“IL BANDITO DELLE 11” DI JEAN-LUC GODARD

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Jean-Luc Godard, André Bazin, Jacques Rivette,  Éric Rohmer, Claude Chabrol e  François Truffaut: l’équipe dei “Cahiers du Cinéma”, la più prestigiosa rivista di cinema francese degli anni cinquanta e sessanta (fondata precisamente nel 1951), luogo di teorizzazione e di promozione attiva di quel nuovo modo di fare, e anche di “leggere” e “vivere” il cinema che fu definito Nouvelle Vague. Sono quasi tutti giovanissimi, Godard ha appena vent’anni (era nato a Parigi nel 1930), e ovviamente hanno dei maestri: Henri Langlois, ad esempio, che nel 1934 aveva fondato la Cinémathèque Française e che ora poteva mostrare loro quei “film maledetti”, secondo la definizione di Jean Cocteau, oppure Roger Leenhardt, documentarista e critico di “Esprit” e di “Les Lettres Française”, che aveva appena girato un lungometraggio sull’amore di due adolescenti, “Les dernières vacances”, che aveva dato loro occasione di riconoscersi in uno stile e in una morale, oltre che in una classe sociale. “Noi ci consideravamo tutti, ai “Cahiers du Cinéma”, come futuri registi. Frequentare i cineclub e la Cinémathèque era già pensare cinema e pensare al cinema. Scrivere era già fare del cinema, perché tra scrivere e girare c’è una differenza quantitativa e non qualitativa”, ha detto Godard.

Improvvisazione, uso di tecniche agili, non appesantite dalle consuete apparecchiature, grande rapidità e conseguente basso costo: tutto ciò fa parte del normale modo di procedere della Nouvelle Vague e in genere di tutte le giovani cinematografie che si affermarono sullo scorcio degli anni cinquanta. Lo scopo cinematografico della Nouvelle Vague era catturare “lo splendore del vero”, per questo motivo nella realizzazione delle pellicole veniva eliminato ogni artificio che potesse compromettere la realtà: niente proiettori, niente attrezzature costose, niente scenografie complesse. I film venivano girati alla luce del giorno, per strada o negli appartamenti degli stessi registi, con attori poco noti, se non addirittura amici del regista, e le riprese vengono effettuate con una camera a mano, accompagnata da una troupe tecnica essenziale costituita per lo più da conoscenti.

“Pierrot le fou” (Il bandito delle 11), è stato girato nell’estate del 1965, così rapidamente da consentirne la presentazione alla mostra di Venezia nell’agosto dello stesso anno. È senz’altro uno dei film di Godard che presenta più sfaccettature. Nella pellicola ci sono tutte le componenti del “romanticismo” di Godard: dalla connessione fra amore e morte al tema della fuga, e a quello del tradimento.

Ferdinand e Marianne si rincontrano dopo cinque anni dalla fine della loro relazione e fuggono insieme: lui è stanco della sua vita borghese che vive con sua moglie, lei invece è stufa di passare le sue giornate con una banda di criminali. Si riaccende la fiamma, ma non tutto andrà come previsto. Per pochi film come questo la semplice descrizione della sinossi è insufficiente a cogliere la reale complessità del tutto. C’è una storia d’amore tormentata dall’insoddisfazione che entrambi avvertono per motivi differenti, c’è una fuga con annessi episodi pericolosi dall’epilogo facilmente prevedibile, c’è violenza, ci sono canzoni, c’è la letteratura: il riassunto non può rendere giustizia alla pellicola.

“Che cos’è il cinema?: Un campo di battaglia: amore, odio, azione, violenza, morte. In una parola: emozione”, risponde uno dei personaggi della pellicola alla domanda di Ferdinand. Questa risposta sembra chiarire anche l’idea di Godard che con “Pierrot le fou” ha realizzato un film-caleidoscopio, che individua sia la vivacità cromatica delle sue immagini, che la sua struttura fatta di instabili equilibri fra elementi eterogenei.

JEAN-LUC GODARD

“Pierrot le fou” è un film concitato, dove il tema della fuga ritorna, dopo che era stato affrontato nel suo celebre esordio del 1960, “Fino all’ultimo respiro”; è un’opera romantica, ma mai smielata, che mostra le difficoltà del vivere borghese e l’impossibilità di comunicazione all’interno di una coppia. Si cita la pittura (Godard ha dato grande importanza ai colori), la poesia, la letteratura, il cinema.

Mariantonietta Losanno