IL POSTO

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  –  di Elvio Accardo  –              Sulle cime delle montagne al limite della piana, comparve, in quel pomeriggio d’agosto, un’ombra di fumo, che faceva apparire il paesaggio greve, immobile, in forte contrasto con l’accecante bagliore del cielo.

         Il caldo, che già dal primo mattino era spietato e umido, aumentò, e l’aria sapeva di polvere e faticava ad entrare nei polmoni. La cappa grigia dai monti si spostò lentamente sulla pianura e cambiò colore, si incupì, e riempì piano piano il cielo di un colore molto simile alla pelliccia di un topo.

             I primi tuoni, bassi e profondi, venivano da lontano, dove i monti incontravano il cielo e arrivavano in rombi cupi ammorbiditi dalla distanza come rullate di tamburi lontani.

            Michele conosceva bene l’inizio di un temporale estivo, lo aveva imparato negli anni dal paesaggio intorno a sé, osservandolo e calcolando i minuti che ci volevano perché arrivasse la pioggia accompagnata da fulmini, boati, fino alla sua postazione di venditore ambulante di frutta e ortaggi, lungo la strada nazionale 336.

             Quel venerdì pomeriggio il temporale ci impiegò 6 minuti per attraversare la pianura e arrivare da lui. Era sempre stata una sfida con il temporale, lui aveva calcolato che dall’apparire dei nuvoloni sulle cime dei monti, avrebbe avuto più di otto minuti per prendere le cassette di pesche, di insalata, di prugne e tanta altra frutta e riporla nell’ape in ordine per non farla capovolgere, chiudere e riporre l’ombrellone a fasce colorate con la scritta “Cinzano” sul telo, portare la vecchia sdraio sgangherata nell’abitacolo, e partire piano per attraversare lo slargo di terra battuta, e invece , in un attimo, si trovò bagnato fradicio, con i radi capelli incollati sul viso che aveva molto lunghi sul lato sinistro del capo, che servivano per un approssimativo riporto sulla testa pelata.

             I tuoni in un crescendo violento, esplodevano da tutte le direzioni, e i fulmini illuminavano il cielo di piombo con sferzate impetuose. La pioggia cadeva pesante sul suo viso, a gocce molto fredde, e quando riuscì a chiudere lo sportello dell’ape bestemmiò, asciugandosi le mani e la faccia con i fogli del quotidiano che stava li, dietro al seggiolino da tempo.

             Le auto che passavano per strada, avevano già acceso i fari, e spruzzi scuri partivano dall’asfalto, arrivando al suo ape e sulla frutta; non aveva avuto neanche il tempo di mettere il tendone per coprirla, lo aveva lasciato sotto le prime cassette di pesche che aveva riposto poco prima. Girò il suo ape e attese la possibilità di imboccare la nazionale e partì. Accese anche lui i fari, non era veramente necessario ma si adeguò alle altre autovetture, scoprì però che le gocce di pioggia diventavano vapore che saliva alto, a contatto con l’asfalto rovente. Le auto che lo superavano gli bussavano, e di tanto in tanto qualche insulto o maledizioni inviava ai piloti di quelle auto dalla sua cabina dove la sdraio tendeva a cadergli addosso.

         Raggiunse lo stradone che portava alla sua vecchia masseria, e i cani abbaiarono furiosamente all’apparire dell’ape, poi si quietarono quando Michele fermò il mezzo sotto il capannone di lamiere ondulate, e gli andarono incontro guaendo e scodinzolando affettuosamente.

              Michele, fradicio di pioggia che ancora non smetteva, entrò in casa lasciando fuori i cani che ritornarono nei loro giacigli sotto il capannone, e dalla loro pelliccia bagnata si levava vapore dall’odore acre.

                Michele si spogliò e si asciugò alla meglio, preparò un caffè, mentre si rivestiva di panni asciutti.

                  La vita solitaria di Michele non gli pesava più, il padre era morto già da dieci anni e la madre anche prima, rimase da solo e cominciò l’attività di venditore di frutta ambulante… Quello che gli pesava veramente era il non essere riuscito ad avere una donna da sposare, ma ormai, quasi a cinquant’anni, con pochi capelli e una statura che non superava un metro sessanta, con colorito olivastro e un peso ragguardevole di centosette chili, certo non avrebbe mai potuto interessare ad una donna, e già da giovanotto le opportunità di legare con qualche ragazza gli erano sembrate impossibili, perché Michele era così già a venti anni.

