IL CINEMA IMPEGNATO: ORSON WELLES, “QUARTO POTERE”

“Il cinema è un mestiere. Nulla può essere paragonato al cinema. Il cinema appartiene al nostro tempo. È la cosa da fare”.

(Orson Welles, “Cahiers du Cinéma”, 1965)

C’è uno stretto legame tra il linguaggio politico e il linguaggio cinematografico. La storia del cinema, infatti, è stata fortemente influenzata da eventi di natura politica. Cominciamo ad esempio dalla causa proletaria di Elio Petri espressa in “La classe operaia va in paradiso” (1971), in cui si parla di classe operaia, lotta di classe, borghesia : forse oggi sono cambiate le modalità, ma il concetto di sfruttamento è rimasto immutato.

Sergej Michajlovič Ėjzenštejn

Proseguiamo poi con Sergej Michajlovič Ėjzenštejn che ha mostrato in “Sciopero!” (1925) la condizione in cui versava la Russia nel 1912 nel periodo precedente alla rivoluzione; Mario Monicelli in “I compagni” (1963) ci ha regalato invece un affresco dell’Italia di fine Ottocento; e ancora Jean-Luc Godard, o Ken Loach che con “Riff Raff” (1991) porta sullo schermo la visione realistica della Gran Bretagna nel periodo di Margaret Thatcher, un film duro, impegnato, diretto.

Possiamo citare ancora altre pellicole riguardanti ad esempio le conseguenze della nascita delle ideologie fasciste e naziste (“Novecento” (1976), di Bernardo Bertolucci) o ancora le tensioni culturali degli anni sessanta e settanta.

 

Sarebbe stato impossibile, d’altronde, che il cinema avesse potuto ignorare il contesto storico. Le pellicole che abbiamo a disposizione sono, allo stesso tempo, oggetto di denuncia e testimonianze di realtà del passato percepite da chi ne faceva parte.

 

Vogliamo soffermarci in particolare su un regista che ha saputo elaborare un suo personale modo di trattare la politica, e ha saputo percepire i fermenti della sua società testimoniandoli nelle sue pellicole ancora oggi oggetto di studio.

Orson Welles

Orson Welles nasce il 6 maggio 1915 a Kenosha (Wisconsin, Stati Uniti). Ha un’infanzia felice e precoce. Compie i suoi studi alla Washington School di Madison (Wisconsin), più o meno fino al ’24, e poi alla Todd School di Woodstock (Illinois), dove avvengono le prime esperienze teatrali nelle recite scolastiche. L’America, intanto, si sta avviando verso il crollo del ’29 : gli Stati Uniti hanno vinto la guerra e questo ovviamente si riflette sul benessere della nazione. Nei primi anni ’20 la produzione e l’occupazione registrano un aumento costante, mentre prezzi e salari rimangono stabili. In Borsa, le azioni continuano a salire in modo graduale fino al ’27-’28, quando i grossi speculatori decidono il rialzo “folle”, incontrollato.

Nel 1929, però, la musica cambia : la produzione comincia a diminuire e scendono i prezzi agricoli, fatti che si ripercuotono virtuosamente sul mercato azionario. Molti vendono, altri falliscono. Le grandi banche finanziarie non riescono a sostenere il mercato. Il 24 ottobre si vendono 12 milioni di azioni. In poco tempo, è il crack.

Anni ’30, anni di New Deal, anni di riforme sociali, nella politica, nell’economia. Welles non rimane fermo. Oltre al teatro, è la radio a far conoscere il suo potenziale. A ventitre anni infatti, sull’onda del clamore radiofonico, Welles si appresta a fare il suo ingresso a Hollywood, un ingresso trionfale e molto invidiato. A venticinque anni arriva il primo capolavoro : “Quarto potere”.

“Quarto potere” (1941)

“Solo una persona può decidere il mio destino, e quella persona sono io” : frase detta da Orson Welles stesso nei panni di Charles Foster Kane.

