moglie ricca e fedifraga, l’azione si svolge prevalentemente in un unico ambiente e ci sono pochi personaggi, il che crea claustrofobia e aumenta la tensione.

DA SINISTRA: Ray Milland che interpreta il marito Tony Wendice – Grace Kelly, la moglie Margot Mary Wendice – Robert Cummings, l’amante Mark Halliday

La genialità di Hitchcock è così evidente in “Delitto perfetto” perché il film anticipa una miriade di lavori futuri. Quanti thriller di questo stampo abbiamo visto, quante serie crime? E ovviamente ne è stato fatto un remake nel 1998 diretto da Andrew Davis. Pensare a quello che Hitchcock ha saputo realizzare in questa pellicola lascia ancora oggi sorpresi perché tutto questo è avvenuto nel 1954. È proprio dalla visione dei suoi capolavori che risulta difficile sintetizzare un genio di questa portata, cercare di spiegare i suoi accorgimenti, gli espedienti utilizzati, l’uso della macchina da presa. È difficile perché qualsiasi descrizione, anche la più fedele, può risultare monca o riduttiva.

John Williams, capo ispettore Hubbard

Quello che Hitchcock ha cercato di mostrare, in tutte le forme possibili, non è la violenza nuda e cruda fine a se stessa. Piuttosto, egli ha calcato la mano sul lato umoristico della violenza, suggerendola, girandoci attorno, sfumandola sotto forma di minaccia che accompagna lo spettatore nel corso del film, al punto di indurlo a una perfetta immedesimazione con i personaggi stessi. Un delitto perfetto che dura da più di un sessantennio.

James Stewart è L.B. “Jeff” Jefferies

 

  1. “La finestra sul cortile” (1954)

Il fotoreporter Jeff dopo un incidente sul lavoro è costretto a trascorrere molto tempo a casa, sulla sedia a rotelle con una gamba ingessata. Per passare il tempo ficca il naso, con l’ausilio del teleobiettivo della sua macchina fotografica, nelle faccende dei vicini i cui appartamenti affacciano sul cortile. C’è una coppia di sposini, una donna sola, ci sono due coniugi senza figli che hanno concentrato il loro affetto su un cagnolino, c’è una ballerina, una scultrice, un

Raymond Burr interpreta il misterioso Lars Thorwald e Irene Winston, la signora Thorwald vittima (e carnefice) di Lars

compositore.

C’è soprattutto un tipo sospetto, che si muove in casa con circospezione, esce più volte, porta con sé una valigia pesante. Jeff sospetta che abbia ucciso la moglie malata e che sia in contatto con un’amante lontana.

Grace Kelly, l’affascinante ereditiera Lisa Carol Fremont

Jeff viene più spesso definito nel film (dalla sua infermeria, dal suo collega, dalla sua compagna) un guardone. La parola guardone però riporta subito alla memoria una frase del film di Bernardo Bertolucci del 2003 “The Dreamers – I sognatori” : “Ho letto ne “Les Cahiers du Cinéma” che un regista è come un guardone, un voyeur. È come se la macchina da presa fosse il buco della serratura della porta dei tuoi genitori. E tu li spii, non puoi farne a meno. Fare i film è come un reato. Un regista è come un criminale. Dovrebbe essere illegale”. La citazione del film di Bertolucci ci suggerisce la gravità di tale azione, quindi anche Jeff nel film di Hitchcock sta violando le leggi della privacy spiando le vite dei suoi vicini di casa. Ma il criminale chi è? Chi spia o chi viene spiato? Con ironia e ingegno, Hitchcock si conferma anche in questo caso anticipatore di pellicole successive. Quanti sono stati ispirati dal suo modo di fare regia?

Hitchcock lavora sulla distanza da ciò che Jeff guarda e il film assume i contorni del cinema muto. Non a caso il regista britannico ha detto: “I film muti sono la forma più pura di cinema. La sola cosa che mancava ai film muti era evidentemente il suono che usciva dalla bocca delle persone e i rumori. Ma questa imperfezione non giustificava il grosso cambiamento che il suono ha portato con sé. Voglio dire che al cinema muto mancava assai poco, solo il suono naturale. Allora, in seguito, non si sarebbe dovuto abbandonare la tecnica del cinema puro come si è fatto con il parlato”.

È incredibile il potere della parola, ma allo stesso tempo si può dire tutto anche non dicendo nulla. Le vicende dei vicini di casa vengono solo spiate da Jeff e dallo spettatore che fedelmente si immedesima, non sentiamo nulla, abbiamo solo la forza dell’immaginazione.

Mariantonietta Losanno