            Quando il giorno successivo arrivò allo slargo dove approntava i suoi cesti di frutta e verdura, trovò delle pozzanghere, il sole del primo mattino non le aveva asciugate ancora. Allestì il suo banco di vendita un po’ più avanti, sul muretto del piccolo canale di scolo che passava sotto la strada, evitò così di aprire i cavalletti proprio dove erano le pozzanghere. Le auto sfrecciavano sull’asfalto, mentre apriva la sdraio e l’ombrellone pensò che in autunno doveva spostarsi un po’ più a monte, non più di 50 metri, lì c’era la rotonda che incanalava il traffico in varie direzioni, e in più un bello spazio sul bordo della strada per i suoi banchi di frutta; ma questo lo pensava ogni estate.

                   Adorava il posto dove si trovava, perché c’erano alcuni alberi di noce, sotto cui poteva riposare all’ombra sulla sdraio e a volte appisolarsi dopo aver consumato il panino e la birra che ogni giorno portava con sè.

                La bicicletta spuntò sul rettilineo, Michele seduto sulla sdraio, osservò quel vecchio che pedalava calmo nella sua direzione. Aveva sul portabagagli della vecchia bici, una cassetta legata, e solo quando gli passò vicino, sull’altro lato della strada, vide nella cassetta i fichi d’india.

            Una cassetta per la frutta piena di coloratissimi fichi d’india gialli, rossi, verdi e anche rosa. Le auto che passavano davano un breve colpo di clacson quando superavano la bici, che andava in direzione della rotonda. Michele seguì indifferente con lo sguardo il vecchio, mentre una macchina si fermava nello slargo e una donna scendeva e si avvicinava al suo banco. Comprò due chili di pesche e se ne andò. Michele, ritornando pigramente alla sua sdraio, intascò i soldi e lanciò uno sguardo alla vicina rotonda, il vecchio era sceso dalla bici e aveva messo la sua cassetta di fichi d’india sul lato della strada un po’ inclinata, rendendola visibile a tutte le auto che circolavano intorno alla rotonda.

                  Michele si sedette e si domandò chi fosse quel vecchio che si era messo li, proprio dove lui avrebbe voluto mettersi. Osservò a lungo quel vecchio e notò che molte auto si fermavano ad acquistare i suoi fichi d’india e cominciò a chiedersi a cosa era dovuto l’interesse della gente a comprare quei frutti. Erano frutti che nessun fruttivendolo vendeva, visto che erano reperibili ovunque, in qualsiasi viottolo o strada di campagna; i fichi d’india nessuno li coglieva, ma chiunque poteva coglierli, sempre che riusciva ad evitare le fastidiose pungiture dei suoi irritantissimi, invisibili e cattivissimi aghi.

             Il vecchio con la sua bici e la cassetta vuota, verso mezzogiorno già andava via. Passò davanti a Michele e filò dritto, senza pedalare per la lieve discesa della strada. Quando scomparve, Michele, senza parole e con la testa vuota, tornò alla sdraio in attesa di acquirenti.

                 Le due settimane successive videro il vecchio con la bici e la cassetta di fichi d’india passare ogni mattina davanti a Michele e tornare sempre con la cassetta vuota. Michele pensò di portare anche lui i fichi d’india, ci provò più giorni a rifornirsi, ma a qualsiasi contadino a cui li chiese, gli fu data sempre la stessa risposta: Caro Michele, raccogline quanti ne vuoi, ma devi prenderli tu, qui non abbiamo tempo.

                Michele tentò di prenderli, ma si trovò dopo solo quattro fichi d’india, un ostinato e doloroso prurito ovunque. Abbandonò l’idea.

            A Settembre il vecchio passò ogni mattina con quattro cassette di frutta, due di fichi d’india, le altre di uva fragola nera e bianca, ma non pedalava più sulla vecchia bicicletta, ma era seduto su un rosso motorino rombante, e non andava sul bordo della strada, ma talvolta superava anche le auto. Portava con se arrotolato e legato sulle cassette un grosso ombrellone a spicchi rossi e bianchi.

                Michele lo vedeva armeggiare per montare l’ombrellone che poi ancorava a terra con due grossi sassi trovati li vicino. Spesso c’era gente che lo aspettava, fermando l’auto più avanti nella piazzola, e appena arrivava, comprava uva e fichi d’india, mentre altre ne arrivavano. Michele pensò che aveva fortuna, i suoi clienti non erano diminuiti, ma non erano neanche aumentati. Una strana sensazione cominciò a girargli per la testa, una sensazione che lo rendeva nervoso, spesso di cattivo umore, e cominciò ad incassare di meno.

