LE VELE DELLA DISCORDIA: SCAMPIA E IL DESIDERIO DI RINASCITA

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di Andrea Zippa

Un anello di congiunzione tra la terra e il cielo, un semplice strumento di propulsione che viene associato nella vita di tutti i giorni alla serenità di una placida giornata estiva, alla felicità che dona l’essere cullati dal soffio di una leggera brezza nell’angolo di paradiso delle azzurre distese marine con la sola dolce musica dello sciabordio delle acque intorno allo scafo di legno di un’imbarcazione: tutte queste immagini e molte altre ancora vengono in mente al suono della parola vela; immagini che, purtroppo, contrastano aspramente con una delle realtà più tristemente note di Napoli a livello nazionale e internazionale, i celebri complessi abitativi del quartiere napoletano di Scampia, comunemente noti, in virtù della loro forma, come “Vele”. La loro origine doveva essere legata ad un grandioso progetto di crescita delle aree periferiche del capoluogo campano alla metà del ‘900 ma, ben presto, esse, da progetto innovativo e simbolo di innovazione, sono divenute il segno più chiaro del degrado di un quartiere che tenta di rialzare la testa e di mostrare la parte più bella di sé, superando i tradizionali pregiudizi. In occasione dell’avvio delle procedure di abbattimento della cosiddetta Vela Verde che cominceranno lunedì 13 maggio, ripercorriamo insieme la storia di questi edifici che è strettamente connessa e legata all’area di Scampia, alla periferia nord della città, in prossimità della zona di Secondigliano.

Il progetto del quartiere Scampia nasce alla metà del ‘900 in un’area cittadina costituita da una semplice spianata di erbacce, al di là dell’area collinare napoletana, in cui sorgeva qualche sparuto edificio: il vero boom edilizio in questa zona cominciò negli anni ’70, con la costruzione delle prime strutture, edificate in virtù delle direttive della legge 167/1962 sull’edilizia popolare: i nuovi alloggi che qui dovevano sorgere avrebbero dovuto dar vita, probabilmente, ad un nuovo quartiere residenziale del capoluogo campano, indicato anche come “Secondigliano II”, probabilmente con lo scopo di far sì che la zona principale della città divenisse il centro: è così che cominciano ad essere costruiti i primi complessi abitativi, indicati generalmente come “case della 167” dal nome della legge; all’interno di questi edifici rientrano anche sette palazzi che, in virtù della loro forma singolare, prenderanno il nome con cui saranno tradizionalmente indicate: le “Vele”.

È il 1962 quando all’architetto Franz Di Salvo, palermitano ma attivo principalmente sul territorio napoletano (dove aveva realizzato qualche anno prima il nuovo Rione Cesare Battisti di Poggioreale, ottenendo enorme successo a livello nazionale, tanto che esso sarà indicato come una delle più belle strutture di Case Popolari) viene richiesta dalla Cassa del Mezzogiorno la costruzione di nuovi edifici residenziali: egli presentò un progetto molto innovativo per l’epoca, basandosi generalmente sulla moda megastrutturista, di gran voga negli anni ’60, e, nello specifico, sul principio delle unités d’habitation stabilito dall’architetto francese Le Corbusier e sulle strutture del giapponese Kenzo Tange (che, di lì a qualche anno progetterà i maestosi grattacieli del Centro Direzionale di Napoli). Egli immaginò sette strutture a torre e a tenda, indicate con le lettere dell’alfabeto dalla A alla H, di 14 piani, composte da due blocchi paralleli, disposti lungo l’asse nord-sud per garantire adeguate illuminazione e ventilazione, distanziati tra loro di 10 metri circa e collegati da passerelle sospese in materiali leggeri e trasparenti che avrebbero condotto gli abitanti alle loro case, formate ciascuna da un numero variabile di stanze, tra le tre e le cinque; nella loro forma, esse dovevano richiamare i caratteri fondanti del centro storico napoletano poiché l’aspetto a vela si ispirava a quelle che sono definite le “colline artificiali” della città, formate da agglomerati di edifici urbani, mentre i ballatoi volevano essere un richiamo ai vicoli del cuore storico cittadino, con la tradizionale alternanza di luce e buio e il miscuglio di aromi, suoni, colori; erano, inoltre, previsti, ogni sei piani, spazi di socialità comune (aree verdi, spazi di gioco, ecc.) e la creazione di uffici e negozi, tutto questo per permettere una socializzazione tale che i residenti vivessero come un’unica grande famiglia.

Il progetto, valente sulla carta, non fu però concretizzato nella maniera adeguata, poiché, al momento di erigere gli edifici, l’impresa appaltatrice modificò l’idea dell’architetto per abbattere i costi: così fu ridotto lo spazio tra i due moduli e le passerelle in materiale leggero e trasparente furono sostituite da ballatoi pesanti e bui in cemento, sostituendo, inoltre, l’originaria forma tondeggiante dei due corpi paralleli in una sorta di piramide a gradoni con un complessivo effetto di oscurità, ciò che ha causato anche una serie di problemi interni agli appartamenti stessi, preda di umidità a causa dell’assenza di luce; inoltre, i previsti spazi comuni non furono mai realizzati. A ciò si aggiunse anche una pressoché totale assenza di infrastrutture che permettessero un collegamento tra Scampia e il resto della città e la mancanza di un commissariato di Polizia che sarà impiantato solo nel 1987, il che ha reso il quartiere una sorta di isola all’interno di Napoli, permettendo il proliferare della criminalità organizzata e non solo.

