IL CASO ALFIE: ITALIA DIVERSA DALLA GRAN BRETAGNA? PER DONNA MODERNA SIAMO ALL’AVANGUARDIA NEL RISPETTO DEL MALATO

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Il caso di Alfie Evans di 23 mesi, da 17 attaccato ad un respiratore a causa di una gravissima malattia neurodegenerativa, è una vicenda straziante che da mesi è al centro della discussione mediatica anche per la controversa battaglia legale tra i genitori e la giustizia inglese, che ha dichiarato inumano continuare a mantenere in vita il bambino artificialmente e, come avvenne per il piccolo Charlie Gard, vorrebbe staccare la spina.  Ma entra in scena l’Italia che,  a sorpresa, ha deciso di concedere  la cittadinanza al piccolo, nel  tentativo disperato di forzare la mano alle autorità inglesi e spingerle a concedere il trasferimento del bimbo nelle strutture del Bambino Gesù di Roma, cosa non riuscita in quanto ad Alfie è stato concesso di tornare a casa ma non di andare in Italia (speriamo tutti non per un malinteso senso di orgoglio nazionalista…sarebbe davvero squallido ed inumano).

La nota rivista Donna Moderna ha dedicato alla vicenda un articolo in cui spiega la differenza tra Italia e Gran Bretagna sulla questione delle malattie degenerative mortali e sul tema del “fine vita”.

“Una vicenda, quella di Alfie Evans, che è tormentata e solleva molti quesiti sul fine vita, sulla decisione di “staccare la spina” e sulle differenze che sono prepotentemente emerse proprio in queste ore tra l’Italia e la Gran Bretagna. Differenze così abissali da avere portato addirittura ad attivare una procedura rapida per dare la cittadinanza italiana ad Alfie e garantirgli le terapie nel nostro Paese. «La vicenda del bambino è stata montata esageratamente, anche dando delle illusioni ai genitori, quando invece purtroppo si tratta di una patologia a prognosi infausta», spiega Giorgio Lambertenghi, Presidente del Comitato etico dell’Istituto Auxologico di Milano. «Certo è che ha portato alla luce l’assurdità della legge inglese di fronte a queste situazioni e l’atteggiamento della classe medica che non agisce in scienza e coscienza ma si adegua alla decisione di un giudice. In Italia, invece, il medico si adegua al desiderio del paziente o, nel caso di minori, dei genitori: non perché siamo di estrazione cattolica, ma perché chi cura ha il dovere di rispettare sempre la persona, anche – soprattutto – nel momento del fine vita».

In Gran Bretagna, infatti, spetta al giudice la facoltà di decidere per un malato se staccare o meno il respiratore. La spinta che determina il verdetto? Puramente economica: un paziente in queste condizioni è un costo diretto perché implica controllo sanitari, il lavoro dei medici, eventualmente farmaci, l’uso di un macchinario ad hoc, e indiretti per l’impegno della famiglia. Questo, per quanto riguarda la normativa inglese. Da noi non è così. Anche grazie alla legge sul consenso informato che è entrata in vigore ai primi del 2018. «C’è chi è insorto a tal proposito parlando di eutanasia, ma non è così e questa legge parla chiaro» sottolinea il professor Lambertenghi. «Dice che il paziente ha diritto a tutto ciò che fa parte della pratica clinica. Quindi, anche alla sedazione palliativa profonda, morfina compresa, se il paziente terminale soffre, per accompagnarlo negli ultimi giorni di vita. Ma anche alimentazione forzata, idratazione, ossigenazione, respirazione artificiale, se è il desiderio del paziente stesso oppure dei familiari in caso di minorenni, come Alfie».

La legge italiana, va sottolineato, difende il malato e le sue volontà, anche espresse per voce di un genitore. E se il medico non le rispetta, è perseguibile penalmente. «Vengono i brividi a pensare al trattamento subito dal bambino», dice il professor Lambertenghi. «Non si invocano cure dove non esistono, come in questo caso. Ma esiste l’assistenza, che è un’altra cosa. Accompagnare un malato significa ad esempio evitare il rischio di morte per soffocamento, come stava accadendo al bambino quando gli hanno staccato la spina». La legge italiana è molto chiara anche in tal senso: se viene presa la decisione di spegnere l’apparecchiatura che permette la respirazione artificiale, perché non ci sono più altre possibilità, deve essere presente un’anestesista per la sedazione profonda. «Bambini e genitori sono ben tutelati nel nostro Paese», conclude il professor Lambertenghi. «Anche quando il figlio è destinato a una morte precoce a causa di gravi malattie. Abbiamo ospedali pediatrici all’avanguardia, oltre che a Roma, anche a Milano, Monza, Padova, Genova, Bologna, Firenze, per citare solo i principali. E proprio per i bambini con una malattia terminale, non solo oncologica, sta nascendo a Milano il primo hospice interamente pediatrico”.