              Quando tornava a casa, spesso gettava via insalate, cavoli e frutta di ogni tipo, perché marcia o quasi marcia. La gente non si fermava più come prima al suo banco, e lui non riusciva più neanche a riposare dopo il panino e la birra.

            A Novembre il vecchio guidava un ape quasi nuova, con un bel tendone bianco, alto sul cassone, perché montato su un castelletto di ferro che permetteva di creare spazio all’interno.

             Michele avvolto nel suo impermeabile verde marcio vide il vecchio che, giunto alla rotonda, alzò un lato del tendone di copertura e fissò due paletti in due anelli all’estremità; poi fissò i paletti con due corde a due grossi sassi e si ritrovò sotto a una bella copertura impermeabile, e all’interno del cassone ceste e cassette di ogni ben di Dio: cetrioli, insalate, pomodori e poi pere, arance, mandarini, tutto in bella vista già posizionati  all’interno del mezzo.

               Michele sotto quella pioggerellina fitta e fastidiosa, che si infilava ovunque, cominciò ad arrabbiarsi, non riusciva più a controllare il suo malumore, maledisse il vecchio in tutti i modi che conosceva.

        Le giornate erano fredde e piovose e le auto che si fermavano dal vecchio aprivano solo il finestrino, guardando da vicino ogni prodotto, e senza scendere, coperti dal tendone compravano quello che volevano. Il vecchio scendeva dall’ape solo per pesare la frutta scelta, metterla in un sacchetto e incassare i soldi.

                Michele dichiarò guerra al vecchio. Nei giorni successivi comprò, spendendo molti di quei soldi che aveva da parte, nuovi espositori smontabili, sui quali esporre la frutta e la verdura migliore che comprava al mercato generale due volte la settimana, una serie di lampade per illuminare il posto, e fece stampare sui sacchetti di plastica, per metterci la sua frutta e le sue verdure, il suo nome : “da Michele, frutta e verdura, la migliore che c’è. Statale 336”.

            Comprò un nuovo ombrellone, più grande e molto pesante per ospitare i clienti di passaggio, abbassò anche i prezzi di qualche centesimo per fare concorrenza al vecchio. Divenne così una sfida.

          Michele cominciava a sorvegliare continuamente il vecchio, non tollerava la sua arroganza, lo odiava pensando che si era appropriato di un posto che sentiva di essere suo da sempre, e che solo per pigrizia, ignavia, o indolenza, ne aveva rimandato la decisione di spostarsi verso la rotonda.

       Sentimenti questi difficili da gestire, che si provano in maniera evidente solo quando ci si sente padroni assoluti di una situazione, e quindi decidere di cambiare idea in qualunque momento, a proprio piacimento.

            Proprio così, Michele considerava il vecchio un usurpatore di una sua idea, di un suo intimo desiderio, un sogno, e non aveva mai immaginato che qualcun altro potesse rubarglielo, perché quel posto ai margini della rotonda era sempre stato suo, una specie di proprietà non scritta.

              Rodersi adesso quando tutto era compiuto gli faceva male, aveva voluto dirgliene quattro a quel vecchio, scacciarlo, gettare per strada le sue casse e minacciarlo di farlo scomparire per sempre. Nella settimana prima di Natale, il vecchio tirò fuori dall’ape un gazebo tutto bianco, impermeabile, molto veloce da montare, non grande ma molto comodo, e per colmo di misura usci dalla cabina del mezzo una donna giovane, sua figlia che lo aiutava. Altro tocco magistrale che Michele con tutti i tentativi per riconquistare clienti non avrebbe mai potuto permettersi.

                 Michele non sapeva più cosa inventarsi. Decorò con fiori il suo ombrellone, ma era in perdita comunque, pochi erano gli automobilisti che ormai compravano frutta e verdure al suo posto di vendita.

           Tre giorni prima di Pasqua, un cane attraversò l’area stradale della rotonda. L’asfalto reso viscido dalla pioggerellina che lungo i bordi della carreggiata si mischiava al terriccio, obbligò il pilota di un’auto ad una veloce sterzata, ma i pneumatici non aderirono alla strada e fini nel gazebo del vecchio. La frutta e la verdura saltarono da tutte le parti, il cofano dell’auto si trovò tra i cesti di arance dopo aver colpito la ragazza. Un incidente che distrusse anche l’ape che si capovolse nello spiazzo accartocciando il castelletto con il tendone bianco.

