“SECRET WINDOW”: L’ABISSO PSICHICO DI UNO SCRITTORE

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Le opere di Stephen King sono, per l’industria cinematografica, una fonte inestimabile di ispirazione. “Shining”, “Stand by me – Ricordo di un’estate”, “Il miglio verde”, “Le ali della libertà”, “Misery non deve morire”, “It” (di cui si aspetta il secondo capitolo, che uscirà nelle sale italiane il 5 settembre 2019), solo per fornire alcuni esempi. Si potrebbe fare un discorso simile riferendoci ai romanzi di Agata Christie, che sono stati oggetto di adattamenti cinematografici (“Mistero a Crooked House”, “Assassinio sull’Orient Express”), ma non si possono non notare delle differenze: la forza della scrittura di Agata Christie risulta efficace anche sul grande schermo, accompagnata ovviamente dalla scelta di un cast che renda la vicenda ancora più intrigante e ben riuscita. I suoi classici sono stati elaborati e riletti, senza essere mai snaturati, non perdendo mai la loro efficacia. Analizzando, invece, “Secret Window”, diretto da David Koepp, tratto dal racconto “Finestra segreta, giardino segreto” (dalla raccolta di racconti “Quattro dopo la mezzanotte”) di Stephen King, qualche difetto lo si può trovare. Non tutti i risultati degli adattamenti cinematografici, dunque, sono della stessa qualità.

Mort Rainey (Jhonny Depp) è uno scrittore che, dopo un divorzio difficile, si è trasferito in un isolato cottage con il suo cagnolino. Non ha ancora superato lo shock di essere stato lasciato dalla moglie per un altro uomo, e per questo, vive in uno stato perenne di depressione e confusione, alternando lunghe dormite ad improvvisi momenti di rabbia. Neanche la scrittura sembra dargli sollievo, dato che i tentativi di realizzare un nuovo romanzo si rivelano sempre fallimentari. La sua vita viene improvvisamente scombussolata dall’arrivo di John Shooter, uno strano e sconosciuto scrittore che lo accusa di aver copiato una sua opera. Tra i due nasce un duro scontro verbale e soprattutto psicologico, che li trascinerà in un vortice di violenza e ossessione.Il soggetto di per sé aveva un grandissimo potenziale per diventare un cult. Quello che si nota, però, è una realizzazione “scolastica”, troppo legata agli schemi predefiniti del thriller. Il colpo di scena c’è, ma poteva essere ancora più d’effetto. Il regista non è riuscito ad esaltare le qualità del racconto di Stephen King: non basta giocare sull’ambivalenza dell’immagine speculare del protagonista per costruire un film solido. Manca quell’intensità che da una pellicola del genere ci si aspetterebbe di avvertire. Bisogna ammettere a malincuore che, la sensazione prevalente durante la visione del film è che un prodotto del genere, affidato ad un altro regista, avrebbe procurato risultati sorprendenti. È come se ci fosse qualcosa di incompiuto. Il regista avrebbe dovuto creare suspense nonostante il fatto che la maggior parte (o una parte consistente) del pubblico potesse già conoscere il colpo di scena. La premessa sui romanzi di Agata Christie riguardava esattamente questo: chiunque ha letto i classici senza tempo di Christie, ma può ugualmente godersi la visione degli adattamenti cinematografici lasciandosi ancora sorprendere. È un lavoro abile da compiere, ma riferendoci ai romanzi di Stephen King è una pretesa legittima. Buona parte del merito nel creare tensione e mistero va attribuita ai due protagonisti, Jhonny Depp e soprattutto John Turturro, che risulta sin dall’inizio enigmatico, aggressivo ma al tempo stesso affascinante. Peccato che manchi quella dose di follia (dal momento in cui la vicenda ruota proprio intorno all’escalation dei disturbi mentali del protagonista) che invece il romanzo aveva saputo rendere diversamente.

Mariantonietta Losanno