DALLA COMUNITÀ EDUCANTE ALLA POVERTÀ EDUCATIVA MINORILE

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 di Alfredo Grado     

            In un recente editoriale pubblicato in questa sede, dal titolo “Terzo Settore, il Governo si impegna: «Tassa modificata nel prossimo decreto», non è apparso affatto strano l’enorme gradimento riscosso tra i lettori, giacché bene informati e sempre attenti al sottile confine che separa la “realtà” dalla “fantasia”, che nel caso delle politiche sociali o welfare che dir si voglia starebbe a significare: rispetto a ciò che ci dicono i governanti, quali sono realmente i miei diritti… se ne ho ancora? [ndr].  Or bene, in linea con questo pensiero pochi sanno, se non qualche addetto ai lavori, che il 2018 ha visto la conclusione di una sperimentazione in tema di contrasto alla povertà educativa minorile. Parliamo di un fondo istituito, come accennato, in via sperimentale per il triennio 2016-2018 al fine di sostenere interventi che potessero rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impedivano la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori presenti su tutto il territorio italiano. Un fondo utilizzabile dal pubblico e dal privato al fine di individuare percorsi efficaci successivamente adottabili nelle politiche pubbliche. Ma purtroppo in Campania non erano imminenti le elezioni, cosi come non lo erano a Napoli, Caserta o Benevento.

            L’approccio adottato ha messo in pratica gli insegnamenti teorici consolidati ma solo episodicamente sperimentati, i quali hanno suggerito che il tema della povertà educativa non è un problema di singole istituzioni (la scuola), ma un problema dell’intera comunità educante e che per porvi rimedio sarebbe stato necessario chiamare a raccolta tutte le agenzie educative a partire dalle famiglie fino alle scuole, alla società civile nelle sue molteplici espressioni, alle istituzioni locali, agli stessi minori che avrebbero dovuto esserne i protagonisti e non solo i beneficiari.

            Sia ben inteso, si è sempre stati consapevoli che per quanto ingenti, le risorse destinate non sarebbero state sufficienti a risolvere il problema, da cui il carattere sperimentale della iniziativa, ma la cosa che non torna è la totale mancanza di informazione in tal senso ispirata. Allora è giusto parlare dell’Italia come un “Paese vietato ai minori”!? Un Paese dove quasi 1 milione e trecentomila bambini e ragazzi – il 12,5% del totale, più di 1 su 10 – vivono in povertà assoluta, oltre la metà non legge un libro, quasi 1 su 3 non usa internet e più del 40% non fa sport. Ma, soprattutto, un Paese dove i minori non riescono a emanciparsi dalle condizioni di disagio delle loro famiglie e non hanno opportunità educative e spazi per svolgere attività sportive, artistiche e culturali, sebbene siano moltissimi i luoghi abbandonati e inutilizzati che potrebbero invece essere loro restituiti per favorire l’attivazione di percorsi di resilienza, grazie ai quali raddoppiare la possibilità di migliorare le proprie competenze.

            Uno studio contenuto nel rapporto di Save the Children dimostra che i fattori che aiutano i ragazzi ad emanciparsi dalle situazioni di disagio sociale ed economico sono l’aver frequentato un asilo nido (+39% di probabilità), una scuola ricca di attività extracurriculari (+127%), dotata di infrastrutture adeguate (+167%) o caratterizzata da relazioni positive tra insegnanti e studenti (+100%). Di contro, per i minori le probabilità di sviluppare percorsi di resilienza si riducono tra il 30% e il 70% se vivono in contesti segnati da alti tassi di criminalità minorile e dispersione scolastica di quasi due volte se risiedono in aree dove la disoccupazione giovanile è più alta della media nazionale.

            Come sarebbe stato bello se qualche Amministrazione (non me ne voglia qualche amministratore ben edotto e ferrato in materia) avesse chiesto il recupero di spazi pubblici in stato di abbandono e degrado sul proprio territorio da destinare ad attività extrascolastiche gratuite per i bambini e gli adolescenti. Eppure, tutti sanno che il contesto nel quale si cresce, la “comunità educante” che può attivarsi attorno ad un bambino e ad un ragazzo, può avere un ruolo decisivo nella riduzione delle diseguaglianze di origine.