“BIRD BOX” E “BLACK MIRROR”: LA FOLLIA PRENDE VITA ANCHE FUORI DALLO SCHERMO

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Il fatto che un prodotto televisivo o cinematografico possa incoraggiare tentativi di emulazione non è una novità. Il dato più preoccupante è che oggi non esistono più limiti. Un esempio concreto ce lo fornisce Netflix, che oltre ad aver distribuito “Bird Box”, l’horror/dramma apocalittico diretto da Susanne Bier che analizzeremo dopo questa premessa, ha permesso agli utenti di partecipare (nel vero senso della parola) ad un episodio della serie distopica “Black Mirror”. La particolarità di questo episodio, “Bandersnatch”, consiste nel fatto di essere interattivo, proprio come un videogioco: una trovata totalmente innovativa. Nel corso della storia, ambientata nel 1984, lo spettatore decide cosa far accadere in pochi secondi e accetta automaticamente le conseguenze di queste scelte. È possibile far evolvere la storia in più modi: ci sono, infatti, quattro finali (e si parla anche di un quinto segreto). La serie britannica “Black Mirror” è composta da episodi a se stanti, che hanno un unico filo conduttore: l’assuefazione dovuta al progredire incessante di tutti i dispositivi tecnologici. Un prodotto, dunque, atipico, assolutamente attuale, in grado di mostrare forme di degenerazione non solo a livello macroscopico, ma anche nella vita quotidiana. Il dato preoccupante, che ha generato molte critiche, non riguarda il progetto in sé, perché la possibilità di scegliere un percorso narrativo rispetto ad un altro e creare tantissime combinazioni di storie ha qualcosa di geniale, ma il sentirsi confusi e destabilizzati. I creatori, però, lo hanno spiegato senza giri di parole: “Il film è stato progettato per sperimentare. Non ci aspettiamo che le persone guardino tutti i finali, solo che si divertano a sperimentare qualcosa di nuovo”. E possiamo anche decidere di starci. Pochi giorni dopo invece, è stato lanciato sempre dai creatori di “Black Mirror” un nuovo inquietante gioco interattivo sui social: “The Black Game”. Qui la situazione cambia, e assume tratti preoccupanti. Questa volta gli utenti partecipano attraverso Instagram e l’esperimento trasporta su una dimensione ancora più reale: si possono controllare, per un’intera giornata, le azioni di una persona la cui identità non viene rivelata. Una persona reale, a cui si può far decidere di entrare in un bar e cospargere di panna i clienti, ad esempio. Il controllo si può perdere facilmente, ed è questo quello che spaventa. Gli utenti si sono accaniti ed hanno scelto per il “giocatore” le prove più difficili, potendo così vederlo in difficoltà. Il gioco è divertente, ma diventare protagonisti può essere pericoloso, dietro ad uno schermo si possono prendere con superficialità scelte che poi avvengono nella vita reale.

“Birdbox” presenta aspetti ancora più inquietanti. La pellicola racconta la storia di Malorie (Sandra Bullock), incinta al nono mese, tra i pochi sopravvissuti a  una serie di suicidi di massa che hanno decimato la popolazione mondiale. L’unico modo di sopravvivere è non guardare. Al che, la domanda sorge spontanea: come è possibile mettersi in salvo, scappare, addirittura attraversare un fiume per quasi quarantotto ore, senza vedere nulla? Malorie deve riuscirci, deve mettere in salvo i suoi bambini. Quindi naviga il fiume, affronta le rapide, attraversa un bosco, combatte a colpi di remi, mazze, coltelli, pistole contro nemici naturali (che colpisce sentendo il suono della voce) e soprannaturali (che sono poi la causa dei suicidi).

Fino a quando si vuole parlare dell’eccessivo utilizzo dei social network, del troppo tempo passato a “guardare” cose futili e insignificanti, ci siamo. Quando si arriva poi a creare delle sfide (“challenge”), in cui le persone imitano i protagonisti del film e compiono azioni di vario genere bendati, allora si è superato ogni limite ammissibile. YouTube ha infatti aggiornato le norme della community a seguito dell’upload sulla piattaforma dei video di bravate pericolose (tra cui incidenti stradali), impedendone il caricamento. Questo fenomeno ha dell’assurdo. Emulare persone cieche è veramente una “prova” che supera ogni logica. C’è anche dell’altro. Il film affronta altri temi, come quello della maternità. Malorie, infatti, rimasta sola, pensa anche di dare il bambino in adozione, pur di non averlo. Quando c’è la fine del mondo, però, risulta difficile mettersi in contatto con strutture che si occupano di adozioni. E allora Malorie accetta la gravidanza, ma controvoglia: non da nome al figlio, che chiama semplicemente “bambino”. Non si sa se ridere o piangere.

C’è stato “A quiet place”, in cui non si doveva parlare per sopravvivere. In “Birdbox” (il titolo si riferisce agli uccelli che sono in grado di avvertire le presenze sovrannaturali che istigano al suicidio), invece non si deve guardare. Quale sarà la prossima disabilità ad essere usata per creare un “horror”? L’unica definizione sensata è che la pellicola è assolutamente sconsiderata, non si preoccupa di affrontare temi di grande importanza (la maternità, le disabilità, la cecità in particolare), va avanti senza farsi scrupoli. Il risultato è che lo spettatore, inevitabilmente, si sente prese in giro. Non per essere catastrofici (perché di catastrofi ce ne sono già a sufficienza), ma c’è da domandarsi fino a che punto si può arrivare, dato che sembra non ci sia alcun limite al delirio e alla follia.

Mariantonietta Losanno