“AMERICAN BEAUTY”: CHE COS’È LA BELLEZZA?

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“Che cosa desideriamo noi vedendo la bellezza?
Desideriamo di essere belli, crediamo che a ciò vada congiunta molta felicità. Ma questo è un errore.” 

Friedrich Nietzsche

 

Con cinque premi Oscar vinti su otto candidature e tre Golden Globe su sei nomination, “American Beauty” (1999), scritto da Alan Ball e diretto da Sam Mendes è una di quelle pellicole difficili da dimenticare. Oltre a rappresentare uno spaccato di vita quotidiana, offre spunti di riflessione in ogni suo minimo aspetto. Kevin Spacey è il protagonista indiscusso dell’opera: è un uomo frustrato, che si sente in trappola perché il suo matrimonio non funziona più, né tantomeno sono migliori i rapporti con la figlia adolescente, il lavoro non lo appaga, e inizia a provare addirittura un’infatuazione per una compagna di scuola di sua figlia, ancora minorenne.

Cerchiamo di spiegare meglio tutti gli spunti di riflessione che la pellicola presenta partendo da una delle prime immagini che il regista mostra: una perfetta rosa rossa recisa dal suo gambo. La rosa simboleggia la bellezza effimera e superficiale, e l’intento del regista è proprio quello di far in modo che il pubblico metta da parte l’apparenza e si concentri sul concetto di bellezza che spesso viene inteso come sinonimo di perfezione. Che aspetto ha la vera bellezza? La bellezza è nel nostro sguardo, è semplicemente quella capacità di apprezzare un particolare, un dettaglio nascosto che riesce a suscitare un’emozione. Non c’è bellezza nella perfezione, perché la stessa perfezione può nascondere difetti, insicurezze, o semplicemente banalità. In “American Beauty” la bellezza è rappresentata anche da una semplice busta di plastica mossa dal vento: quello che può sembrare senza valore, possiede in realtà un fascino e una rilevanza inspiegabili. Proprio perché c’è una vita intera dietro ogni cosa, anche dalla più piccola e insignificante. Bisogna, però, imparare a guardare attentamente, più da vicino. Se i nostri occhi non sono predisposti a vedere la bellezza, allora non la vedranno mai. La frustrazione, la sensazione di disagio nel sentirsi parte di qualcosa che non ci appartiene, può condizionare la nostra percezione delle cose.

“American Beauty” è una satira delle ossessioni del ceto medio americano. Ma il messaggio non riguarda solo l’America. Tutti possono provare empatia per i personaggi che Mendes porta sullo schermo, semplicemente perché sono umani, sono persone che hanno perso la passione per la vita, che sono sommersi dalle incombenze materiali della quotidianità, che lottano contro un’ossessione generalizzata per l’apparenza che li allontana da ciò che sono e da ciò che è vero. Fin dove può spingersi la frustrazione? Può diventare rabbia, che spinge a procurarsi gioie nei pensieri più sbagliati che facilmente diventano perversioni. Come abbiamo detto, è una cliché che non morirà mai quello dell’uomo adulto che si invaghisce di una ragazza giovane che vive giorno per giorno, senza curarsi delle responsabilità, dei problemi, delle incombenze che invece sicuramente hanno peso per un uomo di più di quarant’anni. Ma lo sguardo sensuale di un’adolescente può ridare realmente la voglia di vivere? Non allontana ancora di più da un senso di appagamento e serenità?

“American Beauty” non impone i suoi messaggi prepotentemente, li suggerisce, li rende evidenti per chi è in grado di coglierne l’essenza. Non sarà un’avventura con un adolescente a ravvivare l’esistenza di un uomo deluso dalla vita e incapace di apprezzare la bellezza delle cose, né sarà tantomeno la trasgressione che si concede invece la moglie di Lester Burnham (Kevin Spacey) con un collega opportunista e senza scrupoli. L’apparenza e il materialismo hanno preso il posto del piacere di condividere la vita, alimentando il desiderio di prevalere l’uno sull’altro piuttosto che ritrovarsi.

Le dinamiche della famiglia Burnham vengono raccontate anche attraverso la telecamera di uno strano e curioso vicino di casa, che passa molto tempo alla sua finestra (immancabile il riferimento a “La finestra sul cortile” del maestro Hitchcock), a sbirciare dei momenti della loro vita quotidiana. È come se avvertisse il bisogno di imprimere su pellicola le proprie esperienze allo scopo di ricordarle, rendendole immuni da quell’oblio capace di oscurare intere vite.

In “American Beauty” non ci sono vincitori ma solo vite umane, che dopo un lungo processo di maturazione (in cui non mancano colpi di scena), raggiungono un livello più o meno elevato di consapevolezza, unica condizione possibile per il raggiungimento della felicità. La pellicola insiste sul concetto di bellezza proprio perché tenta di dare un’alternativa valida a un’esistenza insoddisfatta: quella di vedere la bellezza in ogni piccolo gesto quotidiano, abbandonando la superficialità cercando il significato vero e puro di ogni singolo aspetto della nostra esistenza. “American Beauty” è un film necessario, oltre ad essere geniale ed efficacemente educativo.

Mariantonietta Losanno