A complicare ulteriormente una situazione già poco brillante sono intervenute anche circostanze esterne, come il terremoto dell’Irpinia del 1980 che rese ancor più urgente l’emergenza abitativa, causando migliaia di sfollati che andarono ad occupare più o meno abusivamente spazi vuoti nei nuovi edifici e alcune delle abitazioni, molte delle quali ancora non completate e in cui mancavano anche i servizi fondamentali come l’allaccio alla corrente elettrica, al gas e all’acqua; ulteriori problematiche provengono anche dalle malsane scelte dell’amministrazione comunale che da un lato approvò l’edificazione di altre duemila Case Popolari con lavori che, secondo le indagini della Corte dei Conti, risulteranno effettuati a un costo venti volte superiore al prezzo stabilito e che causeranno un ulteriore peggioramento della situazione dell’area, dall’altro impiantando in zona il nuovo Sert dell’ASL Napoli 1: allettati dalla possibilità di ricevere metadone gratis, intere frotte di tossicodipendenti si riversarono così tra le grigie vie senza una storia del nuovo quartiere, delimitate dalle oscure mura di quei palazzi appena costruiti ma già degradati; a partire da ciò la criminalità organizzata approfittò della situazione trasformando Scampia in quello che è definito il “paradiso della droga”. Insomma, in breve tempo la situazione diventa sempre più complicata fino a giungere al tracollo, denunciato esplicitamente da Papa Giovanni Paolo II nel 1990, in occasione della sua visita al quartiere: è grazie a questo evento che, finalmente, l’opinione pubblica si mobilita e la parte buona di Scampia, che da anni cercava appoggio per far sentire la sua voce in mezzo ad un tale degrado, denuncia la grave situazione dell’area con la creazione di diverse associazioni e comitati di lotta e di rinascita.

È a questo punto che si mobilitano anche le istituzioni cittadine: si decide di colpire quello che doveva essere il nuovo modello abitativo, divenuto, tuttavia, il simbolo della fatiscenza dell’area, il complesso delle Vele, appunto, diventate ricettacolo di delinquenza e criminalità oltre a versare in pessime condizioni e prive di qualsivoglia manutenzione. La giunta comunale, guidata allora da Antonio Bassolino, decreta così l’abbattimento di una prima Vela tra il 1997 e il 1998, la F, che viene abbattutta in due fasi: dopo un vero e proprio bombardamento in cui crolla solo una parte dell’edificio, lasciando i piani alti letteralmente sospesi in bilico sulle macerie, si procederà all’abbattimento definitivo tramite ruspe; nel 2000, ancora con Bassolino sindaco, viene fatta crollare la Vela G; infine, nel 2003, dopo un primo progetto di rifunzionalizzazione caduto nel vuoto, viene abbattuta anche la Vela H ad opera della giunta Iervolino; le restanti quattro costruzioni saranno da allora indicate cromaticamente come Vela Azzurra, Gialla, Verde e Rossa. Ed è a questo punto che, dopo l’iniziale illusione di un risanamento, scoppia una guerra tra clan che getta il quartiere ancor più nel terrore e nel sangue; contribuisce ancor di più ad evidenziare crudamente la situazione dell’area Roberto Saviano con il suo best seller “Gomorra” cui seguirà prima il film di Matteo Garrone nel 2008 e poi, dal 2014, la serie tv. La fusione tra realtà e fantasia è ormai concreta, tanto che la parola “Gomorra” è diventata un’espressione ormai proverbiale nel gergo quotidiano.

Il quartiere, però, continua a combattere per tentare di alzare la testa e mostrare il suo volto buono e virtuoso, purtroppo offuscato da questi fenomeni, anche mediatici: ricordiamo che, proprio a causa dell’immagine della città che veniva veicolata dalla serie, pochi anni fa il giornale inglese “The Sun” inserì Napoli nella classifica delle dieci città più pericolose al mondo, salvo poi ritrattare, cancellandola dalla lista; parallelamente, il sindaco Luigi de Magistris ha promosso un progetto di rilancio di Scampia, il “Restart Scampia”, finanziato con 27 milioni di euro, che prevede la riqualificazione dell’intero quartiere: oltre all’apertura di un nuovo commissariato di Polizia in prossimità delle Vele già nel 2010, è stata recentemente completata la costruzione di un nuovo edificio sulle ceneri della Vela H che ospiterà, tra pochi mesi, una nuova sede della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II; è previsto inoltre l’abbattimento di tre delle restanti Vele ancora esistenti mentre la sola che rimarrà in piedi sarà ristrutturata e riqualificata per ospitare gli uffici della Città Metropolitana di Napoli. Conclusasi le procedure di sfratto degli inquilini, lunedì 13 maggio cominceranno i lavori di cantierizzazione per preparare la Vela Verde all’abbattimento che avverrà entro 180 giorni; la seguiranno poi a ruota la Vela Rossa e la Vela Gialla, lasciando la sola Vela Azzurra pronta per la riqualificazione.

Ed è significativo che proprio su quest’ultimo edificio sia comparso un eloquente striscione: “Ha vinto la lotta. Adios”. Scampia ha voglia di risollevarsi, alzare l’albero maestro e tornare a veleggiare, lasciando da parte tutte le brutture da cui è stata caratterizzata negli anni. Così quell’unica Vela che rimarrà sollevata potrà realmente collegare terra e cielo e riportare un po’ di paradiso in questa terra.