PRETI E SEMINARISTI: LA SUBCULTURA OMOSESSUALE DELLA CHIESA CATTOLICA

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       Se la tragica piaga della pedofilia viene affrontata costantemente dagli organi di stampa, attingendo a fatti di cronaca o statistiche più o meno serie, queste ultime fanno pure notare che ben più numerosi dei pedofili sono i sacerdoti che hanno relazioni non con bambini ma con ragazzi che hanno superato la pubertà, e nella maggioranza dei casi di sesso maschile. Non si tratta dunque di pedofilia, ma di “efebofobia”, ovvero di omosessualità con una predilezione per i minorenni. In tal senso, molti media tendono ad estendere con una certa costanza l’attenzione sulla questione più ampia della diffusione dell’omosessualità nel clero cattolico, compresa quella che si rivolge ai maggiorenni, fino ad indurre studiosi o giovani gigolò in cerca di celebrità, alla stesura di libri o volumi in tal senso orientati.

          Ferma restando la libertà che ciascuno di noi ha nel condividere una esperienza o nel trasformarla in qualcosa di remunerativo, resta il fatto che certi temi andrebbero affrontati con rigorosa serietà e scientificità onde evitare di scadere nel pettegolezzo e minare quei pochi valori che permangono nella società cattolica.  La premessa è indispensabile poiché qualsiasi discorso in tema di orientamenti sessuali tra i sacerdoti cattolici per diventare “patogena” deve necessariamente partire da un dato: quale percentuale dei sacerdoti cattolici è omosessuale? E qui la risposta potrebbe riservare una sorpresa. Giacché, se andiamo alla ricerca di cifre scopriamo che nessuno studio è mai riuscito a rispondere realisticamente a tale domanda. Le difficoltà di rilevazione, infatti, sono evidenti ed i campioni rischiano di essere poco rappresentativi. Quanto agli esordi, nel 1980 lo storico dell’Università di Yale John Boswell (1947-1994) dichiarò che una tolleranza dell’omosessualità sia in generale che tra i sacerdoti cattolici sarebbe esistita nell’Alto Medioevo, e che la repressione sistematica del comportamento omosessuale sarebbe iniziata solo nel XII secolo.

          Un dato tuttavia è certo, e risale al 1968. Anni in cui si è assistito ad un profondo sconvolgimento dei costumi, con effetti cruciali e duraturi sulla sessualità e sulla religione. C’è stato del resto un Sessantotto nella società e anche un Sessantotto nella Chiesa. La “rivoluzione” assestò un colpo durissimo alla «tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici», fino ad arrivare a contagiare – disse Benedetto XVI – «anche sacerdoti e religiosi», determinando fraintendimenti nell’interpretazione del Concilio, causando  «insufficiente formazione, umana, morale e spirituale nei seminari e nei noviziati», con conseguenze morali devastanti – anche, possiamo aggiungere, se non soprattutto, in tema di diffusione, pratica aperta e giustificazione dell’omosessualità. All’analisi di livello macro dell’epoca va tuttavia aggiunta quella micro, nella quale si intravede una psicologia che metteva in relazione l’omosessualità maschile con problemi irrisolti rispetto alla relazione con il proprio padre. Questa letteratura comprendeva studi specifici relativi a seminaristi omosessuali.

      L’esistenza di subculture omosessuali, che come accennato già esistevano da secoli, in quel periodo acquistano dimensioni maggiori ma, soprattutto, trovano esaltazioni e giustificazioni nell’ambito di una contestazione globale sia del principio di autorità e del Magistero nella Chiesa sia della morale tradizionale. Quelle che appaiono nuove in questa delicata fase storica non sono le subculture omosessuali ma la loro giustificazione teorica. Una giustificazione che rapportata all’era moderna, quella delle tecnologie, rimanda all’utilizzo distorto delle debolezze di alcuni sacerdoti per gettare un sospetto ingiusto e generalizzato sul celibato, sul sacerdozio, sulla Chiesa e sullo stesso Pontificato Romano, il cui insegnamento si cerca così di squalificare e di neutralizzare. Ciò non significa che il problema dei sacerdoti “efebofobi” e omosessuali sia una pura invenzione dei media. Esiste, anche se è difficile da quantificare ed è spesso quantificato in modo esagerato e infondato, ma delle volte è preferibile non ammettere l’esistenza di un fatto poiché a quel punto andrebbe affrontato.