“REQUIEM FOR A DREAM”: L’OSSESSIONE E IL DELIRIO RAPPRESENTATI DA DARREN ARONOFSKY

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Se l’universo di David Fincher era confuso, spaventoso e disturbante, allora per comprendere quello di Darren Aronofsky dobbiamo immaginare qualcosa di ancora più controverso e alienante.

Darren Aronofsky è nato a New York nel 1969, ed è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense. Fin dal suo esordio con π – Il teorema del delirio” (1998) ha dimostrato di avere una personalità molto lontana dal panorama mainstream. La sua prima pellicola, infatti, è un viaggio (o forse un incubo) in una serie di incomprensibili e folli allucinazioni di un matematico affetto da potenti crisi di emicrania e perennemente rinchiuso nel suo appartamento. Le allucinazioni mostrate nel suo primo lavoro dietro la macchina da presa le ritroveremo costantemente nelle sue pellicole successive, ad esempio in “Requiem for a dream” (2000), che sarà quella su cui ci soffermeremo più approfonditamente, ma anche ne “Il cigno nero” (2010), in cui è il mondo della danza ad essere protagonista e a creare l’alienazione e l’angoscia.

Anche “Madre!”, la sua ultima pellicola uscita nelle sale lo scorso settembre, ha confermato quanto abbiamo appena detto. Il film ha l’ambizione (e forse l’arroganza) di voler parlare dell’intera umanità. Sono tanti -e troppi- i temi trattati, per dirne solo alcuni : l’aggressività umana, la creazione, i cambiamenti del clima, l’inquinamento. Tutte cose, però, che non sembrano legate tra loro. E forse è proprio così. Ma il fascino del film e dell’intera filmografia di Aronofsky sta proprio nel lasciare volutamente spiegazioni irrisolte, che portano lo spettatore a riflettere e tante volte a perdersi. “Madre!” genera fastidio e dissenso, ma anche fascino e riflessione. Più che un film, è un’esperienza. E possiamo dire anche un’esperienza unica, sia nell’accezione positiva che negativa.

 

“Requiem for a dream”

È uno dei film più caratterizzanti di tutta la filmografia di Aronofsky. Quando uscì nelle sale il regista statunitense aveva poco più di trent’anni e presentava già una personalità sopra le righe, che non aveva paura di osare.

Tratto dall’omonimo romanzo di Hubert Selby del 1978, la pellicola è divisa in tre sezioni, riferibili a tre stagioni e tre differenti stati d’animo e livelli di follia. Ci sono tre personaggi principali: Sara Goldfarb e suo figlio Harry Goldfarb, lei casalinga vedova la cui unica attività consiste nel guardare il suo talk show preferito alla tv e conversare amabilmente con le vicine, lui tossicodipendente che vive di espedienti e cerca in continuazione qualunque mezzo per procurarsi l’eroina, e infine Marion Silver, la fidanzata di Harry, che conduce il suo stesso stile di vita, alla costante ricerca di sostanze stupefacenti. Le vite di queste tre personaggi vengono rappresentate a partire dall’estate, che è il periodo migliore per tutti: Sara ha ricevuto un invito per poter partecipare al programma televisivo che segue così accanitamente, Harry e Marion sono innamorati e, nonostante il traffico di eroina che hanno messo in piedi, cercano di realizzare il sogno di Marion, aspirante stilista, di aprire un negozio di vestiti. Per quanto sia la stagione in cui tutti sembrano apparentemente stare meglio, i problemi e le angosce di entrambi i personaggi sono tangibili ed è facilmente prevedibile il loro destino.

L’autunno infatti è l’ultimo passo verso il delirio assoluto che vedremo rappresentato nell’ultima stagione, l’inverno. Sara ha iniziato a prendere delle pillole per dimagrire, ha iniziato ad avere allucinazioni sempre più ricorrenti: il frigorifero (emblema del cibo, sua ossessione) sembra muoversi, la televisione è sempre più reale, riesce addirittura a vedere i personaggi che escono dallo schermo che popolano il suo salotto. Harry spende tutti i soldi guadagnati spacciando droga per pagare la cauzione al suo amico finito in carcere dopo un affare andato storto, Marion invece, in preda all’astinenza, ha iniziato a prostituirsi per potersi procurare la droga. L’inverno è la fine per tutti: Sara è rinchiusa in una clinica psichiatrica, Harry ha una gravissima infezione al braccio per la quale sarà costretta l’amputazione, Marion si presta a uno show lesbico molto spinto per ottenere in cambio dell’eroina.

Darren Aronofsky è un regista estremo, che non ha paura di spingersi oltre, di disturbare, di eccedere. È un regista che divide, si può solo amare o odiare, senza nessun’altra sfumatura. Non si chiude mai in un stile prevedibile, e intende esplorare la natura umana più profonda e oscura in ogni suo lavoro. Nessun compromesso, nessun filtro. Ogni suo film ha un forte impatto, e sicuramente non passa inosservato. È anche difficile provare e riassumere tutto quello che accade: tutto è estremamente surreale. Le immagini hanno una grande potenza e restano impresse, e questo è in grado di farlo solo un grande regista.

Non esiste il Bene in “Requiem for a dream”non esiste una speranza di cambiare le sorti di un destino ormai già terribilmente scritto per entrambi. È una pellicola esplicita, forse anche traumatizzante, che mostra la lenta e inesorabile fine di ogni sogno per entrambi i personaggi che rappresentano tipi di ossessione diversa. Aronofsky è capace di destabilizzare lo spettatore, il percorso autodistruttivo dei protagonisti è un pugno allo stomaco, è come se potessimo avvertire lo stesso dolore e la stessa impotenza. “Requiem for a dream” è una pellicola che va anche al di la della rappresentazione degli effetti della droga, è qualcosa di ancora più profondo e violento. L’assenza della primavera, metaforicamente stagione della rinascita, determina la scelta di Aronofsky di abbandonare ogni buonismo o forma di speranza. La realtà di “Requiem for a dream” non fa sconti. Bisogna essere capaci di immergersi nel film senza però perdere mai la lucidità, è un modo di fare cinema da maneggiare con cura, ma chi è in grado di accettare la provocazione riuscirà a farsi sorprendere dallo stile fuori dagli schemi di Aronofsky.

Mariantonietta Losanno