“CARAVAGGIO NAPOLI”: GENIO E SREGOLATEZZA ALL’OMBRA DEL VESUVIO

di Andrea Zippa

La maestria nel modulare luci e tenebre; i corpi che si stagliano tridimensionali, plastici, vivi, dalle ombre; la suggestione di fissare in un attimo di eternità un gesto, un’espressione, un’emozione: questo è molto altro è la suggestiva armonia che è in grado di trasmettere un’opera di Caravaggio, il grande artista cinquecentesco che tanto ha rivoluzionato il modo di dipingere, in grado, con la sua arte imperitura, di emozionare ancora oggi noi contemporanei; emozioni che è possibile ancora oggi vivere visitando la mostra “Caravaggio Napoli”, curata da Maria Cristina Terzagli e Sylvain Bellenger, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte dal 2015 (di cui in questi giorni è stata anche avanzata la proposta di conferimento della cittadinanza onoraria di Napoli), in programma fino al 14 luglio presso il Museo e Real Bosco di Capodimonte, in cui viene ripercorso il periodo napoletano dell’artista. Sei opere del grande artista lombardo, provenienti da tutto il mondo, esposte e poste in dialogo con ventidue dipinti di caravaggeschi, pittori ispirati alla maniera del Caravaggio; ad essi si aggiunge poi le “Sette Opere di Misericordia”, visitabile nella sua sede originaria, il Pio Monte della Misericordia, nel pieno centro storico partenopeo.

Genio e sregolatezza, Michelangelo Merisi (1571-1610), in arte Caravaggio, dal nome del borgo natio, fu uno degli artisti rinascimentali che influenzarono maggiormente la nuova maniera pittorica, influenzando in particolar modo il nuovo stile barocco, mediante lo spiccato naturalismo che lo contraddistingue e il forte uso scenografico della luce. Il grande artista lombardo dalla vita particolarmente avventurosa, fu a Napoli in due differenti periodi: una prima volta tra 1606 e 1607 per poi ritornarvi tra 1609 e 1610.

È la sera del 28 maggio 1606 quando a Roma, durante una partita di pallacorda in Campo Marzio sfociata in rissa, Caravaggio ferisce a morte un suo rivale, Ranuccio Tommasoni, venendo condannato a morte per decapitazione: il pittore fu costretto a fuggire, trovando rifugio presso la famiglia Colonna che, dopo aver averlo ospitato nel feudo di Paliano, lo ospitò a Napoli presso un ramo collaterale della stirpe, quello dei Carafa-Colonna; nella capitale del regno partenopeo l’artista fu molto richiesto, eseguendo innumerevoli opere, alcune oggi perdute: solo due rimangono ancora in loco, le “Sette Opere di Misericordia”, conservato ancora nella sua collocazione originaria presso il Pio Monte della Misericordia, e la “Flagellazione di Cristo”, realizzata per la chiesa di San Domenico Maggiore e oggi al Museo di Capodimonte. Dopo un soggiorno prima a Malta e poi in Sicilia, finalmente, nel 1609 torna a Napoli dove viene coinvolto in una rissa, rimanendo sfigurato; sono poche e confuse le notizie su questo secondo periodo napoletano: sicuramente a quest’epoca di fa risalire il “David con la testa di Golia”, oggi alla Galleria Borghese di Roma, le due “Salomè con la testa del Battista” ma, soprattutto, il suo ultimo capolavoro, il “Martirio di Sant’Orsola”, ora a Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli. È in questo periodo che riceve la notizia che il papa gli avrebbe revocato la condanna a morte: partì così via mare da Napoli ma fu fermato a Palo di Ladispoli per errore; riuscì a ripartire alla volta di Porto Ercole ma qui morì, forse a causa di un’infezione intestinale trascurata, il 18 luglio 1610.

I mesi trascorsi da Caravaggio a Napoli influenzarono in modo imponente la produzione degli artisti partenopei che virarono verso il naturalismo caravaggesco, verso la nuova maniera di dipingere da lui inaugurata ma, contemporaneamente, grazie alla drammaticità insita nei suoi dipinti, egli fu in grado di garantire un’importante svolta pittorica anche alla pittura europea: da qui nacquero una serie di imitatori, più o meno validi e influenzati dalla sua maniera pittorica, che vengono denominati comunemente come “caravaggeschi”.

