LA RAPPRESENTAZIONE DELLA VIOLENZA NEL CINEMA

“Ognuno di noi, che lo voglia o meno, è in parte affascinato dalla violenza.

 L’uomo, dopo tutto, è il killer meno provvisto di rimorsi che abbia vissuto sulla terra. E quella fascinazione dimostra che siamo assai poco dissimili dai nostri antenati più remoti”

(Stanley Kubrick)

 

 

È innegabile che la comunicazione di eventi tragici possa suscitare una certa attrazione. Il pubblico può essere facilmente sedotto dal fascino mediatico della criminalità, anzi, molto spesso si cercano prove, anche fittizie, che amplificano alcune storie per provocare maggiore curiosità (una goccia di sangue, una traccia di DNA, un’arma nascosta). Partendo quindi dal presupposto che il crimine e la violenza fanno spettacolo sui media, andiamo ad approfondire il tema della violenza e il modo che alcuni registi hanno utilizzato per rappresentarla nel cinema.

Innanzitutto, ci sono diversi tipi di violenza. C’è quella fisica, che può essere resa nel modo più crudo e brutale, o può essere solo accennata, lasciata intendere allo spettatore stesso. Questo è il tipo di violenza che può scuotere maggiormente, è difficile che si resti impassibili o non si provi empatia. Se non si riesce a restare indifferenti di fronte a questa aggressività, è ancora più complesso quando invece si tratta di una violenza psicologica che invade la mente e che logora, distrugge lentamente.

Il cinema, come abbiamo già detto, ha una grande potenza e un impatto maggiore rispetto a un romanzo, o a un giornale. Se ci troviamo di fronte a un thriller, leggendo e entrando nella storia, abbiamo la possibilità di immaginare la realtà a nostro piacimento. Così, in questo modo, se viene descritto un assassino o un aggressore, possiamo deciderne le sembianze, le caratteristiche, realizziamo quindi nella nostra mente un’immagine che ovviamente non corrisponde necessariamente a quella che l’autore ha voluto descrivere. Una pellicola invece mostra tutto questo di fronte ai nostri occhi, può farlo senza filtri, senza mezze misure, o può scegliere una maniera meno invasiva, ma resta il fatto che lo spettacolo a cui si assiste ha un altro impatto e un’altra intensità. Inoltre, il cinema, a differenza di altri media in cui le immagini tendono ad essere decontestualizzate, offre allo spettatore una logica narrativa capace di far comprendere la violenza senza che per forza la si debba condividere.

Ci vogliamo soffermare su due film (diversissimi tra loro, quindi non è nostra intenzione creare parallelismi) che hanno rappresentato due forme di violenza in maniera diretta, tangibile e per certi versi agghiacciante.

  1. “Arancia meccanica” (1971), di Stanley Kubrick

La storia è ambientata in Inghilterra, in un futuro abbastanza prossimo. L’eroe/narratore Alex è il capo di una banda di adolescenti (composta da altri tre “drughi”) i cui interessi sono poco vari : violenza estrema e stupro. In più, Alex ha una passione per Beethoven, che gli serve da potente stimolante. Dopo l’ennesima azione sconsiderata però finisce in carcere, ed è proprio in prigione che scopre che il Governo sta sperimentando un trattamento medico, la “cura Ludovico”, per la liberazione dei criminali. Si offre volontario e diventa virtuoso per riflesso condizionato. Tornato in libertà, cade vittima di una serie di vendette e finisce nelle mani dell’opposizione che vuole servirsi di lui per fini politici; sfugge per poco alla morte, viene “guarito” dal Governo e torna ad essere vizioso.

Alex è il cattivissimo costruito da Kubrick come “un’incarnazione del male puro”, Alex è la musica, la suggestione. I suoi occhi ruffiani ci vogliono ammaliare, e far cadere nel suo gioco perverso. In “Arancia meccanica” la vita e l’uomo si affermano solo nelle barbarie, non ipotizzando un quadro sia pure utopico di “vita felice”. L’utopia c’è ed è totale, ma esiste solo fuori dal mondo in cui si muovono Alex e i suoi adepti.

