“MANHATTAN”: IL SENSO DEL CINEMA DI WOODY ALLEN

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“Tutti noi abbiamo nella nostra vita certi ricordi a cui siamo inspiegabilmente affezionati. Non sai perché ce li hai, sono solo momenti caldi, senza particolare significato. Ho notato che molti dei miei sono legati al cinema.”

Che si possa scegliere un’unica opera esaustiva per raccontare l’intera filmografia di uno dei più grandi registi del cinema contemporaneo è fuori discussione. Nonostante la premessa, possiamo azzardare un’idea: “Manhattan” è il capolavoro indiscusso di Woody Allen, la sintesi del suo pensiero, del suo modo di concepire il cinema e la vita. E il fatto che sia proprio Manhattan ad essere la protagonista non è un caso: la città, infatti, è al tempo stesso romantica, pericolosa e misteriosa, tre aggettivi che identificano il cinema del newyorkese Woody Allen.

Isaac Davis è un commediografo televisivo di quarantadue anni che abita a Manhattan. Ha da poco divorziato dalla sua seconda moglie Jill, che lo ha lasciato per un’altra donna, e adesso frequenta una ragazza di appena diciassette anni, Tracy. Nel frattempo Yale, professore universitario e migliore amico di Isaac, è sposato con Emily, ma da poco ha un’amante, Mary. Isaac e Mary inizialmente non vanno d’accordo, ma in seguito le cose cambiano e comportano grandi conseguenze.

“Manhattan” è uno spettacolo sin dalle prime scene: la pellicola si apre con le prime note della Rapsodia in Blu di George Gershwin, combinate divinamente con lo skyline di New York, ripreso in un magnifico bianco e nero. Con quest’atmosfera Woody Allen (come sempre doppiato in italiano da Oreste Lionello) prende la parola: “Adorava New York. La idolatrava smisuratamente…” Ah no, è meglio “la mitizzava smisuratamente”, ecco. “Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin…” Ah no, fammi cominciare da capo… Capitolo primo. “Era troppo romantico riguardo a Manhattan, come lo era riguardo a tutto il resto: trovava vigore nel febbrile andirivieni della folla e del traffico…”. (Secondo quanto dichiarato dallo stesso Allen, l’idea per la realizzazione di “Manhattan” è nata proprio dal suo amore per la musica di George Gershwin). Questo è l’incipit di uno dei più famosi monologhi d’apertura della storia del cinema, ed anche l’incipit del libro che Isaac sta iniziando a scrivere. E non è certamente un caso che Isaac sia interpretato da Woody Allen che è follemente innamorato di questa città, o meglio è duro e romantico, come la città che ama (“New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”, dice).

Come abbiamo detto, “Manhattan” contiene tutti gli elementi caratterizzanti del pensiero di Allen: è un’opera intima, riflessiva, e assolutamente autoironica. “Manhattan”, come altre pellicole di Allen, è la prova di come si possa fare cinema con semplicità e profondità: lo spettatore assiste a scene di vita quotidiana, come conversazioni ai tavoli, nei musei, in strada, in casa. Tutto è estremamente naturale, ma è molto di più di questo, la realtà è che tutto è abilmente costruito e ogni parola è al suo preciso posto. La sensazione di familiarità che Allen riesce a trasmettere è un’abilità di pochi, il sorriso (anche solo accennato) che nasce ascoltando le sue battute, gli spunti di riflessione che si innescano: tutto questo è il cinema di Woody Allen, una sintesi di ironia e tragicità. Il suo sarcasmo è la prova certa che per fare ridere, o meglio sorridere, ci vuole intelligenza. E Allen ci riesce senza sforzarsi.

“Manhattan” è anche un’opera romantica, tenera e delicata. La città non fa semplicemente da sfondo, ma ha un vero e proprio ruolo e sembra interagire attivamente con i protagonisti. Ogni inquadratura è un capolavoro di composizione dell’immagine e dell’uso dei contrasti di luci e ombre che solo il bianco e nero può creare, al punto che sarebbe impossibile immaginare “Manhattan” a colori.

Woody Allen riesce ad entrare letteralmente nel personaggio, rappresentando un uomo intelligente ma anche profondamente immaturo, che si rifugia in una relazione senza impegno, e che si ritrova ad affrontare una situazione che non aveva previsto e che non sa come gestire. “Manhattan” è una vera e propria dichiarazione d’amore, un elogio ad una città dalle mille contraddizioni che incarna l’essenza di Allen. È un’opera elegante, sobria, sofisticata, un ritratto delle moderne e caotiche relazioni umane. È la rappresentazione di come i rapporti siano pieni di apatia, di incapacità di comunicazione, di totale mancanza di emozioni. In conclusione possiamo dire che “Manhattan” rappresenta le due anime di Allen: una leggera e comica, l’altra tragica, malinconia e rivolta al ragionamento.

Mariantonietta Losanno