“ROSEMARY’S BABY” E “L’INQUILINO DEL TERZO PIANO”: POLAŃSKI A CONFRONTO

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Roman Polański

Roman Polański è un autore controverso ed eclettico che nelle sue pellicole si comporta come uno psicologo, analizzando i meandri della psiche umana. È considerato uno dei maestri della suspense, ma tiene le distanze da Hitchcock, di cui dice di non essere un grande appassionato: “Io non sono un fanatico di Hitchcock, come voi. Non ho mai cercato di imitarlo. Il film al quale forse “Repulsion” potrebbe assomigliare è “Psycho”, ma non è un film che mi piaccia molto. Questo film deve per forza assomigliare un po’ a Hitchcock (anche se non l’ho voluto e non ne so nulla), visto che parte da un caso un po’ simile a certi da lui trattati”.

Polański si è sempre spinto in profondità nell’analisi dei nostri lati oscuri, portando sullo schermo le paranoie e le paure che dominano molti dei suoi personaggi, sia che si trattasse di pure ossessioni, che di minacce concrete. Suggestioni, assurdità, misteri: le pellicole del regista polacco naturalizzato francese mettono in scena situazioni non sempre comprensibili e certe volte anche spaventose e pericolose. Polański non ha filtri, e non ha paura di parlare di follia, nelle sue tante accezioni possibili. Si parla tanto anche del concetto di male e di come si manifesta, come può prendere parte della vita dell’uomo. “Io tengo al realismo in tutto. Più racconto storie incredibili, più sento che è necessario renderle in modo realistico. Non amo i trucchi, le astuzie, le finezze pseudointellettuali”, ha detto Polański.

Una scena del film Repultion

Gli incubi e le inquietudini sono i protagonisti delle sue pellicole. Per quanto però Polański tenga a una rappresentazione fedele alla realtà, è necessario anche mettere tutte le certezze in discussione: “È necessario avere delle certezze, ma bisogna metterle costantemente alla prova del dubbio altrimenti non si potrebbe più fare niente. Se non siete certi di niente, non potete mai affermare niente, per la paura che la sedia non sia più una sedia. Io non voglio che lo spettatore pensi in questo modo o in un altro, voglio solo che non sia sicuro di niente. Bisogna confondere. È questo il principio del dramma”.

Proviamo ad analizzare due pellicole in particolare di Polański, diverse ma al tempo stesso simili, per cogliere a fondo il senso del suo cinema.

Roman Polański sul set con Mia Farrow durante le riprese di “Rosemary’s baby”

“Rosemary’s baby” (1968) è tratto dal libro omonimo di Ira Levin, che introduce stregoni e sortilegi magici nel cuore della New York degli anni ’60. Rosemary Woodhouse e suo marito Guy si sono appena trasferiti in un nuovo appartamento. Come tutti i novelli sposi fanno progetti per il futuro e sperano di avere una famiglia numerosa. Sembra tutto normale: una coppia innamorata alle prese con la gestione della casa e i problemi lavorativi, ma ci sono dei vicini un po’ troppo invadenti e ficcanaso. L’atmosfera muta quando una ragazza che Rosemary aveva appena conosciuto viene trovata morta e tutto fa pensare che sia stato un suicidio. La ragazza in questione viveva in casa con una coppia anziana, che proprio a causa dello shock dovuto alla sua morte, lega con Rosemary e Guy. Se inizialmente l’intento era farsi compagnia a vicenda e darsi una mano come normalmente dei vicini di casa fanno, la situazione diventa tutto a un tratto surreale e assurda: Rosemary resta incinta, Guy non sembra esserle di tanto aiuto, i vicini di casa diventano più che invadenti, iniziano a controllare e gestire ogni aspetto della loro vita e della gravidanza di Rosemary. Tra ambiguità e mistero, Rosemary si convince che ci sia una congiura demoniaca contro la creatura che porta in grembo, organizzata proprio dai vicini-stregoni mimetizzati negli sgargianti abiti della middle house newyorkese.

