“LE VITE DEGLI ALTRI”: UN’ANALISI SOCIO-POLITICA CONTEMPORANEA

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Il 23 marzo 2006 è uscito nelle sale tedesche “Le vite degli altri”. L’anno dopo è arrivato nelle sale italiane e ha vinto il premio Oscar come miglior film straniero. La pellicola è il lungometraggio di debutto del regista e sceneggiatore von Donnersmarck.

Berlino est, 1984, Gerd Wielser è un abile e inflessibile agente della Stasi, la polizia di stato che spia e controlla la vita dei cittadini della DDR. La Stasi sorveglia, filtra e gestisce non solo gli affari politici ma anche quelli civili e personali. A Wielsen viene ordinato di controllare la vita di Georg Dreyman, un noto drammaturgo che si attiene alle linee del partito. Il ministro della cultura si è invaghito della compagna di Dreyman, l’attrice Christa-Maria Sieland, e il suo scopo è trovare anche la più piccola prova di malafede e slealtà a carico dell’artista, per avere campo libero. Ma l’intercettazione avrà esito opposto: Wielser entrerà nelle loro vite non per denunciarle ma per diventare un complice discreto. L’agente della Stasi si ribella alla politica imposta dal regime. Una politica di coercizioni e in cui l’obiettivo principale è quello di trovare ogni possibile disertore o “nemico”. La fede di Wielsen verso il comunismo gradualmente si affievolisce: se all’inizio del film l’istruttore della Stasi è un personaggio cinico e dal rigido addestramento militare, inizia poi a cambiare idea riguardo il Partito Socialista, depistando le indagini e favorendo l’artista. Wielser sembra così tanto immedesimarsi nella vita dell’artista da riconoscere allo stesso tempo anche il declino dell’autoritarismo politico tedesco. Il ministro della cultura, venuto a conoscenza del suo tradimento, lo destituirà dal suo incarico e lo confinerà in uno scantinato ad aprire e leggere le lettere dei cittadini. La fine del film è amara ma commovente.

   Georg Dreyman (Sebastian Koch)

C’è un salto temporale di qualche anno e ritroviamo Dreyman, che dopo la caduta del muro di Berlino e l’apertura degli archivi segreti della Stasi, legge i documenti a lui relativi e scopre di essere statocoperto e salvato dall’agente “HGW XX/7”(Wielsen). Decide quindi di rendergli omaggio nel suo nuovo romanzo con un epigrafe: “A HGW XX/7, con riconoscenza. Sonata per le persone buone”.

“Le vite degli altri” è la ricostruzione di una realtà asfissiata, una ricostruzione fedelissima di dialoghi e immagini che sembrano vere e proprie registrazioni e fotografie. Ci permette di “imparare una pagina di storia”, una storia che il film ha il merito di lasciare a futura memoria, per non farci dimenticare. La sceneggiatura è corrosiva ma mai provocatoria, il film procede lentamente e delicatamente, ma il messaggio che lascia è forte e chiaro, quasi come se fosse urlato. Il regime comunista usa il controllo totale come forma di soffocamento delle idee. Non solo i pensieri, ma anche lo “spazio” diventa proprietà dello Stato, annullando di fatto qualsiasi intimità (mentale e fisica) del cittadino. È peggio di una tortura, è un vero e proprio logoramento dell’uomo affinché desista da qualunque proposito sovversivo e chiuda gli occhi davanti alle ingiustizie del sistema. In un mondo in cui si è indottrinati a pensarla solo in un certo modo, solo negli ambienti artistici e culturali si riesce a sviluppare uno spirito critico. Ed è infatti venendo a contatto con la vita dell’artista che Gerd Wielser comincia a perdere il suo fortissimo attaccamento alla politica comunista. Nelle vite degli altri, purtroppo non nella sua, c’è amore e non distruzione, c’è passione e non razionalità. A questo punto, quindi, la sua vita può essere sacrificabile per salvaguardare quella degli altri. Wielser scopre l’umanità, la compassione, l’amore: sentimenti così forti capaci di fargli abiurare la sua fede politica. Ma l’agente della Stasi scopre, anche e soprattutto, il coraggio. Ed è Dreymar ad insegnarglielo, perché è un esempio di come si possa ingegnarsi per portare avanti le proprie idee e sentirsi ancora vivi, anche sotto dittatura.

 “Le vite degli altri” è un film intenso che ritrae una Germania Est oppressiva: le strette sorveglianze, le perquisizioni, la prigionia, gli interrogatori, la limitazione di ogni forma di espressione e di pensiero. Un’immagine angosciante, ma assolutamente vera.

Mariantonietta Losanno