           Il vecchio illeso soccorse sua figlia che spaventata e in stato di shock non gridava, ne piangeva, ma aveva le gambe rotte il viso insanguinato. Il gazebo divelto e strappato era inservibile.

           Il pilota dell’auto chiedeva aiuto per se, l’airbag scoppiando sul viso aveva rotto i suoi occhiali e qualche scheggia di vetro aveva tagliato la sua guancia. Un’ambulanza portò via i feriti mentre la pioggia aumentava di intensità, e il forte vento cambiava direzione alla pioggia gonfiando la copertura del gazebo distrutto.

              Michele segui dal suo posto sotto gli alberi di noce, stringendosi nell’impermeabile verde marcio che era diventato troppo grande per lui. Quei mesi così stressanti pieni di fatica e ansia, aveva tolto al corpo di Michele più di venti chili. I suoi primi pensieri furono di gioia, il suo nemico era fuori combattimento, il posto sulla rotonda era ancora suo e non avrebbe permesso più a nessuno di occuparlo, aveva deciso di prenderne possesso appena possibile. Seppe che la ragazza aveva subito danni alle gambe e il vecchio era rimasto illeso. Sorrise pensando che non aveva più concorrenza, avrebbe avuto campo libero e recuperato tutti i suoi vecchi clienti.

Il tempo passò, e la primavera cedette all’estate repentinamente.

                 A maggio, il caldo era già insopportabile e Michele pensò che avrebbe approfittato ancora del fresco all’ombra dei noci, ai primi freschi dell’autunno si sarebbe spostato alla rotonda, ormai non aveva più nulla da temere. I clienti ricominciarono a fermarsi più spesso, e il guadagno maggiore cominciava a sentirsi, ma uno strano languore lo coglieva all’improvviso, non serviva più con sollecitudine quelli che si fermavano, era un po’ svogliato, le pause sulla sdraio divennero più lunghe, cominciò a bere qualche birra in più dopo il panino. L’ombrellone vecchio con la scritta “Cinzano” sostituì quello nuovo, grande e pesante, e non portò più sull’ape i trespoli per appoggiare la frutta. Si annoiava e sentiva inutile tanto impegno, gli acquirenti si sarebbero fermati lo stesso, anche se in minor quantità. Tutto sommato si poteva vivere anche con incassi minori. Michele si lasciava andare, l’interesse per la vendita di frutta era molto calato, e il lavoro per caricare l’ape, montare i cavalletti, scaricare la frutta e la verdura, ricaricare sull’ape tutto e poi smontare, scaricare una volta tornato a casa tutti i giorni della settimana per mesi, gli sembravano adesso inutili, poteva benissimo arrivare più tardi la mattina, e lasciare l’ape con le cassette di frutta a vista, e fare a meno delle altre attrezzature, avrebbe portato con se solamente la sdraio.

              Michele un po’ alla volta perdeva interesse per il suo lavoro, aveva recuperato i 20 chili perduti all’inizio di agosto, e ormai quell’ansia che lo coglieva nel competere col vecchio era totalmente scomparsa, non pensava più nemmeno di spostarsi alla rotonda, quelli che ancora si fermavano a comprare da lui, prendevano la frutta o la verdura e veloci andavano via, senza scambiare neanche una parola.

                 Una mattina di fine Agosto, spuntò in fondo alla strada il vecchio sulla bici, con una cassetta sul portabagagli, passò vicino a Michele, seduto sul muretto del canale. Il cuore di Michele cominciò a pulsare forte, velocemente, nella cassetta c’erano i fichi d’india tutti colorati, gialli, rossi, verdi, rosa. Il torpore di Michele scompariva velocemente, l’adrenalina lo eccitava, la voglia di vivere ricominciò a fluirgli nelle vene, il suo lavoro ridivenne importante come prima.

                Scese dal muretto e s’incamminò verso la rotonda, non sentiva più il caldo opprimente che gli rendeva le gambe molli, anzi sentiva i venti chili che aveva ripreso, scomparire. Il vecchio aveva poggiato la casse di fichi d’india per terra, un po’ inclinata, e così i colori dei frutti potevano apparire nel migliore dei modi.

           Michele giunse alla rotonda e si avvicinò al vecchio alzando la mano salutando, il vecchio si accese una sigaretta e sorrise.