“BLOW”: L’ASCESA E LA CADUTA DI GEORGE JUNG

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Abbiamo già condotto più volte un’analisi del cinema “alterato”, “allucinato”: abbiamo affrontato pellicole dolorose come “Requiem for a dream” di Darren Aronofsky, che abbandona ogni forma di buonismo, speranza e redenzione, in cui non esiste il Bene, ma solo inesorabile e lenta distruzione; abbiamo citato i cult come “Trainspotting”, “Paura e delirio a Las Vegas”; persino le commedie come la trilogia “Smetto quando voglio” che ironizza con intelligenza sul mondo delle droghe e sulla precarietà del lavoro. I prodotti autobiografici, invece, come ad esempio “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” hanno un impatto diverso, sensibilizzano e spaventano maggiormente, sono una denuncia più forte e violenta.

“Blow”, diretto da Ted Demme,  è tratto da una storia vera, quella di George Jung, l’uomo che ha organizzato il mercato americano della cocaina negli anni Settanta, diventando il braccio destro di Pablo Escobar, l’esponente dell’organizzazione di narcotrafficanti colombiani nota, fra gli anni Settanta e Ottanta, come il “cartello di Medellin”. Ingenuità, senso pratico e persino coraggio: questi gli elementi caratteristici di Jung. Ted Demme, eclettico e versatile regista di commedie come “Beautiful Girls”, con Uma Thurman e Natalie Portman; o “Life”, con Eddie Murphy, decide con “Blow” di raccontare la vita di un uomo che corre impavido verso la catastrofe, senza forzare i toni, cercando però di suscitare persino empatia. Demme, infatti, porta sullo schermo l’infanzia difficile di Jung e i conseguenti traumi riportati, la perdita della sua compagna Barbara, uno dei suoi primi affetti, morta a causa di un cancro: analizza, dunque, il suo lato più umano. Ci sono due lati di Jung: l’avidità e la furbizia da una parte, la debolezza interiore di un uomo che, dopo aver passato gran parte della sua vita sul filo del rasoio, si accorge di aver sbagliato tutto e di non avere la possibilità di recuperare. Jung vive continuamente torturato dai sensi di colpa, a partire dalla morte della sua giovane compagna, a cui si aggiungono l’odio ricevuto dalla madre, il divorzio dalla moglie Mirtha e, soprattutto, l’allontanamento della figlia Kristina, ciò che più lo segna.

Gli unici punti di riferimento sono il suo sporco lavoro, i suoi “amici” e soprattutto il padre, la migliore figura del film, che pur riconoscendo i guai del figlio, non smetterà mai di sostenerlo, mettendolo però sempre al corrente dei pericoli che corre. “Blow” è anche una grande testimonianza di un periodo storico: viene mostrata la cultura americana degli anni Settanta e Ottanta, le mode e gli stili di vita. Il tutto, poi, è contornato dalla musica in voga del periodo: i Cream, Bob Dylan, i Rolling Stones, Lynyrd Skynyrd. Demme decide di dare un’immagine atipica di un criminale: è soprattutto l’amoralità mista ad un’inaspettata ingenuità a rendere Jung “affascinante”. Dietro la facciata di un avido criminale, si può nascondere persino un’umanità. Dall’onnipotenza assoluta si può arrivare alla più forte solitudine senza accorgersene. Il punto di vista di Demme stranisce lo spettatore, che da un lato si sente coinvolto dalla vicenda di Jung, dall’altro non può schierarsi dalla parte di un uomo che ha distrutto con le proprie mani il suo futuro, distruggendo anche quello delle persone a lui più care.

  George Jung

Che tu possa avere sempre il vento in poppa, che il sole ti risplenda in viso e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle”   George Jung

Mariantonietta Losanno