Polański è affascinato dal senso di mistero che serpeggia nel libro. Ma al di là delle allucinate atmosfere del romanzo, ripropone il tema dell’ambiguità fino a renderlo struttura portante della narrazione. Il regista spia il comportamento di Rosemary dall’esterno senza offrire nessuna anticipazione o spiegazione di solito concesse al pubblico per metterlo in posizione di rassicurante vantaggio nei confronti del disorientato protagonista. Il dubbio che assale lo spettatore fin dalle prime scene, non trova soluzione nel finale.

In “Rosemary’s baby”, come d’altra parte in tutto il cinema di Polański, la “vittoria” spetta alle forze del Male, all’irrazionale, al diabolico. Il personaggio di Rosemary è lo specchio fedele dell’insulsa classe borghese, intenta a partorire dalle viscere del suo perbenismo satanici mostriciattoli. Il binomio sogno-realtà non è per il regista un problema da risolvere, ma si pone come momento paradossale, che costringe lo spettatore a non limitare le sue idee in una restrittiva univocità. “Rosemary’s baby” è in un certo senso un “incubo cinematografico”, dove la possibilità di orientarsi tra fantastico e reale è inesistente, mentre resta a dominare la scena la sensazione di angoscia e inquietudine. Può essere anche inteso come un incubo soggettivo della protagonista piccolo-borghese, che rifiuta la propria maternità ma tenta di trasferire sulle persone che la circondano d’affetto la propria repulsione. La pellicola può essere anche vista come metafora di stregoni e magia, che disegna le dolorose tappe dell’integrazione della protagonista in una società nuova, a cui si sente estranea ma che è costretta ad accettare.

“Rosemary’s baby” è in realtà l’uno e l’altro, è una composizione articolata con una doppia chiave di lettura, in cui l’una non solo non esclude ma implica l’altra: l’angoscia, nata dall’impotenza e dall’incapacità di accettare il proprio ruolo, si integra, senza amalgamarsi, alla lettura del film in chiave “satanica”. “Incubo dell’ambiguità”, quindi, ma anche “ambiguità dell’incubo”, che finisce per chiudere il discorso in un circolo vizioso.

“L’inquilino del terzo piano” (1976) riprende l’ambientazione angusta e claustrofobica di un appartamento che sembra essere infestato da influssi sinistri: influssi che non tarderanno a sconvolgere l’esistenza del suo inquilino, l’impiegato Trelkowski (interpretato da Polański), perseguitato da una serie di sgraditi condomini che lo trascineranno in un abisso di follia, fino a smarrire la propria identità.

La casa che Trelkowski ha preso in affitto era precedentemente abitata da Simone Choule, che è morta suicida, buttandosi dalla finestra dell’appartamento. Il dilemma della storia che Polański mette in scena oscilla tra una situazione di minaccia oggettivamente subita dal protagonista, e una piena e consapevole paranoia. L’esito è che Trelkowski finisce con il privilegiare con la prima soluzione alla quale però, applica un trattamento del secondo tipo (quindi agendo in totale paranoia e follia). Il paragone con “Rosemary’s baby” scatta automatico: la narrazione si sviluppa da incubo personale del protagonista a complotto della comunità e perdita della lucidità. La differenza sostanziale riguarda il concetto di maternità, che se da Rosemary veniva vista con attrazione/repulsione, per Trelkowski la femminilità sembra essere l’unica chance per sentirsi parte di un contesto che lo colpevolizza e lo esclude.

Il delirio di Trelkowksi lo porta a convincersi di non essere mai stato l’inquilino del terzo piano, e deve quindi mettere in atto la messa in scena. Si convince di essere in realtà proprio Simone Choule: inizia a vestirsi come lei, si comporta e pensa come lei. È il cuore del cinema di Polański: un cinema che assomiglia a una messa in scena acuta e contraddittoria. Anche in questo caso non c’è un’unica chiave di lettura e non c’è nessun aiuto alla comprensione da parte del regista: l’interpretazione è lasciata volutamente libera. Lo spettatore, così come in “Rosemary’s baby”, si perde facilmente e confonde la realtà con l’allucinazione e il delirio, in pieno stile Polański.

Mariantonietta Losanno