“WIDOWS – EREDITÀ CRIMINALE”, MOLTO PIÙ CHE UN THRILLER

Il regista Steve McQueen

Steve McQueen, da non confondere con lo storico attore omonimo, è un regista eclettico che propone al pubblico un cinema di non facile impatto. Le sue pellicole sono controverse, per certi aspetti anche violente e fin troppo esplicite. “Shame” (2011), ad esempio, è un film di una potenza devastante capace di rappresentare l’alienazione umana del nuovo

millennio con coraggio e senza mezze misure. Michael Fassbender interpreta le due facce di Brandon: affascinante business man, e uomo affetto da una

Shame

grave dipendenza dal sesso e dalla pornografia. Le immagini sono crude, i corpi nudi sono inquadrati ossessivamente per mostrare la mancanza di pudore, e per spiegare, nel caso ce ne fosse bisogno, cosa significhi la parola vergogna (shame).

 

“Hunger” (2008), che sancisce il binomio McQueen-Fassbender, ripercorre invece gli ultimi giorni di vita di Bobby Sands, prigioniero politico nella prigione di Long Kesh (Irlanda del Nord) nel 1981. Viene trattato alla stregua di un criminale, proprio per questo indice diversi scioperi, quello della “coperta”, quello dell’igiene, quello della fame. Steve McQueen ha un rapporto con il corpo estremamente morboso e ossessivo: in ogni sua pellicola ci sono immagini di sofferenze fisiche devastanti. Anche e soprattutto in “Hunger” troviamo i corpi, ma qui il rapporto tende all’estremo, da fisico a patologico: tutto questo è di grande espressività ma può provocare anche sensazioni contrastanti da parte del pubblico. Di certo, il cinema di McQueen non è composto di illusione, “Hunger”, infatti, è tratto da una storia vera che per tutta la durata del film scuote lo spettatore, togliendogli quasi il respiro. La privazione della libertà che impone il carcere viene combattuta attraverso la negazione della dignità individuale e attraverso la propria distruzione.

La visione fredda e distaccata di McQueen cambia leggermente in “Widows – Eredità criminale”, tratto da una miniserie televisiva inglese del 1983, che racconta la storia di una rapina finita male e di un pareggiamento dei conti tutto femminile. Niente di simile a “Ocean’s 8”, precisiamo. McQueen è profondo, vero, affronta tematiche di grande complessità, come il razzismo, il femminismo, la violenza fisica e psicologica sulle donne, il potere. Le mogli dei rapinatori vittime del colpo non riuscito si alleano per pagare i debiti che i loro mariti davvero poco integerrimi hanno lasciato e riprendere in mano la propria vita. L’etnia ha un ruolo importante in questa pellicola perché mostra come sia difficile la convivenza tra gruppi di persone trattate in maniera totalmente opposto dalla società. McQueen realizza una pellicola che si muove perfettamente tra crimine e politica, riuscendo anche ad inserire un colpo di scena. Il regista forse, però, marca eccessivamente il rapporto tra uomo e donna. Le mogli si preparano al colpo cercando di dimostrare coraggio “come farebbe un uomo”, al di là delle divergenze tra di loro, perché il nemico che devono combattere è un nemico “maschio”, potente ed arrogante. Questo aspetto non farà molto piacere alle femministe più rigorose, ma McQueen mette in scena molti aspetti, non tutti forse sviluppati adeguatamente. Il film nel complesso è un prodotto di qualità, non il classico thriller, ma qualcosa che rifiuta i generi e le etichette.

Mariantonietta Losanno 

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