“IL FASCINO DISCRETO DELLA BORGHESIA”, DI LUIS BUÑUEL

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LUIS BUÑUEL

“Fu il surrealismo a rivelarmi che nella vita c’è un senso morale che l’uomo non può esimersi dal considerare. Per mezzo suo ho scoperto per la prima volta che l’uomo non era libero. Io credevo nella libertà totale dell’uomo ma con il surrealismo ho conosciuto una disciplina da seguire. Questa è stata una grande lezione nella mia vita e anche un grande passo meraviglioso e poetico”

Luis Buñuel – 1954

Luis Buñuel nasce nel 1900 a Calanda (Spagna). È stato uno dei più importanti esponenti del cinema surrealista, trovatosi costretto, a causa della dittatura franchista instauratasi in Spagna, a vivere tra Messico, Francia e Stati Uniti. Il suo esordio cinematografico avviene a Parigi, dove realizza il primo cortometraggio insieme all’amico Salvador Dalì, “Un chien andalou” (1928).

Un uomo taglia l’occhio di una donna con un rasoio da barba. Un altro uomo, vestito da suora, percorre una strada a bordo di una bicicletta, ma improvvisamente cade a terra, poco dopo lo stesso uomo incontra la sua amante. Nel frattempo, una donna cieca spinge una mano amputata servendosi di un bastone e viene investita da un’auto. Sedici minuti che racchiudono l’idea di cinema di Buñuel: l’unica logica rintracciabile è quella del sogno e delle libere associazioni di pensiero. Tutto il resto del cortometraggio è costituito da scene oniriche, misteriose, prive di qualunque connessione. Il risultato è un’opera disturbante e suggestiva, il cui principale fascino risiede proprio nell’assenza di uno sviluppo narrativo ben definito.

Tutto richiama l’assurdo, l’irrazionale, e la violenza. Il surrealismo, infatti, ha un interesse permanente per la violenza, per scuotere il pubblico, per intaccare tutti i loro valori. “Il surrealismo fa parte della vita. Oggi la violenza è ovunque, ci sono le guerre, le rivoluzioni, il terrorismo. Niente fa più scandalo. L’arte aveva bisogno di armi. Oggi le armi non servono più a niente. Io sono stato terrorista teorico. Oggi ho orrore del terrorismo, anche teorico. Attaccare la violenza con la violenza è assurdo”, ha detto Buñuel nel 1974. La violenza è utilizzata anche per aprire mente del pubblico oltre le barriere imposte dal vivere civile, dalle convenzioni sociali e artistiche (da qui la critica anti-borghese che vedremo ne “Il fascino discreto della borghesia”).

Il cinema di Buñuel, dunque, è un tipo di cinema in cui allo spettatore non resta che abbandonarsi a un delirio impenetrabile e coglierne le proprie sensazioni.

Negli anni settanta il regista spagnolo realizza tre film (“Il fascino discreto della borghesia” (1972), “Il fantasma della libertà” (1974), “Quell’oscuro oggetto del desderio” (1977), gli ultimi della sua produzione, che sembrano tradurre il suo stato d’animo all’arrivo di una nuova epoca di assestamento e rivalutazione di valori. “Il fascino discreto della borghesia” è l’ennesimo affresco caricaturale della borghesia, i cui rappresentanti sono due coppie della borghesia parigina, la sorella di una delle due donne che alza facilmente il gomito, un vescovo e un diplomatico dell’immaginaria repubblica di Miranda. Il racconto si confonde con i sogni dei personaggi o con il racconto di personaggi che occasionalmente entrano in scena, senza mai però perdere la linearità della narrazione.

La pellicola di Buñuel non vuole essere tanto una denuncia, quanto più che altro un’ironica presa in giro di questa classe sociale meschina e viziata. Ogni azione di un membro della borghesia è priva di vincoli morali, si vive si ipocrisia, si finto perbenismo, di insoddisfazione, di intolleranza e di solitudine. Il fatto che il regista spagnolo abbia realizzato questa pellicola arrivato alla senilità lascia intendere che le sue idee fossero quelle di rassegnazione, per questo il suo sguardo è così lucido e corrosivo. La borghesia è una classe corrotta, sciocca e nevrotica. Il regista porta i personaggi a specchiarsi negli incubi provocati dal loro modo di concepire la vita secondo leggi che non pongono limiti o vincoli. È come se Buñuel si divertisse a dipingere l’affresco di questa classe sociale, tutto è surreale e puramente formale.

I personaggi sono di plastica, insensibili e privi di morale. Lo spettatore è portato anch’esso a divertirsi, sentendosi distante da un stile di vita che non gli appartiene, da un modello che non si può seguire. È questo il modo più giusto per fare satira: le accuse sono implicite, ma la forma non perde l’ironia e lo scherzo. D’altronde, soltanto ridicolizzandoli possono emergere i veri vizi. Per un borghese tutto va detto o fatto perche “è così che si fa”, o “è così che non si fa”, quindi anche il marito che coglie sul fatto la moglie fedifraga, continua a conversare amabilmente di fronte all’amante. Una rappresentazione assurda e realistica, che non esclude neanche la chiesa, in quanto persino il vescovo (uno dei protagonisti della pellicola), si mette al servizio dei signori, accettando la “tariffa sindacale” e vestendosi da giardiniere, o anche tornando a vestire gli abiti sacri, viene travolto dall’ira e uccide per vendetta un vecchio morente.

Il fascino di questa pellicola sta nell’avere il coraggio di dire ciò che altri non hanno detto, perché Buñuel racconta le ansie, le ossessioni, i segreti e i sogni di questa specifica classe sociale. Il sogno e la realtà si confondono continuamente, i personaggi e gli eventi si interfacciano senza un evidente nesso logico. L’atmosfera è perfettamente surrealista anche grazie a semplici battute ad effetto come: “È finito il tè in una sala da tè”.

Mariantonietta Losanno