“WHIPLASH”: IL CINEMA DI CHAZELLE COMMUOVE GLI AMANTI DELLA MUSICA

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L’espressione enfant prodige potrebbe sembrare una locuzione inflazionata, usata per “fare effetto”: nel caso di Damien Chazelle è giustificata dai fatti. Poco più che trentenne, infatti, ha vinto il premio Oscar per la miglior regia per “La la land” (2016), un film attesissimo che ha accolto le aspettative di una gran parte del pubblico, il genere di pubblico che è in grado di lasciarsi emozionare da una bella e travolgente storia d’amore, dalla musica e dalla poesia. “La la land”, però, non è la classica favola d’amore, è una pellicola in cui i sacrifici e le difficoltà sono la chiave di realizzazione personale: “Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”, diceva Shakespeare. Damien Chazelle è cresciuto in un contesto prettamente accademico: il padre è un noto professore di informatica all’università di Princeton; la madre, invece, una docente di storia medievale presso il “The College of New Jersey”. Il cinema è sempre stata la sua più grande passione, ma il fascino della musica lo trascina inizialmente verso un’altra direzione: durante gli anni del liceo, Chazelle cerca di affermarsi come batterista jazz sotto lo sguardo severo di un insegnante di musica, da cui ovviamente trae ispirazione per il personaggio di Terence Fletcher in “Whisplash”, una sorta di Sergente Hartman spietato e senza umanità.

“Whiplash” racconta la storia di un giovane batterista che frequenta una scuola di musica di New York dove incontra un insegnante tanto carismatico quanto duro nei metodi di insegnamento. Allievo e maestro creano un rapporto intenso, a tratti morboso, che esclude ogni altra interferenza esterna. La disciplina è tutto e per arrivare al successo si deve essere disposti a rinunciare a qualsiasi cosa, persino agli affetti. “Whiplash” somiglia per certi aspetti all’ambiente cupo de il “Cigno nero”, in cui il protagonista è solo e in lotta contro se stesso e l’insegnante sembra non essere dalla sua parte. Per certi versi, forse, il regime inflessibile che Chazelle mostra in “Whiplash” infonde un senso di rabbia e impotenza: è giusto subire determinate angherie per riuscire ad eccellere? Terence Fletcher è certo che sia il metodo giusto per insegnare. Il rapporto sadomasochista allievo/maestro è estremo: il maestro sarebbe disposto a distruggere la vita di tutti i suoi studenti per spingere un talento ad emergere andando oltre i propri limiti; l’allievo è capace di vivere in una totale solitudine per dedicarsi solo ed unicamente alla batteria. È un rapporto che si alimenta di quotidiani duelli psicologicamente e fisicamente estenuanti.

“Whiplash”, così come “La la land”, è un film che ha ritmo e funziona. C’è molto di più dell’ambizione nelle pellicole di Chazelle, c’è una continua, incessante e lacerante lotta per raggiungere la perfezione. Il messaggio può sembrare forzato ed eccessivo, è come se il regista abbracciasse un ideale e cercasse un modo di farlo comprendere al suo pubblico: il massimo talento non si esprime senza determinazione e abnegazione totali. “Whiplash” premia il narcisismo auto compiaciuto e l’ossessione di identificarsi con un modello vincente, esalta la “follia” di un ragazzo che rinuncia all’amore, si fa sanguinare le mani, rischia di morire in un incidente pur di poter suonare la batteria, pur di diventare il migliore.

Mariantonietta Losanno