SESSA AURUNCA…COMPLESSO DI SANTO STEFANO, DA CONVENTO A PIANTAGIONE DI FICHI

  –  di Salvatore Zinno  –

COMPLESSO di SANTO STEFANO – I solai crollati

Appia Polis, spesso e malvolentieri, si occupa delle brutture che pervadono il territorio di questa provincia; brutture architettoniche piuttosto che amministrative, politiche o comportamentali…… ovviamente il fatto di occuparsi di questi argomenti non è motivo di vanto o di particolare compiacimento, ma il timido tentativo di mettere in evidenza quelli che possono essere argomenti sui quali intervenire per il miglioramento della percezione comune del bello e contribuire alla giusta rinascita del territorio, intesa come come “contrario” di degrado; insomma, in parole povere, portare  il giusto grado di “scuorno” agli occhi di chi amministra il territorio e che quindi è deputato – o dovrebbe esserlo – a prendere decisioni per tenere tutto nei giusti binari.

Ci rendiamo anche conto, però, che in 99 casi su 100 non si cava un ragno dal buco, ma come si dice: “daglie e daglie….” anche gli animi più aridi dei nostrani amministratori potrebbero trarre lo spunto per una presa di coscienza, magari ponendo in essere qualche azione di miglioramento del territorio, per la quale non ci sogneremo mai di chiedere i diritti d’autore.

Veniamo a oggi, alla narrazione di una bruttura che troneggia nel bel mezzo del centro storico di Sessa Aurunca, città che più volte abbiamo definito uno scrigno di gioielli architettonici ed archeologici che purtroppo sono lasciati alla totale incuria ed abbandono…..le classiche “perle in mano ai porci” – e non ce ne vogliano né i porci nè i cittadini sessani, cui va tutta la nostra solidarietà, ma anche un po’ il nostro biasimo per aver scelto, negli ultimi trent’anni o giù di lì, una schiera di amministratori poco all’altezza, e per non ribellarsi al degrado che li circonda, avendo sviluppato una condizione di “abitudine allo scempio”!

Raccontiamo di un immobile, di cui in parte abbiamo già trattato in parte nel mese di novembre, che ha ospitato nel secolo scorso, nell’ordine: la Pretura, il carcere, la caserma dei Carabinieri e qualche ufficio di quella che si chiamava U.S.L.

Originariamente nasce tra il 1200 e il 1300 come convento delle suore francescane e mai le monachelle avrebbero potuto immaginare che questo enorme fabbricato avrebbe retto, con il passare dei secoli, a: terremoti, incursioni saracene, congiure di Baroni, razzie dei francesi repubblichini e altre “amenità” del genere; mentre avrebbe dovuto alzare bandiera bianca, al cospetto dei novelli barbari, ovvero degli amministratori del ventunesimo secolo, e indi tracollare.

Per capire di cosa si parla, il convento di Santo Stefano è un immobile di quasi 4000 metri quadri di superficie coperta, su due livelli con annessi due chiostri interni di oltre 600 metri quadri; ha un affaccio privilegiato sul teatro romano (quando è visibile e non coperto dalle erbacce).

Nell’articolo di novembre, ci eravamo limitati a descrivere la condizione nefasta apprezzabile dall’esterno, oggi andiamo oltre avendo avuto il “privilegio” di poterlo visitare dall’interno documentando fotograficamente ciò che ne resta.

È proprio da questa visita interna che si può “giudicare” non solo il classico degrado – per modo di dire – che accompagna tanti fabbricati di gran valenza storica-architettonica, ma anche il totale abbandono intellettuale e distacco emotivo che l’amministrazione comunale, proprietaria (ahimè) dell’edificio, sta scientificamente attuando.

I coppi frantumati

Infatti, viaggiando nelle stanze e negli ampi corridoi, balza agli occhi la tenacia con la quale alcuni affreschi che ricoprono le volte, vogliano a tutti i costi resistere alle infiltrazioni di acqua e all’inesorabile crollo dei solai; oppure le enormi quantità di coppi antichi frantumati e ammucchiati alla rinfusa. Per non parlare poi di alcuni oggetti alieni al sito, come dei grossi calderoni per bollire i pomodori da conserva o dei tini per pigiare l’uva, ipotesi comprovata dalla presenza di una bella quantità di raspi ordinatamente gettati in una stanza del “primo piano”. Questi ritrovamenti fanno presupporre che il fabbricato venga illecitamente utilizzato per faccende domestiche e private, o da qualche cittadino che abusivamente vi si introduce oppure da qualche addetto del comune che ne possiede le chiavi. Sarebbe anche interessante conoscere il “Genio” che ha ritenuto di dover gettare dei raspi di uva al primo piano di un fabbricato piuttosto che in una campagna dove la natura avrebbe fatto il suo corso e trasformato il tutto in concime organico.

Tini, tinozze e raspi

La realtà dei fatti, abbiamo constatato, supera qualsiasi immaginazione, infatti un terzo circa del complesso di Santo Stefano, qualche anno fa, fu interessato da alcuni lavori di ristrutturazione di parte della tettoia; lavori pagati pare con un finanziamento regionale. Su di una superficie di circa 500 metri quadri, a ridosso della villa comunale, fa bella mostra di se una bella tettoia con capriate in legno che è stata realizzata al di sopra delle tramezzature interne. Lavoro ben eseguito ma fine a se stesso, perché non ha determinato un riutilizzo degli spazi.

Ombrelloni…….

Nell’articolo di novembre facevamo ironia sulla presenza di alberi di fico nel fabbricato consigliando la produzione di una conserva a base di fichi, magari con un brand del comune di Sessa, ma la situazione, purtroppo, è drammaticamente più grave.

A queste condizioni, non ci può essere pace per il patrimonio architettonici sessano; un patrimonio immobiliare enorme che ben tenuto garantirebbe un ritorno in termini di occupazione e benessere per l’intero territorio, promuovendolo con la vicina stazione marittima di Baia Domizia. Invece, si continuano a contare solo macerie dalle quali nulla può nascere.

Ombrelloni e…”paperelle”

Il comune, oggi utilizza questo spazio enorme come deposito per i cartelloni elettorali e per altre piccole inutilità, ma anche per qualche ombrellone e salvagente con chissà quale inutile storia; ben altro utilizzo se ne potrebbe fare, la prima idea che ti viene in mente guardando l’interno dell’ala che ospita la nuova tettoia, è la creazione di una sala conferenze abbattendo le tramezzature interne che una volta dividevano gli ambienti e sorreggevano i

La nuova tettoia

vecchi solai che oggi non esistono più.

Questo giornale, da spettatore esterno, resta fiducioso in una reazione d’orgoglio della politica sessana, che diventi capace di “pensare” i giusti impieghi per i suoi immobili…altrimenti, oltre all’oblio restano due possibilità: l’eutanasia immobiliare o la degustazione delle confetture di fichi del Sindaco Sasso!

Le volte affrescate

I chiostri


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