“21 GRAMMI”: IL RAPPORTO TRA IL DESTINO E IL LIBERO ARBITRIO

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Jack è un ex detenuto divenuto un fanatico integralista; Cristina è una ex tossicodipendente che ha perso il marito e le figlie in un incidente; Paul è un professore di matematica in attesa di un trapianto di cuore. La vita di tre nuclei familiari, apparentemente slegati tra loro, viene travolta da eventi che finiranno invece per unirli strettamente dimostrando come ogni avvenimento sia indissolubilmente legato all’altro. Il cinema di Iñárritu è raffinato, studiato, versatile; è anche caotico, complesso, disperato. Ne è un esempio “Biutiful”, una pellicola potente, che non si dimentica, un film che non ha paura di immergersi a fondo per verificare se all’essere umano sia rimasto ancora qualcosa che assomigli alla speranza. “21 grammi”, opera precedente a “Biutiful”, scritta con l’amico scrittore Guillermo Arriaga, parla di amore, vendetta e redenzione. È una pellicola intimista, con un asse narrativo molto forte. “21 grammi” affronta con coraggio sia la morte che la rinascita: lo spettatore assiste lacerandosi e analizzando ogni più piccola emozione. Come si riesce a ritrovare il senso della vita quando ogni certezza viene distrutta da un evento casuale? È poi tutto legato al caso, o alla volontà del singolo? Iñárritu indaga i sentimenti, alcune volte colpendo lo spettatore e provocando sofferenza, ma consente anche a tante anime perse di ritrovarsi, di riaggrapparsi alla vita.

Il dottor Duncan MacDougall nel 1907 lavorò ad un’ambiziosa ricerca: pesò sei persone al momento del trapasso, riportando risultati a sostegno della sua teoria, ossia quella che l’anima avesse un peso. Il medico rilevò che quando una persona moriva il corpo pesava istantaneamente 21 grammi in meno (equivalente anche alla massa di elettroni presenti in ogni individuo). Proprio su questa affascinante teoria medica si basa “21 grammi”. Un difetto che si può riscontrare nell’opera di Iñárritu è la confusione che creano i diversi piani temporali (la stessa confusione di cui si è servito Christopher Nolan in “Memento”, ad esempio): è possibile che il regista messicano abbia voluto porre il pubblico nello stesso stato mentale confusionale dei tre protagonisti principali?

“21 grammi” mantiene ugualmente il suo fascino e la sua potenza emotiva per tutta la sua durata, fornisce inoltre diversi spunti di riflessione filosofica (sulla vita e sulla morte, su tutto ciò che per alcuni è già “deciso” e per altri è impossibile prevedere). È un’opera spiazzante che consente allo spettatore di immedesimarsi e provare empatia proprio perché i personaggi sono così semplici e umani.

La pellicola di Iñárritu emoziona, sconvolge e spaventa allo tempo stesso. Le immagini sono forti, colpiscono direttamente allo stomaco. È difficile restare indifferenti. Come si affronta una morte accidentale? Le persone che restano in vita hanno il dovere di non lasciarsi andare per apprezzare ancora la vita o sono legittimate a sentirsi in colpa e a voler porre fine alla loro esistenza? Sono temi da maneggiare con cura, proprio per questo “21 grammi” non è un film indicato per tutte le tipologie di pubblico, può risultare eccessivo, devastante.

Quello che gli spettatori “più forti” possono cogliere è la speranza (la stessa che Iñárritu aveva suggerito in “Biutiful” e in altre sue pellicole): dopo la più ingiusta e lacerante sofferenza ci può essere rinascita. Questo comporta accettare che la vita venga sconvolta, rivoluzionata, distrutta. Iñárritu -rischiando di non arrivare a tutti- prova a suggerire un messaggio molto forte e complesso da comprendere, per certi versi fin troppo. Le emozioni contrastanti che scaturiscono dalla visione del film necessitano di tempo e coraggio per essere metabolizzate e comprese.

Mariantonietta Losanno