I 120 ANNI DI SERGEJ M. ĖJZENŠTEJN: L’EREDITÀ DI UN GENIALE MAESTRO DEL CINEMA

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Sergej M. Ėjzenštejn – regista, sceneggiatore, montatore, scrittore, produttore cinematografico e scenografo sovietico 1898-1948

120 anni fa nasceva a Riga (Lettonia) una delle personalità più influenti della storia del cinema, Sergej M. Ėjzenštejn. Il regista sovietico, diventato troppo presto un mito, del quale però è sempre stato complesso scrivere una biografia senza incontrare difficoltà. Pertanto il nostro compito sarà quello di tentare di andare al di là degli stereotipi e analizzare le idee innovative di un autore che ha cambiato il modo di fare cinema. Tutti l’hanno stimato, molti lo hanno anche frainteso, ma senza dubbio a Ėjzenštejn va resa giustizia, solo considerando il fatto che le sue invenzioni conservano rilevanza anche dopo centoventi anni.

È come se il suo destino fosse stato già scritto. La sua grandezza è stata esaltata da tutti, quasi come se fosse implicita, automatica e Tolstoj insegna: “Se tutta la complessa vita di molti passa inconsciamente, allora è come se non ci fosse mai stata”. Ma nulla può essere dato per scontato. Nonostante le critiche e le contraddizioni, Ėjzenštejn rimarrà per sempre il regista che ha saputo mostrare sullo schermo, concretamente e realisticamente, l’uomo suo contemporaneo e i problemi della sua società.

I lavori di Ėjzenštejn sono ancora oggi oggetto di interesse poiché continuano ad offrirsi come bisogni di conoscere, di sapere, di capire la realtà rappresentata. Per spiegare meglio questo concetto ci serviamo di una citazione di Jean-Luc Godard: “I grandi autori sono probabilmente quelli di cui si sa pronunciare soltanto il nome quando diventa impossibile spiegare altrimenti le sensazioni e i sentimenti molteplici che ci assalgono in certe circostanze eccezionali, davanti a un paesaggio sorprendente o a un avvenimento inatteso”. Altrettanto riduttivo sarebbe parlare subito delle opere di Ėjzenštejn senza tener prima conto del contesto storico-culturale in cui i suoi film sono nati, senza presentare il quadro storico potrebbe venir fuori una lettura superficiale e poco chiara.

Ėjzenštejn è stato un membro della cosiddetta avanguardia russa degli anni venti, che si rifa storicamente alla Rivoluzione d’Ottobre, considerata importante non solo per il suo valore emblematico di rottura con la monarchia, ma anche per la sua funzione di rinascita sociale. Dopo il 1917 la Russia non sarà più la stessa, il concetto di rivoluzione deve essere inteso infatti a trecentosessanta gradi, e deve essere percepito come nascita di un mondo nuovo, in cui bisogna inventare tutto. E Ėjzenštejn lo ha fatto, mettendo a punto tecniche fondamentali di ripresa e montaggio che rimarranno nell’immaginario collettivo. Le immagini dei suoi film tentano di costruire un modello di attrazione per lo spettatore che in realtà è una sorta di possibilità di imporgli un trauma percettivo e emotivo o un coinvolgimento sensoriale.

Questi esperimenti li troviamo anche nel suo film più citato, che è finito con il diventare poi il film per antonomasia, sintesi di linguaggio cinematografico, di coscienza politica e di sublimazione artistica : “La corazzata Potëmkin”, un’opera immortale. Di pochi film si è scritto tanto. Affrontiamo invece il primo lungometraggio di Ėjzenštejn, precedente anche a “La corazzata Potëmkin”: “Sciopero!”.Immagine correlata

 

“Sciopero!” (1924)

Un esordio senza precedenti, un’opera sperimentale, insolita e innovativa.

Russia 1912. Un operaio è ingiustamente accusato di furto dai suoi padroni. Dopo il suo suicidio, a causa del torto subito, i lavoratori della fabbrica organizzano uno sciopero per protestare, non solo come atto di accusa contro la durezza padronale, ma anche come dimostrazione di solidarietà. La reazione della polizia è durissima: si assiste ad un vero e proprio massacro. Il primo lungometraggio del regista sovietico è un’opera che ha una grande forza espressiva. Un’opera cruda, in cui si assiste a una strage senza distinzioni: visti gli inutili i tentativi per indurre gli operai a far ritorno nella fabbrica, infatti, la polizia uccide uomini, donne e bambini. La folla è la vera protagonista del film.

In “Sciopero!” abbiamo il primo esempio di arte rivoluzionaria in cui la forma si rivela più rivoluzionaria del contenuto. La messa in scena, inoltre, predilige un taglio naturalistico nel tratteggiare i volti dei lavoratori ponendoli in contrasto con le rappresentazioni dei padroni e dei loro complici. Celeberrimo il finale, vera e propria applicazione cinematografica dell’assunto teorico noto come montaggio delle attrazioni o montaggio intellettuale. Alternando le inquadrature del massacro operato dalla polizia zarista alle immagini di un macello di buoi, Ėjzenštejn costruisce un racconto analogico che attraverso il comparto visivo conferisce un preciso significato metaforico a ciò che viene mostrato.

Questa sequenza sarà omaggiata da Francis Ford Coppola in Apocalypse Now” (1979).

 

 Mariantonietta Losanno