L’ACSI PER LE PARI OPPORTUNITA: “LE DONNE HANNO RAGIONE A RIBELLARSI CONTRO LE LEGGI CHE SONO STATE CREATE SENZA DI LORO”

0

L’ACSI per le pari opportunità

acsi 607x195 LACSI PER LE PARI OPPORTUNITA: “LE DONNE HANNO RAGIONE A RIBELLARSI CONTRO LE LEGGI CHE SONO STATE CREATE SENZA DI LORO

“Le donne hanno ragione a ribellarsi contro le leggi che noi uomini abbiamo scritto senza di loro”: questo aforisma del filosofo Michel Eyquem de Montaigne costituisce un caustico “j’accuse” contro l’anacronistica asimmetria di potere e di status che conferisce un ruolo autoritario, feudale, patriarcale all’egemonia maschilista. Il traguardo dell’eguaglianza di genere è ancora lontano.Stereotipi melensi, media farisaici e politica ambigua propinano quotidianamente un presunto sessismo dialogante, un paternalismo apparentemente protettivo che tende subdolamente prima ad includere e poi a strumentalizzare le donne. In sostanza è un’ideologia machista fortemente radicata nella società e nella subcultura del nostro Paese in maniera trasversale da destra a sinistra, dall’emisfero laico a quello cattolico.
Anche lo sport è l’immagine speculare di una struttura psico-sociale arcaica. Proclami demagogici ed atteggiamenti untuosi non sciolgono antiche cristallizzazioni nei rami apicali del sistema sportivo. Il folklore delle presunte “quote rosa” – assimilabili alle concessioni delle “riserve-ghetto per i nativi americani” – si è impantanato in aperture residuali mentre resta endemica l’assenza di dirigenti femminili e presidenti femminili nei ruoli chiave. Inoltre sono lapalissiane le discriminazioni contrattuali ed economiche
ai danni delle atlete che tentano di lavorare nel mondo dello sport. Per non parlare poi del deserto relativo alle varie forme di tutela e di diritti.Emblematica la legge n. 91 del 23 marzo 1981 che regola il professionismo sportivo. Resta inamovibile benchè sia stata contestata
da qualificati consulenti del diritto sportivo.La legge pontifica sui soggetti che possono essere definiti professionisti sportivi. L’art. 2 della 91/1981 stabilisce: “Sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione delle Federazioni Sportive Nazionali, secondo le norme emanate dalle Federazioni stesse. Con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica dalla professionistica”. La legge – elaborata “artatamente” da legislatori maschilisti – indica le figure senza alcuna distinzione di sesso e pertanto delega al CONI ed alle Federazioni la discrezionalità di una scelta discriminante che (guarda caso!) ha penalizzato le donne. La prima “ingiustizia” di questa esclusione dal professionismo sportivo è la mancanza di un contratto di lavoro e, conseguentemente, di riconoscimenti formali, di diritti inalienabili, di tutele sociali. Eppure le atlete azzurre salgono sullo stesso podio degli uomini, vincono gli stessi allori degli uomini, cantano lo stesso inno ed onorano lo stesso tricolore, esaltano lo stesso palmarès che promuove il brand sportivo del nostro Paese nel mondo.

E’ il momento di scelte radicali, riformiste, lungimiranti. Viviamo – sostiene Zygmunt Bauman – nella civiltà delle disuguaglianze. Si avverte l’esigenza di un salto quantico per evolvere dall’equivoco storico che interpretò l’antropocentrismo dell’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci come un “endorsement” per il ruolo egemone del genere maschile. L’antropocentrismo “deviato” – denunciato anche da Papa Francesco nella sua Enciclica Verde – è stato devastante per l’umanità, per gli animali, per l’ecosistema.

Occorre riscoprire l’etica delle più nobili scuole di pensiero. Anche lo sport ha le sue empatiche, intramontabili icone che illuminano la memoria storica. Una fra quelle più emblematiche per orientare l’establishment verso un nuovo paradigma di “umanesimo sportivo”: Jesse Owens che dedicò le sue quattro medaglie d’oro – vinte alle Olimpiadi di Berlino nel 1936 – alla visione di un mondo migliore dove bianchi e neri potessero fraternizzare, dove uomini e donne potessero rappresentare la sintesi di una straordinaria, armonica, paritetica identità.