“Quarto potere” esce in prima visione il 9 aprile 1941 (per la stampa) a New York e a Los Angeles, qualche settimana dopo anche per il pubblico. La critica sancisce il successo assoluto del film, il pubblico, invece, molto meno. Il film, in realtà, passerà alla storia del cinema come uno dei “capostipiti” di un certo modo di fare cinema.

“Quarto potere” racconta la storia dell’inchiesta fatta da un giornalista di nome Thompson per scoprire il senso delle ultime parole del vecchio magnate dell’editoria Charles Foster Kane, poiché ritiene che sono le ultime parole a spiegare la vita di un uomo. Lui non capirà mai cosa Kane volesse dire, ma il pubblico invece lo capisce. La sua inchiesta lo porta da cinque persone che conoscevano bene Kane, lo odiavano e lo amavano. Ne ricava quindi cinque storie diverse, ciascuna delle quali molto parziali, in modo che la verità su Kane potrà solo essere dedotta, come d’altronde ogni verità su un individuo, dalla somma di tutto quello che è stato detto su di lui. Secondo alcuni Kane amava soltanto sua madre, secondo altri amava soltanto il suo giornale, e secondo la sua seconda moglie, amava solo se stesso. Forse amava tutte queste cose, forse non ne amava nessuna. Il pubblico è l’unico giudice. Kane era al tempo stesso egoista e disinteressato, idealista e imbroglione, un uomo grandissimo e un uomo mediocre. Tutto dipende da chi ne parla. Non viene mai visto attraverso l’occhio obiettivo di un singolo. Lo scopo del film risiede proprio nel proporre il problema, piuttosto che nel risolverlo.

Qual è la novità del film rispetto agli stereotipi del “fare cinema”? La pellicola è un fatto nuovo perché imposta la narrazione su un campo fino ad allora poco battuto, e assai controverso: il film psicologico. Innanzitutto, la prima cosa che lascia perplessi, data la portata del film, è che si tratta per Welles del suo esordio. E senza dubbio possiamo affermare che realizzare un’opera simile all’età di venticinque anni è già oggetto di interesse.

Ma non si ferma di certo qui l’importanza che “Quarto potere” riveste nella storia del cinema. Il film esce dal quadro del suo tempo, e resta un manifesto ancora valido. Se oggi però la critica cinematografica è unanime nel proclamare “Quarto potere” come la pietra angolare che ha per sempre rivoluzionato la storia del cinema, non si può certo dire fu lo stesso riscontro che ebbe al tempo della sua uscita nelle sale. La pellicola, infatti, sollevò da subito una consistente dose di polemiche, soprattutto a causa di una forte componente ispiratrice sulla vita del magnate dell’informazione William Randolph Hearst, ma anche per lo stile innovativo, inconsueto e contraddittorio dell’opera. Pur non avendo tratto da subito ampi consensi, “Quarto potere” fu poi riconosciuto (ed è riconosciuto anche oggi), come un grande classico che mostra con nitidezza e attualità una vita sociale continuamente soggiogata dall’amoralità politica del potere, dell’egoismo, della falsità, e che inevitabilmente conduce alla più disperata solitudine.

“Quarto potere” è un capolavoro che rifiuta qualsiasi classificazione di genere, è un’opera che racconta una doppia drammatica incapacità: il limite dei mezzi di comunicazione nel manipolare e ricostruire la vita di un uomo, e quella dei beni materiali di sopperire alla mancanza di sentimenti. E c’è una grande vittoria: quella del cinema. A rendere immortale “Quarto potere” è il ruolo del cinema. Solo la macchina da presa ha il potere di superare i limiti della conoscenza, di valicare i divieti (“No Trespassing”), e di cercare di svelare anche i segreti più profondi. “Quarto potere” è stato solo l’inizio dei cinquant’anni di carriera di una delle personalità più ricordate nella storia del cinema.

Mariantonietta Losanno

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