ADDIO A BERNARDO BERTOLUCCI, IL REGISTA PROVOCATORE

Ritratto di Bernardo Bertolucci

Il personaggio Bernardo Bertolucci – regista, poeta, documentarista, produttore, rivoluzionario, maestro indiscusso del cinema italiano – è morto all’età di settantasette anni, a causa di una grave malattia che lo aveva colpito da tempo, nella sua casa a Trastevere (Roma). Bertolucci è stato misterioso e segreto come il suo cinema, che ha proposto enigmi e varie piste al pubblico. È stato definito il “maestro della trasgressione” per aver creato scandalo con alcune sue opere, tra cui innegabilmente “Ultimo tango a Parigi”, pellicola che è stata riproposta nelle sale in versione interamente restaurata dopo quarantasei anni di distanza dalla sua realizzazione. Un’opera che ha subito un lungo iter giudiziario che ha portato poi a una sentenza di assoluzione di primo grado.

Una scena di “Ultimo tango a Parigi”

Una delle opere che ha dato maggiore notorietà al regista, ma anche una sorta di film maledetto per tutte le critiche, le conseguenze legali, le censure. I contenuti espressi da Bertolucci sono stati ritenuti assolutamente indecenti e inammissibili. “Ultimo tango a Parigi” è una pellicola complessa, che non si può ricondurre soltanto all’aspetto erotico: è un film sulla drammaticità dell’esistenza, che racconta il dolore, la solitudine, la disperazione. L’irruenza, la veemenza e la passione travolgente dei due protagonisti di “Ultimo tango a Parigi” mantengono ancora oggi la loro intensità. Bertolucci è stato allusivo, ammiccante, provocatorio, ma ha avuto l’abilità di fare avvertire il vuoto, l’oscurità, il dolore. È stato capace di analizzare l’emotività, i sentimenti più intimi, pur focalizzando l’attenzione sull’erotismo e la passione. Possiamo azzardare una conclusione: Bertolucci non è mai caduto nella volgarità, ha sempre mantenuto dignità e forza espressiva. Il suo modo di fare cinema ha dimostrato il suo coraggio di volere (e soprattutto di sapere) osare, di rompere gli schemi del cinema italiano nel clima culturale degli anni settanta e anche attuale. La passione che ha espresso Bertolucci è intensa e va oltre l’aspetto prettamente materiale, c’è un significato più profondo: “Ultimo tango a Parigi” è un’opera sovversiva.

“The Dreamers – i sognatori”

Le provocazioni le ritroviamo in “The Dreamers – i sognatori” (2003), pellicola ambientata alla fine degli anni sessanta che racconta la storia di due fratelli “atipici” che mentre i genitori sono in vacanza invitano a casa Matthew, un giovane americano appena conosciuto. Durante la convivenza i tre ragazzi esplorano le proprie emozioni e pulsioni erotiche. L’ossessione di Bertolucci ritorna, dunque. “The Dreamers”, però, ha anche l’aspetto incestuoso, che naturalmente il regista ha mostrato senza filtri, senza alcun timore di creare dissenso e scandalo. È questa una delle caratteristiche che lo ha reso così incredibilmente unico, la sua capacità di essere anticonvenzionale, estremista, innovatore, ma soprattutto il fatto che egli abbia mostrato esattamente quello che aveva intenzione di mostrare senza preoccuparsi delle reazioni del pubblico, è come se si fosse aspettato dal pubblico un’intelligenza e maturità tale da comprendere i significati nascosti, i messaggi celati, al di là delle scene provocatorie. Bertolucci in “The Dreamers” ha raccontato una realtà medio borghese in un contesto che ben conosce, quello delle contestazioni giovanili. Nel malizioso rapporto a tre dei giovani ragazzi i legami familiari e sentimentali si intrecciano in un morboso e intricato nodo di corpi. La pellicola è quasi interamente ambientata nell’appartamento dei due fratelli, il che concorre a creare un’atmosfera asfissiante, così come in “Ultimo tango a Parigi”. “The Dreamers” è anche e soprattutto una pellicola che parla di rinascita, di politica, di idee. Il Settantotto è un periodo molto complesso da descrivere, ma Bertolucci ha scelto di analizzarlo attraverso questi tre giovani ribelli e ancora irrisolti, che hanno voglia di scoprirsi.

Sono tante le pellicole da poter citare, una di queste è sicuramente “Il conformista” (1970), tratta dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, che esprime le tematiche più care a Bertolucci: l’erotismo, la politica, l’omosessualità, l’amata Parigi. Il regista ha fotografato uno dei periodi più bui della storia d’Italia, quello della seconda guerra mondiale, realizzando un’opera intrigante, intensa, potente. Seguendo la definizione vera e propria, il conformista è colui che si adegua a modelli socialmente prevalenti, alle opinioni, ai gusti, allo stile di vita della maggioranza o alle direttive del potere. In questo caso, quindi, è colui che si adegua al regime fascista che non lascia scelta e libertà di pensiero.

Stefania Sandrelli in una scena de “Il Novecento”

Abbiamo perso un personaggio, un regista che ha fatto cinema in forma di poesia, l’ultimo imperatore del cinema italiano. “Senza di lui siamo tutti più poveri”, ha detto Stefania Sandrelli, che ha lavorato con il regista in “Partner”, “Il conformista”, “Novecento”. “La sua lezione è immensa”, ha detto poi Giuseppe Tornatore, parlando di “un cineasta che ha saputo parlare del suo tempo sempre stando lontano dalla cronaca. Uno sguardo unico che ha fatto scuola”. Un amico e un maestro per Mario Martone: “La sua libertà artistica era pari al suo pensiero, ascoltarlo e stare con lui era un piacere. Ha inventato un cinema mettendo insieme la dimensione d’autore legata alla sua terra d’origine rendendola universale”. Concludiamo con una citazione di Bertolucci stesso: “Il cinema lo chiamerei semplicemente vita. Non credo di aver mai avuto una vita al di fuori del cinema”.

Mariantonietta Losanno

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