DA CANNES AL DUEL, “IL TRADITORE” DI BELLOCCHIO NON E’ GOMORRA

A cura di Dalia Coronato

E’ una storia che ha lasciato il segno, ha fatto commuovere e arrabbiare l’Italia intera e forse ci ha reso più consapevoli del marcio intorno. Quel cumulo grigio di macerie e polizia visti al telegiornale ogni anno dal 23 maggio 1993, è sul grande schermo con il nuovo film di Marco Bellocchio. “Il Traditore” – nelle sale del Duel Village di Caserta fino al 29 maggio – è l’opera cinematografica che ripercorre la storia di Cosa Nostra e del primo collaboratore di giustizia appartenente alle medesima organizzazione criminale. Il boss dei due mondi, così chiamato per le lunghe permanenze in America, è interpretato da un impareggiabile Pierfrancesco Favino. L’attore passa dal dialetto siciliano alla lingua portoghese con grande maestria e cattura lo sguardo dello spettatore verso l’interno del personaggio. Le rivelazioni di Masino permettono una ricostruzione giudiziaria della struttura della mafia siciliana, ma la pellicola di Bellocchio punta ad una testimonianza umana più che storica. Il racconto della vita di Tommaso Buscetta, la figura più odiata di cosa nostra, ricalca la società italiana durante la fine degli anni ottanta, un mondo fatto di traditori e traditi, di corrotti e corruttibili che viene finalmente a galla. Masino, ingannato dalla sua stessa famiglia decide di rompere il patto di sangue e parlare.

Il 3 aprile del 1986 il pentito compare in aula bunker dando una svolta fondamentale al processo. All’interno di un’aula che somiglia più ad una casa di cura che ad un tribunale, il testimone di giustizia confessa, tra le urla di “curnuto e craiso“, gli atti criminali commessi da suoi congiunti. Buscetta apre gli occhi di chi lo ascolta descrivendo un mondo colpevole, sotterraneo, spaventoso quanto apparentemente intoccabile. “I valori di cosa nostra sono cambiati, prima si proteggevano mogli e bambini ora si uccide senza pietà”, Tommaso Buscetta ripercorre la storia dell’organizzazione criminale davanti a giudici increduli e compagni mafiosi indifferenti. Con il maxiprocesso e le rivelazioni dei collaboratori di giustizia, i magistrati arrivano vicini alla verità, l’indagine si propaga toccando anche uomini dello Stato, fino a quando da pentito Masino diventa colui che viene colpevolizzato per aver scelto di stare dalla parte della giustizia, poichè il sistema è sempre lo stesso: ostracizzare, calunniare, delegittimare.

Il film di Bellocchio è fuori da ogni schema televisivo. La ricostruzione dei fatti accaduti tra il 1982 fino alla morte del pentito non lascia spazio a miti o leggende. Gli uomini d’onore vengono descritti dal regista come esseri rozzi e ignoranti, uomini da condannare per il silenzio, la reticenza, l’omertà, oltre che l’atrocità di atti criminali commessi. La scelta di raccontare i giorni della strage di Capaci girando intorno alla figura di un uomo d’onore, dà rilievo al rapporto di fiducia tra Stato e pentito, un sodalizio riuscito per il bene della giustizia italiana, un patto che congela il ricordo di quell’istante nella fine del giudice Falcone e del giudice Borsellino, ma l’ostinazione e la rabbia riemergono come brividi sulla pelle e incidono la memoria umana.

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