Non c’è un film tanto emblematico sulla rappresentazione della violenza come “Arancia meccanica”, quello a cui assistiamo è uno spettacolo che indigna, sconvolge e a tratti innervosisce. E allora perché un tale successo, perché viene considerato un cult? Semplicemente perché “Arancia meccanica” è la descrizione più vera e attuale della violenza, e negli anni è diventato un simbolo di trasgressione e adorazione. L’idea di rappresentare Alex come un super cattivo che si nutre e vive con la musica, quindi con ciò che definiamo “bello”, distensivo, interessante, è una trovata geniale per far capire che la violenza non nasce necessariamente da altra violenza, ma può prendere forma anche da forme d’arte. In questo modo allora “Arancia meccanica” diventa un cult apprezzato e scomodo allo stesso tempo, un’allegoria ed un simbolo della violenza nella sua forma più brutale ma anche perversamente ammiccante e spettacolare.

C’è molto altro oltre la violenza fisica (di sangue se ne vede ben poco, nonostante la ferocia di alcune sequenze) : un film così esplicito sulla violenza, spesso gratuita e fine a se stessa, con scene di stupri e pestaggi forse non s’era mai visto, in più c’è anche il decadimento di una società senza valori e senza scrupoli, c’è l’umiliazione della dignità umana.

Per lo spettatore è impossibile dimenticare le sequenze della “cura Ludovico”, una vera e propria “lobotomia degli istinti” che avviene tramite il controllo repressivo dei meccanismi psichici. La cura consiste nel proiettare al soggetto, fino alla nausea, pellicole su atti di violenza sessuale, sulle stragi naziste, insomma su ogni forma di atrocità. Ma la nausea non deriva dall’accumularsi delle proiezioni, dal ripetersi incessante dell’immagine della violenza. Alex inizia a stare male fisicamente, e giustamente si stupisce, perché il suo stare male non è causato dalle immagini ma da una sostanza chimica (che produce conati di vomito, spasmi, dolori alla testa) che gli viene iniettata prima di ogni seduta filmica. Non è l’ossessione, quindi, a generare un rigetto “morale” del male, ma il corpo che viene allenato, del tutto artificialmente, a collegare la visione della violenza con il male fisico. Alex, mentre viene fatto stare male è costretto a vedere e a sentire ciò che in condizioni normali gli farebbe piacere assistere. I suoi occhi sono tenuti aperti con delle apposite pinzette per obbligarlo a vedere : questa è la

rappresentazione distorta dello spettatore in sala che non può distogliere l’occhio dallo schermo.

“Arancia meccanica” non ha eguali. È allo stesso tempo affascinante e inquietante, oltre che innovativo e moderno.

 

 

  1. “The Truman Show”, (1998) di Peter Weir

Affrontiamo ora un altro tipo di violenza, quello della nostra società, esasperata dai social media e dalla tv.

Candidato a tre premi Oscar, e vincitore e tre Golden Globe, “The Truman Show” ha saputo anticipare l’era televisiva dei reality show che oggi viviamo. Uscito nel 1998, e diretto da Peter Weir, il film racconta la vita di Truman Burbank. Ha trent’anni, lavora in una società di assicurazioni, è sposato con una bella ragazza che fa l’infermiera: tutto sembra regolarmente tranquillo e sereno. Fino a quando comincia ad accorgersi che qualcosa non va, c’è qualcosa di strano nella vita che conduce, qualcosa di ripetitivo, monotono, artificioso. Cerca di capirci qualcosa in più, ma è difficile arrivare a comprendere cosa è stata la sua vita fino a quel momento: una grande finzione. Truman è il protagonista di uno show televisivo. Tutto ciò che c’è intorno a lui è un set, le persone sotto attori o comparse, le case, gli edifici, le strade: tutto è un set. 

