“PERFECT SENSE”: IL THRILLER DISTOPICO CON EWAN MCGREGOR E EVA GREEN

Un incrocio tra due generi: il film romantico che racconta la storia d’amore tra lo chef Michael e l’epidemiologa Susan; l’opera di fantascienza che mostra il disfacimento di un’intera popolazione a causa di un virus che prima colpisce l’olfatto, poi il senso del gusto, l’udito e la vista. In realtà, non c’è nessuna analisi medica della malattia, è come se l’epidemia fosse un disturbo spirituale globale, non ci sono motivi a cui additare la perdita dei sensi, e dunque, non c’è nulla che possa prevenire il contagio. Generalmente la perdita dell’olfatto avviene dopo un momento di tristezza o un pianto incessante, il gusto sparisce dopo un attacco di fame bulimica, l’udito in seguito ad un attacco di rabbia o violenza. In questo clima apocalittico nasce la storia tra Michael e Susan, che per restare in vita e non perdere lucidità si aggrappano l’uno all’altro, seppure consapevoli del futuro che li attende.

In un mondo che crolla e dove ogni certezza, anche sensoriale, svanisce, le uniche costanti che resistono sono i sentimenti. Il regista pone al centro Susan e Michael come se fossero due personaggi “esemplari”. Ogni loro fragilità viene messa a nudo: Susan sta cercando di superare i suoi problemi personali legati a relazioni fallite e a complessi psicologici dettati dalla sua impossibilità di avere figli; Michael è cinico, egoista ed anafettivo, ma con un grave trauma che porta con sé dai tempi del liceo. I due protagonisti sono, dunque, molto umani e questo spinge il pubblico ad avvertire una più forte empatia. La malattia rende le persone vulnerabili e attacca pian piano tutti i sensi. Le persone cercano quindi di comunicare tra di loro, si abbracciano, colgono ogni attimo a loro disposizione, memorizzando volti di persone che probabilmente non rivedranno più. Il contrasto tra l’aspetto drammatico e quello romantico è evidente, ma rende più credibile la metafora e più forte il messaggio trasmesso.

Al regista non interessa approfondire le radici dell’epidemia, la narrazione è spesso confusa e alterna deliberatamente scene catastrofiche o disturbanti (come quelle in cui le persone, in preda ad un attacco di fame ossessiva, mangiano le cose più assurde, tra cui un rossetto o dei fiori) a immagini di povertà in zone dell’India o del Messico, senza che ci sia un filo logico che le leghi. A Mackenzie probabilmente non interessa il realismo della situazione, ma l’emergere della storia d’amore nel contesto di un’apocalisse e la reazione dei due personaggi alla realtà inesorabile. Il degenerare della situazione globale viene lasciato quasi sempre fuori campo.

La paura acutizza i sensi, ma a Michael e Susan non è concesso di averne. Mackenzie analizza l’aspetto distopico in un modo nuovo e originale, in cui nella più raggelante desolazione traspare una parvenza di speranza che spinge a lottare nonostante il destino sia già scritto. E cosi, quando niente sembra avere più senso, le persone tornano ad apprezzare i piccoli gesti, consci che ogni sguardo o assaggio, potrebbe essere l’ultimo. Mentre odori, immagini e suoni si dissolvono, Michael e Susan si avvicinano fino a toccarsi per davvero. Il contatto è, infatti, l’unico senso che è rimasto loro ed è l’unica alternativa all’annullamento totale. L’uomo esiste perché vede, sente, ascolta: bisogna provare ad immaginare, invece, un’anima che, priva di sensi, si tiene stretta ad un’altra. Mackenzie prova, quindi, a suggerire allo spettatore un’idea: è possibile perdere la percezione sensoriale senza perdere la propria identità.

Mariantonietta Losanno

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