“CHRISTIANE F. – NOI, I RAGAZZI DELLO ZOO DI BERLINO”: IL DRAMMA DI UN’AUTOBIOGRAFIA

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Se volessimo condurre un viaggio nel cinema alterato, che racconta il mondo delle droghe, incontreremmo tanti cult e persino delle commedie. Ci sono pellicole dolorose come “Requiem for a dream”, di Darren Aronofsky, che abbandona ogni forma di buonismo, di speranza, o di redenzione: non esiste il Bene, ma solo inesorabile e lenta distruzione. Ci sono poi i cult per eccellenza, come “Trainspotting”, una vera e propria rivoluzione e un manifesto di una generazione, “Pulp Fiction”, “Paura e delirio a Las Vegas”. Percorrendo questa strada troviamo anche alcune commedie, come la trilogia “Smetto quando voglio” che ironizza con intelligenza sul mondo delle droghe e sulla precarietà del lavoro. Questi film, sebbene siano distanti tra loro, presentano aspetti simili: nessun equilibrio, annientamento dell’individuo, perdita di lucidità e di capacità fisiche, delirio, alienazione.

“Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, ha delle particolarità interessanti. Innanzitutto i prodotti autobiografici hanno certamente un impatto diverso, nel bene e nel male. Sicuramente le opere tratte da storie vere, che si tratti di romanzi o di film, sono una denuncia più forte e violenta. Possono sensibilizzare maggiormente, spaventare e quindi allontanare tanti giovani da strade sbagliate. Possono anche, però, trasmettere un tipo di violenza che traumatizza a tal punto da diventare oggetto di un’eccessiva curiosità (o meglio ossessione).

Christiane Vera Felscherinow
Christiane Vera Felscherinow

Proprio a questo proposito, sono state rivolte a Christiane Vera Felscherinow, oggi quasi sessantenne, numerose critiche. Ci sono state anche delle lettere indirizzate alla scrittrice, in cui con rabbia si esprimeva il proprio rimpianto nell’aver letto e visto un film che ha insegnato il gergo degli eroinomani, e che ha mostrato senza filtri i metodi utilizzati, le crisi di astinenza, l’annullamento totale. Bisogna approcciare con cautela, dunque, a questa pellicola.

Il film è stato distribuito nel 1981, ed è stato diretto da Uli Edel. La storia è ambientata tra il 1975 e il 1977, la sceneggiatura è basata sull’omonimo libro. I ragazzi dello zoo di Berlino sono poco più che adolescenti, Christiane non ha neanche quattordici anni quando entra nel mondo delle droghe. Si incontra con i suoi amici nei pressi della stazione dello zoo di Berlino, dove al pari di animali, passano le loro giornate procurandosi soldi (persino prostituendosi) pur di potere avere una dose. I genitori di Christiane sono separati, il padre è violento e la madre poco attenta ad accorgersi dello stato mentale e fisico della figlia. Non ci sono sconti e non c’è salvezza, tanti amici di Christiane non riescono a reggere questo stile di vita, e in poco tempo muoiono. La forza di volontà non è sufficiente, quando si tratta di dipendenze di questo tipo. Molte delle comparse del film erano veri tossicodipendenti berlinesi, il che rende questa pellicola ancora più drammaticamente forte agli occhi degli spettatori.

È frequente nei giovani la sensazione di onnipotenza e la presunzione di saper controllare ogni cosa. I ragazzi dello zoo di Berlino, Christiane in primis, pensano di essere invincibili e soprattutto maturi a sufficienza per poter comprendere quando fermarsi. Non ci sono fronzoli in questa pellicola, il taglio è quasi cronachistico: tutto è dolorosamente vero. Berlino è fredda, buia, triste. Sembra esserci una possibilità di vita, quando Christiane si innamora di Detlef, un ragazzo che però conduce uno stile di vita peggiore del suo. La loro storia è dolce, tenera, se non fosse per l’impossibilità di rinunciare all’eroina. Tentano insieme di uscirne puliti, e sembrano anche riuscirci, ma basta poco per vacillare e ritornare nel vortice. Le colonne sonore di David Bowie sono forse le uniche note positive che alleviano la durezza della pellicola.

Una pellicola del genere, che ha lo scopo di fare denuncia e che nasce dal bisogno di una ragazzina di mettere nero su bianco i suoi pensieri come una sorta di terapia, deve essere vista e analizzata dal punto di vista corretto. È una denuncia, appunto. L’intento è solo mostrare la fine, più o meno lontana, che è destinato ad avere qualsiasi ragazzo che decida di intraprendere questa strada.

È questo quello che bisogna trarne: la verità. “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” è una pellicola dura e sconvolgente, difficile da digerire, proprio per questo indispensabile.

Mariantonietta Losanno