IL TRASLOCO

di Elvio Accardo – Nell’Estate del ’57 traslocammo da Piazza San Gaetano n°6 a Piazza San Gaetano n°23. Avevo poco più di sei anni, e avevo frequentato l’asilo di via “Martiri d’Africa”, dove c’era il convento delle suore “Immacolatine”, dal Febbraio  di quell’anno.

Tutti i giorni mia nonna materna, vedova da oltre tre anni, veniva a prendermi a casa per portarmi all’asilo.

Per raggiungermi e accompagnarmi, le bastava attraversare la piazzetta, e dal n°23, passando sotto l’enorme ombrello di un albero di gelsi, arrivava davanti alla “Barberia” di don Emilio, con il quale scambiava saluti e convenevoli, poichè attendeva il suo passaggio mattutino insieme al suo garzone. Scendeva nobilmente il marciapiedi in basalto e raggiungeva il n°6 passando sui grandi blocchi neri della piazza, centrandoli perfettamente evitando cosi rivoli e pozzanghere.

Io la seguivo con lo sguardo dalla finestra della sala da pranzo, che era propria di fronte al n°23.

Il balcone della casa di mia nonna “Nina”, era sempre aperto o appena socchiuso e durante il giorno, io la vedevo muoversi, passare indaffarata a spolverare o a fare il letto.

Di sera mia nonna riceveva le amiche con le quali nelle fredde serate invernali, sedeva intorno a un gran braciere d’ottone, il cui coperchio era una grossa campana riccamente intagliata, lucida e caldissima.

Le sue amiche le conoscevo già, ma a rivederle raccolte intorno al fuoco, attraverso i vetri del balcone della camera da letto immaginavo anche le voci e i toni e nel silenzio del mio osservatorio imitavo gesti e cadenze delle anziane donne.

Mio padre aveva messo un ferro trasversale alla finestra, a circa 20 cm dal davanzale, era una sorta di limite di sicurezza oltre il quale non era possibile sporgersi. Ma chi veramente era a guardia del davanzale, era “Napoleone” un gatto rosso, che viveva nella mia casa già prima della mia nascita.

Napoleone era il mio compagno di giochi e il mio tutore alla finestra, poichè si accucciava sul davanzale e si poneva tra il mio viso e il ferro della finestra mentre io in piedi su una piccola seggiola intagliata, che era la sua cuccia abituale, mi affacciavo sulle cose della piazza.

Le cose della piazza erano apparentemente disordinate, ma per me che passavo gran parte del mio tempo giocando tra il davanzale, la seggiola e la vecchia coperta stesa a terra sotto la finestra, e osservavo ogni cosa per ore, erano in ordine sincrono e perfettamente dislocate nella mia memoria.

Ogni dettaglio della piazza visto dalla mia finestra è fotografato in maniera indelebile ancora oggi nella mia mente.

Primo tra tutti il triangolo d’ombra che il tetto della “Chiesa del Rosario”, posta a sinistra della piazzetta, faceva sul basalto.

Al mattino, quando mi alzavo mio padre mi salutava con un bacio profumato di dopobarba, poi, come in un’intesa segreta, lui usciva ed io correvo ad aprire la finestra.

Pochi secondi dopo e già lo salutavo mentre lui si voltava sempre allo stesso punto della piazza, proprio dove c’era il tombino di ferro con un blocco di pietra che si muoveva, per cui quando si calpestava il blocco in un angolo, dopo la pioggia, uno schizzo fangoso saltava dall’angolo opposto e sporcava i pantaloni e le calze delle donne.

Era quello l’attimo in cui scorgevo l’angolo d’ombra simile a un enorme punta di freccia, indicare l’ingresso della salumeria di “Papariello” così chiamato per la sua andatura oscillante.

L’ombra seguiva per tutta la mezza giornata un percorso che era come quello di uno gnomone, che si muoveva sul quadrante di una grande meridiana, segnando con muta perfezione ore, minuti, attimi, che li erano rappresentati dalla salumeria, dal banco della frutta, e poi le nove erano l’insegna cilindrica con fasce bianche e rosse della barberia di don Emilio.

Alle undici e mezzo, lo gnomone si disperdeva su Corso V. Emanuele, e all’una, la freccia dello gnomone, ormai appiattita, moriva nella mia finestra.

Il lato in fondo a destra rimaneva sempre oscuro e misterioso per me, poichè era coperto dalla chioma di un grande albero di gelsi, che d’estate erano maturi e grossi, turgidi di succo vinastro, dolcissimi e aspri nello stesso tempo, e macchiavano tutto, qualunque cosa toccassero.

Al mattino presto, quando mio padre usciva per andare al lavoro, quei frutti cosi inconsueti sembravano d’argento per i riflessi della luce sulla rugiada condensata della superficie, e a sera quando tornava ne raccoglieva alcune manciate, che noi mangiavamo tenendole in un piatto pieno di ghiaccio tritato poco prima in uno straccio, rendendolo quasi neve, con un martello.

Queste golose more innevate lasciavano le loro tracce vinose sulle nostre mani e sulle nostre labbra molto a lungo. A sinistra dell’albero, oltre le fronde, il portone, e sopra al primo piano il balcone di mia nonna Nina.

A sinistra l’antico palazzo “Falanga” molto alto e austero, senza balconi, solo finestre, ai suoi lati vicoli. Nell’angolo si apriva “Vico di Trotta”, che scendeva quasi dritto al mare, nella zona del porto.

Dalla mia postazione vedevo i negozi e le case della prima parte del vico.

