ALEJANDRO GONZÁLEZ IÑÁRRITU A CONFRONTO: “BIUTIFUL” E “BIRDMAN”

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Ho due virtù. Una è il concetto. Vedo con precisione tutto ciò che non deve essere e quello che deve essere. La seconda è il ritmo. Per me il ritmo è Dio. Senza ritmo non c’è danza, né architettura, né musica. Le stelle hanno un ritmo, l’universo è ritmicamente ordinato, l’arte è il palpito di quel ritmo e, se non ce l’hai, è impossibile creare qualcosa. Quel ritmo io ce l’ho.

Alejandro González Iñárritu

Alejandro González Iñárritu: un cinema raffinato, studiato, versatile. Per entrare nel mondo del regista messicano affronteremo due pellicole nettamente distanti tra loro, in modo da poter cogliere a pieno la sua ecletticità.

 

  1. “Biutiful” (2010)

“Biutiful” è il punto di rottura di Iñárritu con Giullermo Arriaga, lo sceneggiatore che ha firmato i suoi precedenti lavori, una sorta di taglio netto con il passato che sancisce l’inizio di una nuova fase della carriera del regista messicano.

Focalizziamo l’attenzione proprio sul titolo: perché “Biutiful”? L’errore è voluto, naturalmente. E dalla storpiatura di una semplice e comunissima parola inglese parte tutto. Uxbal vive a Barcellona e si guadagna da vivere procurando lavoro a degli immigrati clandestini, ha due figli e una moglie che non è in grado di occuparsene perché soffre di un disturbo bipolare. È proprio Ana a chiedere al padre Uxbal come si scrive la parola “beautiful”, e la risposta è questa: come si pronuncia, biutiful. La parola scritta male è la chiave di tutto quello che la pellicola mostra: una bellezza distorta, usurpata, degradata. Protagonista assoluto è Uxbal (Javier Bardem), un uomo solo e buono, ma che è immischiato in traffici illegali e si fa pagare dai parenti in lacrime per qualche rivelazione dai loro defunti. Improvvisamente scopre di avere un cancro, per cui potrà vivere per soli due mesi. Il tema della morte è affrontato in modo da rendere lo spettatore empatico e partecipe, ma anche impotente di fronte alla realtà totalmente disagiata.

Ogni elemento trasmette un senso di distruzione, a partire dalla città: la Barcellona turistica è lontana e irriconoscibile, appare solo in alcuni frammenti sfumata dalla foschia del mattino; il rapporto tra Uxbal e i figli è intaccato dalla presenza di una madre che solo nei pochi momenti di lucidità riesce ad infondere affetto; la malattia di Uxbal distrugge lentamente il suo corpo, portandolo al minimo delle forze; gli immigrati vengono sfruttati, letteralmente annientati. Sembra che anche Iñárritu sia emotivamente coinvolto, come se provasse attraverso Uxbal le sue stesse paure, la stessa sensazione di dissoluzione totale.

“Biutiful” è un’opera complessa, è il ritratto di un universo caotico, buio e disperato che cerca invano una salvezza. È una pellicola lacerante, potente, che non si dimentica, è un film che non ha paura di immergersi a fondo per verificare se all’essere umano sia rimasto ancora qualcosa che assomigli alla speranza. Senza Arriaga che aveva firmato “Amores Perros” (2000), “21 grammi” (2003), e “Babel” (2006), Iñárritu porta sullo schermo un cinema tutto suo, intimista e con un asse narrativo molto forte.

  1. “Birdman” (2014)

Riggan Thompson è una celebrità decaduta, un attore molto conosciuto per aver interpretato “Birdman”, il supereroe alato, un ruolo che gli ha dato notorietà ma da cui sta cercando disperatamente di allontanarsi. Mette in scena una pièce tratta dall’opera “What We Talk About When We Talk About Love” di Raymond Carver, uno spettacolo che non ha nulla a che fare con i suoi film pieni di effetti speciali. “Birdman” è diventato il suo alter ego, Riggan arriva persino a sentire la sua voce, a questo si aggiungono poi le difficoltà economiche e i problemi familiari: Thompson non regge più la tensione. L’opera che ha messo in scena è il suo tentativo di rivalsa, ha investito tutte le sue forze per realizzarlo, è diventata ormai un’ossessione, il suo unico scopo nella vita. Questo clima di isterismo sembra proprio un presagio per un totale e clamoroso fiasco.

La sinossi sembra finora semplice e lineare, ma in realtà è funzionale a Iñárritu per approfondire molti altri temi. Innanzitutto, un elemento costante nella filmografia del regista messicano è il tema della morte (che abbiamo visto affrontato in maniera diversa in “Biutiful”), che affligge continuamente Thompson, lo porta sull’orlo dell’esaurimento, i suoi deliri non sono più gestibili e sembra ci sia un’unica soluzione possibile per liberarsi da queste ossessioni. Potremmo dire quindi che è evidente una dose di pessimismo, ma “Birdman” ci sorprende, poiché sebbene l’angoscia del protagonista sia palpabile, lo spettatore riesce ad avvertire uno straordinario senso di liberazione. Ed era proprio questo l’intento del regista, infatti a tal proposito riportiamo un estratto di una sua intervista: “Birdman è un film che ha ali che mi hanno liberato. Ho cambiato il modo di affrontare gli argomenti, ma questi rimangono gli stessi: chi diavolo siamo, che senso ha e che cos’è questa vita. È un film per tutti noi che sentiamo questi problemi. Parla del bisogno di essere riconosciuti, del confondere l’ammirazione con l’amore; del capire troppo tardi che era amore quello che abbiamo avuto e non ce ne siamo resi conto, e che era questa l’unica cosa di cui avevamo bisogno. Noi esseri umani siamo creature patetiche e adorabili. In ognuno di noi c’è un po’ di Birdman”.

Il tema della morte in contrasto al senso di libertà non è, come abbiamo detto, l’unico affrontato da Iñárritu, infatti è presente anche un’importante riflessione sul concetto di fama, e su come si diventa famosi: è fondamentale ad esempio il numero delle visualizzazioni su Youtube, non importa se il video sia di contenuto interessante o educativo, anzi, più divertente o scioccante è lo spettacolo, più le persone lo vedranno e lo diffonderanno. “Birdman”, dunque, è assolutamente attuale. Inoltre, Iñárritu si sofferma anche sul ruolo della stampa (vista come una professione basata sull’invidia e in cui manca obiettività), e su quanto incida la critica a influenzare il parere del pubblico, ma anche su quanto influisca psicologicamente sulla carriera di un attore, e sul suo stato d’animo.

“Birdman” è un progetto ambizioso che tenta in tutti i modi di sbalordire lo spettatore, è un film dinamico che forse tende anche all’eccesso, ma Iñárritu è in grado di valutare i rischi e sa come agire, infatti la pellicola ha ricevuto ben nove candidature al premio Oscar nel 2015, di cui poi ne ha vinte quattro. 

Mariantonietta Losanno