 

 

Anche la moglie e il migliore amico sono attori. A capo di tutto questo c’è Cristof, un produttore, che ha iniziato a riprendere con una telecamera la vita di Truman si dalla sua nascita. Tutta l’America impazzisce per questo reality-verità. “Siamo veramente stanchi di vedere attori che ci danno false emozioni, esauriti da spettacoli pirotecnici o effetti speciali. Anche se il mondo in cui si muove è per certi versi falso, simulato, non troverete nulla in Truman che non sia veritiero. Non c’è copione, non esistono gobbi. Non sarà sempre Shakespeare, ma è autentico. È la sua vita”, dice il produttore del reality show.

Cristof esercita un delirio di onnipotenza nei confronti di Truman: impone come deve vivere, e con chi, decide quanto e come metterlo alla prova. Guarda tutto dall’alto e muove le fila della sua vita e degli attori che gli stanno intornoDopo trent’anni in cui si è tenuto un uomo sotto i riflettori decidendo tutto per lui, il regista e il pubblico che assiste, hanno perso totalmente il senso della realtà.

 

Sono tutti concentrati sul fatto che funzioni, sul business che ruota intorno, sugli sponsor. Nessuno si rende conto che c’è in gioco la vita di una persona, che ha vissuto nella finzione più totale per trent’anni. Appena Truman scopre tutto l’inganno, si sente smarrito ma determinato allo stesso tempo a scappare, a percorrere la sua strada al di fuori di questo studio televisivo, senza più finzioni. Cristof lo esorta a ragionare: “Ascoltami Truman, là fuori non troverai più verità di quanta non ne esista nel mondo che ho creato per te. Le stesse ipocrisie, gli stessi inganni, ma nel mio mondo tu non hai nulla da temere. Io ti conosco meglio di te stesso”, ma alla fine decide di arrendersi alla sua missione e lasciarlo andare.

 

 

 

Peter Weir ha messo in scena una metafora sull’influenza dei media, ma da una nuova prospettiva. “The Truman Show” è la rappresentazione esasperata delle conseguenze che una società dominata dai media provoca. Se nel “Grande Fratello”, considerato come prototipo del genere, i protagonisti sono consapevoli del ruolo che gli è stato affidato, cercato e voluto, Truman qui è l’unico a non recitare una parte. Truman infatti sta proprio per “True Man”, uomo vero, autentico. In una società in cui l’apparire conta più dell’essere, quali sono i programmi che ottengono maggiore audience? I reality show, appunto. Sono costruiti dei veri e propri mondi artefatti, in cui le persone sono sottoposte a sfide di sopravvivenza, o sono indotte a stabilire relazioni sociali. Dopo una serie di “prove”, c’è sempre poi un vincitore, un sopravvissuto. Che cosa rappresenta chi vince? È il migliore, colui che ha saputo recitare meglio la sua parte. Non esiste spontaneità, verità. Tutto viene costruito dai produttori in base a ciò che può creare un pubblico più vasto, in base a ragionamenti economici, ovviamente. I media oggi hanno un grandissimo potere e una vastissima risonanza, sono capaci di influenzare le scelte delle persone, addirittura arrivano a pilotare queste scelte, come se ci fosse qualcuno che scrivesse una storia, come se non ci fosse un’alternativa a un pensiero o un’azione già predefinita da qualcuno al di sopra di noi.

“The Truman Show” sembra più attuale ed emblematico oggi. È diventato molto difficile, se non impossibile, distinguere la realtà dalla finzione. Risulta sempre più complicato definire qualcosa di vero, nella sua accezione di puro, autentico, reale. Tutto questo spaventa e disorienta, perché bisogna imporsi sempre di più per mantenere sempre integra la nostra spontaneità, per non lasciare che nessuno possa decidere o compiere qualunque gesto al nostro posto. Questo film è al passo con i nostri tempi. È facile riconoscersi nella trama: tutti almeno una volta ci siamo sentiti protagonisti del “nostro Truman Show”: spinti a fare qualcosa non di nostra volontà, carichi di aspettative, di richieste, indirizzati verso una vita che non ci appartiene, circondati da “attori”, da finzione. Anche noi, come Truman, forse vorremmo scappare e cercare una via d’uscita dal mondo artificioso che ci è stato costruito attorno.

Mariantonietta Losanno

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