ADDIO A CARLO GIUFFRE’, L’ULTIMO GRANDE MAESTRO DEL TEATRO EDUARDIANO E NON SOLO

di Andrea Zippa

È uscito di scena nella notte di Ognissanti, in silenzio e senza clamore, calando il sipario su una vita ricchissima di esperienze e che tanto ha dato al teatro napoletano e, più in generale, italiano; una vita trascorsa calcando le assi dei palcoscenici di tutt’Italia e puntando gli occhi negli obbiettivi delle macchine da presa guidate dalle mani più importanti del nostro Paese: Carlo Giuffrè si è spento a Roma poche settimane prima di compiere i 90 anni. Artista multiforme e di indubbio talento, capace di adattarsi ai più diversi registri, dal comico al tragico, dall’ironico al drammatico, Giuffrè viveva il teatro come una passione e una necessità personale che lo portava ad affermare: “Una volta dicevo finché avrò forza farò teatro, ora dico finché farò teatro avrò forza”.

Nato a Napoli il 3 dicembre 1928 da una famiglia modesta, egli perse il padre, contrabbassista del Teatro San Carlo, quando aveva solo 8 anni, trascorrendo l’infanzia nel collegio per poveri Filangieri: fu tuttavia proprio qui che iniziò il suo percorso artistico quando fu organizzata una recita cui fu spinto a partecipare da quell’ingenuità fanciullesca che tante volte ha portato anche noi a compiere scelte significative nelle nostre vite; da quel momento nacque nel piccolo Carlo il fuoco sacro, tanto che, una volta uscito dal collegio, nel 1947 decise di iscriversi all’Accademia di Arte Drammatica di Roma: tanta gavetta per sostenere gli studi fino a debuttare nel 1950, accanto al fratello Aldo, nella riduzione cinematografica di “Napoli Milionaria” con la regia dello stesso autore, Eduardo de Filippo; seguiranno ben 85 film durante tutto l’arco della sua carriera, tra i quali si segnalano anche alcune partecipazioni al filone cinematografico della commedia sexy all’italiana tra la metà e la fine degli anni ’70 e lo straordinario ruolo di un malinconico e dolce Geppetto nel poco memorabile “Pinocchio” di Benigni (cui contestò tra l’altro di avergli tagliato intere scene perché l’unico obbiettivo del regista sarebbe stato quello di mettere in evidenza la moglie); l’ultima apparizione sul grande schermo risale al 2016 nella commedia di Vincenzo Salemme “Se mi lasci non vale”. Nel suo curriculum vi è anche la partecipazione a diversi sceneggiati Rai e la conduzione nel 1971 del Festival di Sanremo insieme ad Elsa Martinelli, quando incoronò Nada e Nicola di Bari con la loro “Il cuore è uno zingaro”.

La sua più grande passione sarà tuttavia sempre il teatro, tanto da rifiutare l’invito di Monicelli per “Amici Miei” e “Speriamo che sia femmina” per dedicarsi a questo e ad affermare: “Il teatro è passione, i film il salvadanaio che mi permette di realizzarla”. Nel 1963 Giuffrè ebbe, infatti, il coraggio di abbandonare Napoli per entrare nella Compagnia dei Giovani, portando in scena testi di Čechov, Goethe, Pirandello e altri; negli anni ’80 tuttavia egli coraggiosamente compì l’operazione inversa, ritornando al teatro napoletano, prima in coppia con il fratello Aldo, poi in solitaria: è a questo periodo che risalgono, tra le altre cose, gli allestimenti di “Francesca da Rimini” e de “La fortuna con la effe maiuscola”; dopo una poco fortunata parentesi in cui tornò alla drammaturgia moderna, Giuffrè si tuffò nuovamente nelle commedie prima scarpettiane e poi eduardiane come “Questi fantasmi”, “Non ti pago” e “Natale in casa Cupiello”. L’ultimo impegno in teatro risale al 2015, anno in cui portò in scena “La lista di Schindler”, adattamento realizzato dal figlio del romanzo omonimo di Thomas Keneally. Avrebbe voluto interpretare anche, per salutare le scene, come fece Marcello Mastroianni, il testo di Furio Bordon “Le ultime lune” ma non se la sentì di intraprendere nuovamente le fatiche di una tournée a causa della sua età. Il suo desiderio sarebbe stato quello di morire in scena, proprio come il drammaturgo francese Molière, ma un’ischemia lo ha strappato via prima che questo avvenisse.

Personaggio eclettico e grande maestro del sorriso, capace di riuscire ad assolvere il complesso compito di portare in scena Eduardo dopo Eduardo, con la morte di Carlo Giuffrè si chiude un’era nel teatro napoletano e italiano: il palcoscenico è vuoto e scuro, privo di veri eredi delle grandi famiglie teatrali; la scena artistica napoletana è in lutto, più povera e priva di quella risata sincera che era in grado di suscitare questo grande artista che fu in grado di fare Teatro con l’iniziale maiuscola, quello che prende il cuore e l’anima e suscita emozioni vere e pure, non artefatte. Giuffrè dunque, seguendo l’insegnamento del suo grande maestro, riuscì a vivere alla lettera la massima eduardiana: “Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male”.

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