“LOLITA”: LA TRASPOSIZIONE CINEMATOGRAFICA DELL’OPERA CONTROVERSA DI NABOKOV

Uno schiaffo alla morale perbenista: l’opera di Kubrick, tratta dall’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov, divenuto un cult dopo gli iniziali problemi di censura, racconta una storia di sensualità, eccessi e pulsioni sessuali represse. “Lolita” è una pellicola controversa (è stata difficile sia la realizzazione che l’accoglienza del pubblico) che racconta la storia di Humbert Humbert, un doppio nel doppio che racchiude la follia che gradualmente lo pervade e lo porta all’ossessione e alla perdita di lucidità. Humbert è un professore di letteratura trasferitosi in America per lavoro che si invaghisce della dodicenne Dolores (Lolita) figlia della padrona di casa dove ha deciso di trasferirsi. Per mantenersi aperta la possibilità di soddisfare un giorno (non troppo lontano, prima che Lolita cresca) le sue “insane voglie”, Humbert accetta di sposare la madre. Dopo la morte casuale ma provvidenziale di lei in un incidente, il professore riesce a dar vita ai suoi sogni.

In una sorta di folle “viaggio di nozze” attraverso i motel degli Stati Uniti, consuma il suo febbrile legame con la ragazzina.

Un giorno, quello che il possessivo geloso e impaurito Humbert temeva, accade: Lolita viene rapita da un bizzarro individuo. Humbert rivede Lolita solo dopo molto tempo quando, sposata con un giovane e incinta, gli chiede dei soldi. Rivendendola ormai priva della sua grazia da “ninfetta”, si accorge di amarla ma lei non accetta di seguirlo, e gli racconta la storia del suo rivale, col quale lo aveva già tradito prima di lasciarlo e che l’aveva poi scaricata dopo averla “usata”. Il racconto di Lolita accende l’ira e la follia di Humbert che, una volta conosciuta l’identità del “turpe individuo” lo trova e lo uccide.

Non importa la fedeltà o infedeltà verso Nabokov, il quale firmò la sceneggiatura che fu però da Kubrick ampiamente e liberamente manipolata: “Lolita” è un’opera che mette a tacere l’ipocrisia dell’America degli anni sessanta, e che ispira opere successive come “Velluto blu” (1986) di David Lynch e “American beauty” (1999) di Sam Mendes. Sin dagli inizi della sua carriera cinematografica Kubrick si è sempre ispirato alla letteratura per la realizzazione delle sue pellicole. Grandi autori hanno fornito al regista gli input necessari per poter esprimere la sua ideologia critica nei confronti della società. Kubrick riporta sul grande schermo opere che lo hanno affascinato e questa trasposizione diventa il mezzo per la rappresentazione di eventi esemplificativi, di spaccati di vita attraverso cui analizza aspetti reconditi, come il delirio personale, la violenza, l’erotismo.

Il rapporto semi incestuoso tra il professore e la “ninfetta” oggetto del suo desiderio porta alla luce una sensualità nascosta, perversa e malata. Kubrick osa, e certamente ha tutti gli strumenti e le carte per poterlo fare. Indaga i sogni inconfessabili, coglie il realismo più autentico di una società falsamente bigotta che ritiene che compiere determinati atti in segreto escluda dalle responsabilità e dalle colpe. Il regista va anche oltre la semplicistica critica e denuncia sociale, offrendo un resoconto cinico e reale della vicenda scabrosa. “Lolita” è una pellicola provocatoria e di forte impatto, soprattutto considerando i tempi in cui è stata concepita e distribuita, ma anche per i nostri. Il mondo di Kubrick è spietato e violento, i suoi personaggi si palesano senza filtri o congetture.

Mariantonietta Losanno

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