PIANETA CARCERE: IL PARADOSSO DI UNA RIFORMA

 di Alfredo Grado*

       Alle soglie delle Elezioni Politiche del 4 marzo, prosegue l’iter parlamentare dello schema di decreto legislativo, approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri lo scorso 22 dicembre, sulla riforma dell’ordinamento penitenziario. Con essa, è previsto il rafforzamento e l’ampliamento delle misure alternative al carcere, superando automatismi e preclusioni, tranne che per i condannati per delitti di mafia e terrorismo.  Lo schema di decreto contiene anche novità sulla sanità penitenziaria, con l’equiparazione tra infermità fisica e psichica, volta a garantire adeguati percorsi rieducativi compatibili con le esigenze di cura della persona.

        Premesso che lo “stato di salute” non riguarda solo il singolo ma si riflette sulla collettività, per cui la relativa tutela “implica e comprende il dovere di non ledere né porre a rischio con il proprio comportamento la salute altrui”, appare paradossale pensare ad una sanità “più equa” mentre nel corso dell’anno che ci siamo lasciati alle spalle si è assistito ad un prepotente ritorno del carcere e del sovraffollamento. Basti pensare che nel 2017 i detenuti presenti sono stati circa 3.000 in più rispetto a quelli che si registravano alla fine del 2016. In aumento sono stati anche coloro che si trovavano in carcere in custodia cautelare, circa il 35%. Una percentuale destinata ad alzarsi nel caso degli stranieri. Tra questi, ad essere detenuti senza condanna definitiva sono stati il 41%. Al 31 dicembre 2016 invece il tasso di detenuti in custodia cautelare era del 34,7% (gli stranieri in custodia cautelare erano il 41,7%). Numeri molto al di sopra della media europea del 22%.  Ma non finisce qui!

       Ciò che lascia davvero perplessi è il fatto che su 78 carceri sparsi sull’intero territorio nazionale, <<nel 9% dei casi le celle sono senza riscaldamento; in 36 (46%) senza acqua calda, in 4 (5%) il wc non è in un ambiente separato, in 31 (40%) l’istituto non ha un direttore tutto suo; in 37 (47%) non ci sono corsi di formazione professionale e in 4 (5%) non è garantito il limite minimo di 3mq a detenuto>> (Dati Antigone). A ciò si aggiunga che dall’inizio dell’anno è arrivato a 6 il numero dei suicidi accertati nelle carceri italiane.

        Nelle carceri italiane i detenuti si tolgono la vita con una frequenza 19 volte maggiore rispetto alle persone libere e, spesso, lo fanno negli istituti dove le condizioni di vita sono peggiori, quindi in strutture particolarmente fatiscenti e con poche attività trattamentali. Ne è un esempio il carcere di Potenza, la cui condizione è stata denunciata dai sindacati del corpo di polizia penitenziaria della Basilicata, che parlano di un vero e proprio “rischio igienico-sanitario”. Oppure quello del carcere fiorentino di Sollicciano, nel quale lo scorso dicembre i detenuti hanno protestato alla presenza del Ministro Orlando per la mancanza di acqua calda e riscaldamenti.   Per non parlare poi della casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, tristemente nota per la mancanza cronica di acqua potabile con approvvigionamento mediante autobotti e per la vicinanza con il sito di San Tammaro per il trattamento dei rifiuti…

       Di fronte a questi dati è difficile pensare al rispetto dell’uomo detenuto e delle persone che ci lavorano. Diventa difficile immaginare che una riforma del sistema penitenziario possa configurarsi senza scontrarsi con il reale stato delle cose. Ma si dice che la vita, in fondo, può riservare sempre qualche bella sorpresa. Ce lo auguriamo…

*Docente di Sociologia del Diritto – Criminologo
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