“LAST DAYS”: LA RAPPRESENTAZIONE DI KURT COBAIN DAL PUNTO DI VISTA DI GUS VAN SANT  

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Kurt Cobain è stato il testimone, forse il più importante, di una generazione e un disagio che ancora oggi faticano a trovare uno spazio e un ascolto nella nostra cultura. Il leader dei Nirvana non può essere definito banalmente un eroe, perché non esistono eroi che non riescano a vincere i propri -seppur devastanti- demoni e drammi interiori in nome di ciò che amano. Non si può definire eroe chi lascia un figlio senza padre, chi rinuncia a combattere le proprie piccole o grandi battaglie quotidiane soccombendo a se stesso. Questa, sebbene vera, sarebbe una visione troppo semplicista da condividere. Non è questa l’idea da seguire, non serve -e non è servito- etichettare Cobain come un eroe, non è di questo che ha bisogno chi lo ha amato e chi lo ama ancora. I giovani che si sono trovati a vivere in un periodo storico in cui -complice la fine della guerra fredda e delle “ideologie”- il mondo sembrava destinarli a una felicità e a scelte di vita obbligate, bombardati da modelli culturali che transitavano in quel periodo (dal più chiuso conservatorismo di provincia ai più nuovi valori della cultura neoliberale), hanno visto in Cobain qualcosa di diverso rispetto agli idoli mainstream di fine anni Ottanta. L’autoironia, unita alla sua disillusione, ha rappresentato un collante per tutti i “perdenti”, i fragili e i diversi che si sentivano respinti. Molti hanno visto in lui una sorta di amico con cui condividere sensazioni e pensieri che, finché restano soltanto personali, fanno sentire sbagliati o pazzi. Forse i giovani di allora avevano bisogno -e, chissà, anche quelli di oggi- non di un modello, ma di sincerità. Un amico che non si erge su un podio per dire come dovrebbero essere viste le cose, ma che accetta qualsiasi forma di pensiero e espressione (“come as you are”, appunto).

Gus Van Sant, “genio ribelle” della regia, ha scelto di rappresentare Cobain in un modo originale, rifiutando la biografia o il documentario: i fatti sono solo ispirati a Kurt Cobian, come si può leggere dai titoli di coda. Quello che il regista ha voluto rappresentare è ciò che potrebbe accadere nella mente di “uno come Cobain”, cioè nella mente di chi vive a metà tra il reale e l’irreale, nel forte contrasto tra l’essere e il non essere, tra uno stile di vita “giusto” e “ingiusto”. Ferito, spaesato ed emarginato, nel giro di pochi anni Kurt ha ottenuto un successo incredibile, e non ne ha retto il peso e la responsabilità. “Last days” è costruito mediante voci fuori campo, scene ripetute, confusione e caos. Quello di Gus Van Sant è un film che ci parla di morte e di paura, e nel farlo sceglie di non scendere a compromessi. Il ripetersi di alcune azioni, poi, è forse una possibilità per poter ritornare a vedere con occhi diversi la vita. Il racconto di Van Sant si sofferma su dettagli apparentemente insignificanti, sugli stimoli e i paesaggi esterni, non sugli effetti ma sulle cause. Di fatto, quindi, il regista non racconta né evoca, prova invece a guardare dall’esterno la disperazione e il senso di vuoto che assorbiva Cobain. Il personaggio di Blake/Kurt interpretato da Michael Pitt vive una tranquillità artefatta che lo spettatore respira con inquietudine e impotenza, è tangibile il caos che attanagliava l’animo di Cobain.

Venticinque anni fa si è spento un mito. La sua devastante lettera di addio racconta il suo senso di colpa, per non essere riuscito a smettere con l’eroina (che minava il rapporto con la figlia e la moglie), e per essersi lasciato sfruttare da un’industria discografica senza scrupoli e poco sensibile alle istanze politiche che incarnava. Restituiamo quindi, attraverso l’opera di Van Sant, il ruolo che Kurt Cobain avrebbe dovuto e voluto avere: l’amico fragile che possiamo essere ancora gli uni per gli altri. Dopo venticinque anni dalla morte del leader della band simbolo del grunge il mondo continua a celebrare la sua scomparsa forse perché, quello di Seattle, è stato l’ultimo grande movimento giovanile di ribellione e lui ne ha incarnato l’essenza più pura.

Mariantonietta Losanno