La mostra in questi giorni allestita presso la Sala Causa permette di viaggiare in quest’universo creato dalla mano del grande artista lombardo, mediante un percorso immersivo nelle tenebre: quelle stesse tenebre, quell’oscurità così insistente che permea i capolavori del Caravaggio si concretizza potente e prepotente intorno agli occhi del visitatore, spingendolo a forza nell’immaginario caravaggesco; è un passaggio particolare e graduale: dalle pareti candide della reception d’ingresso alla sala, scese le scale ci si ritrova di fronte ad una parete scura, preludio al nero che avvolgerà lo sguardo all’interno; con la coda dell’occhio è già possibile far perdere lo sguardo nella “Flagellazione di Cristo” mediante una vera e propria finestrella da cui emerge il biancore del corpo sofferente del Cristo. E sono le aperture a connotare prevalentemente l’esposizione, quasi a rendere i visitatori partecipanti come dei quadri in movimento, che emergono e scompaiono dietro pareti di tenebra e tra le luci soffuse e teatrali volte a valorizzare i colori per cui l’artista è passato alla storia.

Superata la prima parete, l’occhio si perde di fronte all’imponenza della “Flagellazione di Cristo”, trasferita dalle sale dello stesso Museo di Capodimonte, un’opera che lascia stupiti per la veridicità che trasuda dai singoli gesti e movimenti dei personaggi qui presenti e che trova paragone nell’altra opera omonima, prestata da Rouen, in cui il patetismo è, semmai, ancor più accentuato dal contrasto tra il volto sofferente del Cristo e sbigottito del Cristo e l’espressione dei flagellatori che trasuda una crudele normalità negli esecutori materiali del terribile gesto.

Il percorso prosegue, scandito dalle pallide luci dei faretti, volti ad illuminare teatralmente i dipinti, nella sezione dedicata alla “Salomè con la testa del Battista”, soggetto raffigurato in due periodi e in due interpretazioni differenti, una datata al 1607 e in prestito dalla National Gallery di Londra e l’altra del 1609, proveniente dal Palazzo Reale di Madrid, che colpisce profondamente per l’espressione di puro compiacimento della femme fatale Salomè (che indossa un manto dal colore rosso vivo che sembra quasi venir fuori dalla tela) mentre accoglie tra le mani il piatto argenteo con la testa dell’ultimo dei profeti, portogli dal boia.

Il percorso prosegue attraverso opere di vari caravaggeschi, raffiguranti scene di flagellazioni e martirii, in vario modo ispirati, per stile e intenti, al modello del Merisi ma senza avere la medesima potenza evocativa e teatralmente ispirata del maestro, fino a giungere ad un altro originale, il “San Giovanni Battista”, raffigurazione risalente al 1610 e proveniente dalla romana Galleria Borghese. Conclude il percorso (e la vita del Caravaggio) il celebre “Martirio di Sant’Orsola”, custodito nel napoletano Palazzo Zevallos Stigliano in via Toledo, raffigurazione che contiene anche un autoritratto dell’artista nelle vesti di un aguzzino che assiste a bocca aperta alla morte della santa. Orsola è rappresentata nell’attimo di stupore immediatamente precedente alla sua fine mentre osserva la ferita che la porterà alla morte: colpisce la vivida luce, quasi lunare, che si riversa sul corpo della santa, rendendola di un candore quasi spettrale in opposizione agli altri personaggi del dipinto, particolarmente in ombra e con un incarnato più scuro che fa da contraltare alla protagonista. L’esperienza immersiva nell’arte e nella mente di Caravaggio continua poi con la tappa al Pio Monte della Misericordia dove è possibile visitare, ancora nella sua posizione originaria, le “Sette opere di Misericordia”, opera monumentale e particolarmente scenografica, anche in virtù della sua collocazione.

Al termine del percorso, con il ritorno alla luce, si ha quasi l’impressione di aver compiuto un passaggio in una dimensione alternativa, quasi come se l’immersione nelle tenebre permetta di entrare appieno nella mentalità del grande artista, nella sua vita folle e sregolata, nelle ombre che avvolgevano la sua mente e che si concretizzavano nell’oscurità dei suoi dipinti, permeati da pochi sprazzi di luce e spruzzi di colore, che mettono in scena il teatro della vita e i conflitti della sua epoca (resa ancor più presente mediante l’abitudine di raffigurare i personaggi in abiti cinquecenteschi), dipinti che ancora oggi riescono a suggestionare, come non mai, gli spettatori dell’era contemporanea e che dimostrano, ancora una volta, la magia dell’arte, in grado di evocare le emozioni e le sensazioni più recondite di ognuno di noi.

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