In quell’angolo, nei pomeriggi d’estate, gli uomini e le donne si sedevano portandosi appresso sedie o piccoli scranni, gli uomini fumavano e le donne, nell’ultimo raggio di sole che arrivava da Corso V. Emanuele, rammendavano o spellavano peperoni arrostiti sui carboni.

Dall’altro lato, tra la chiesa del Rosario e il palazzo Falanga, c’era vico S. Gaetano, con la chiesa di S. Gaetano. In quel vicolo, quando era la festa del Santo, montavano ogni tipo di luminaria che arrivava fino a tutta la piazza, quasi sempre una luminaria che rappresentava una fontana, alle finestre della mia casa al primo piano.

Di notte tenevamo gli scuri chiusi per la forte luce che entrava in tutte le stanze.

Il 12 Giugno mia nonna Nina morì. La sua malattia durò un mese. Non era proprio una vecchia ma forse mia nonna era stanca, me lo diceva sempre quando tenendomi per mano mi accompagnava alle “Immacolatine” non prima di esserci fermati al “Bar Sport” proprio ad angolo del vico S.Gaetano, a prendere la pizza con la ricotta o la ciambella bianca di zucchero.

Per tutto quel mese, andai a trovarla una sola volta, mi ci portò mia madre, io rimasi sul gran letto di mia nonna tutto il tempo mentre mia madre le portava la cena fatta di una fetta di pane bagnato, olio, pomodoro, aglio e basilico.

Nonna Nina mangiò poco, e disse a mia madre: “Ci vuole ancora tempo per mangiare un cachi di quelli grossi maturi, vero?” Mia madre disse di si col capo e aggiunse: “A Novembre”, allora mia nonna si voltò verso di me mi sorrise, allungò la mano sui miei capelli e disse: “Ti piacciono i cachi maturi? Quelli un pò molli e rossi rossi?”

Io risposi: “Si, sono buoni assai”, “allora mangiali anche per me”.

Dalla mia finestra vidi per tutto il tempo della sua malattia, i balconi sempre chiusi, inutilmente aspettavo che qualcuno li aprisse. Avevo voglia di rivedere mia nonna da li, da dove tante altre volte l’avevo vista, da sola o con le sue amiche, il suo letto era proprio di fronte al balcone, chiesi a mia madre di aprire almeno gli scuri di quel balcone, mia madre mi rispose: “La nonna non vuole”.

Alla fine di Agosto, ci trasferimmo al n°23, alcuni mobili della nonna se li portò via il rigattiere e la sua camera da letto divenne la nostra sala da pranzo. Io non avevo più il mio osservatorio e Napoleone non lo trovammo più. Andò via per sempre il giorno dopo il trasloco.

Lo ricordo accovacciato sull’ultimo scatolone lasciato nell’ingresso in attesa che mio padre o qualche suo amico che ci aiutava nel trasporto, lo portasse al primo piano del n°23.

Mio padre e mia madre erano sempre indaffarati a montare i mobili, a riempire cassetti, il via vai del trasloco sembrava non finire mai, mi facevano spostare spesso il luogo che sceglievo per giocare. Mi mancava il mio osservatorio, il mio gatto, il mio davanzale. Quello che mi rimaneva era la sediolina di paglia, quella che Napoleone aveva scelto come cuccia.

E su quella sediolina cominciai a sedermi, e col balcone aperto cominciai a osservare la piazza. Per ore, nel silenzio di quelle giornate caldissime rotte solo dal mitragliare di zoccoli di legno sul selciato calzati da frotte di gente che attraversava piazza S. Gaetano e scendeva verso il mare per il vico di Trotta.

Era tutto distorto, nulla collimava con quello che vedevo dalla finestra della mia casa al n°6.

Vedevo la finestra, dove avevo il mio osservatorio, il ferro a protezione era ancora li, ma era incorniciato in una finestra grigia, scalcinata, la barberia di don Emilio era alla mia sinistra e l’insegna non la leggevo più. Il marciapiedi di basalto era coperto dal gelso, cosi pure l’accesso al corso V. Emanuele.

Gli allegri e sereni quadretti popolari all’angolo del vico di Trotta erano invisibili perchè troppo spostati nell’angolo, e tutto, tutto il resto non era più come prima, non riconoscevo più niente e l’ombra del mio gnomone, adesso si spostava all’incontrario, come se invece di segnare il tempo delle cose dal mattino al mezzodì, segnasse dal mezzodì al mattino.

Chiusi il balcone, serrai  gli scuri, portai la mia sediolina di paglia nel posto dove prima c’era il letto della nonna e mi sedetti .Osservai cosi come osservavo alla mia finestra e subito l’ombra del tetto della chiesa del Rosario puntò la sua freccia nella salumeria di “Papariello”, alle nove la freccia si trovava esattamente sull’insegna bianca e rossa della “Barberia” e all’una ormai stanca sulla mia finestra Ricomparvero sul bianco del balcone chiuso anche le donne che pulivano i peperoni.

La gioia delle cose della piazza mi ritornò. Avevo ritrovato tutto, mi sembrò di affondare il naso nel pelo morbido e caldo di Napoleone steso sul davanzale della finestra della mia casa al n°6.

Seduto lì su quella sediolina di paglia, avevo forse capito perché nonna Nina l’ultimo mese di vita lo passò col balcone chiuso.

Adesso l’albero di gelsi non c’è più, ci sono due panchine su cui degli extracomunitari stendono un vecchio tappeto e vendono Compact Disk falsi.

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