TUTTA LA NOTTE – seconda puntata –

0

   –   di Elvio Accardo  – pozzo TUTTA LA NOTTE   seconda puntata

(LEGGI QUI LA PRIMA PUNTATA)

La BMW entrò nel buio viale d’ingresso di Villa Broggi, si distinguevano a malapena le basse siepi di mortella che i fari illuminavano, l’antica villa era lì davanti, un elegante palazzo cinquecentesco restaurato solo nella facciata.

L’auto scivolò silenziosa a fianco di una Mercedes blu e passò davanti all’ingresso di pietra grigia.  Sabatino, mentre raccoglieva il suo impermeabile disse: “Fai il giro della villa e parcheggia sul retro, stai attento che qui è tutto un cantiere, parcheggia sotto quelle impalcature; è tutto in restauro, si spera per la fine di giugno di avere a disposizione anche i saloni a nord pronti per l’inaugurazione. Questa villa diventerà la sede del Comitato Internazionale per gli scambi culturali, dipenderà direttamente dal ministro”.

Quando spense i fari, le impalcature, i cumuli di sabbia e i grossi cubi rivestiti di cellophane che contenevano mattoni, scomparvero nel buio, solo l’altissima gru rimase in vista come un gigantesco spaventapasseri nero su uno sfondo seppia. I due scesero dall’auto e al buio Giovanni accompagnò Sabatino fino all’ingresso della villa dove era parcheggiata la Mercedes.

“Allora siamo d’accordo, Giovanni, tu aspetta una mia telefonata verso le 10.30, vuole dire che ci raggiungerai, il numero del tuo telefono in macchina l’ho segnato nell’agenda, ti comunicherò la buona notizia non appena Carrese vuole consegnare l’elenco dei nomi all’ambasciatore giapponese; sta senza pensieri, ti saluto”. Giovanni con un sorriso di cartone sulla faccia strinse la mano a Sabatino e con la sinistra strinse anche il gomito. Sabatino si avviò verso il portale di pietra grigia dove partiva uno scalone in travertino e Giovanni lentamente si avviò dietro l’angolo della villa dove morivano tutte le luci che illuminavano l’ingresso.

Si fermò nel buio e tornò indietro, una improvvisa curiosità l’aveva colto in quella serata così carica di contrasti: quale faccia aveva Carrese? A chi avrebbe affidato la sua speranza? Avrebbe potuto scorgere non visto colui che avrebbe cambiato il suo prossimo futuro, dandogli l’occasione che per tutta la vita aveva cercato, e che gli era costata già molto cara fino a quel punto, se solo pensava a tutto quello che aveva dovuto fare per arrivare a capire come e chi avrebbe potuto raccomandarlo per quell’incarico. Da quando aveva ricevuto per sbaglio la telefonata del misterioso Don Elio destinata a Don Aurelio, non si era fermato più. Aveva indagato in silenzio presso i suoi amici musicisti, presso la segreteria dell’Associazione Direttori d’orchestra, nulla, nessuno ne parlava, nessuno sapeva che il Ministero degli Esteri preparava e finanziava insieme al Ministero Estero giapponese una tourné per le maggiori città di quella nazione, di una orchestra di sessanta elementi che avevano il compito di portare in giro per i tre mesi dell’estate, la migliore musica del ‘700 italiano. Poi in un ristorante sulla Prenestina, quando erano già passati due mesi da quella telefonata, incontrò alcuni suoi amici maestri della sezione degli archi che festeggiavano l’ingaggio da parte dell’addetto culturale dell’Ambasciata giapponese, e così, Giovanni avido di notizie, seppe che era il deputato Carrese, Presidente della Commissione dei Rapporti Esteri, che si occupava dell’iniziativa. L’altro passo era stato anche più difficile anche se apparentemente sotto le forme di un colpo di fortuna; il segretario di Carrese era Sabatino Leccio, suo compagno d’infanzia, oggi fortunato leccaculo di un deputato venuto dalla provincia di Caserta, territorio che lo aveva visto nascere e crescere fino all’età di tredici anni, epoca in cui si era trasferito a Roma con la famiglia, epoca in cui aveva iniziato in Conservatorio.

Così, fermo appoggiato ad una transenna fatta di tubolari di ferro, dal buio del vasto cantiere, sotto un cielo pieno di nuvole nere che solo a tratti lasciavano spazi di brani di una luce lunare lattiginosa, attese l’arrivo di Sabatino e del Presidente.  Passarono pochi minuti, e una voglia di scaricare la vescica si fece sentire, non era la prima volta che ne aveva avvertito il bisogno, anche in auto, lo stimolo era forte, ma adesso in quel luogo, coperto dal buio,  avrebbe fatto pipì con calma; si accinse a tirare giù la zip della patta, quando Sabatino ed altre due persone una più alta con un Loden e un’altra con l’impermeabile beige, comparvero nel fascio di luce che illuminava la piazzola antistante la facciata di Villa Broggi.

Giovanni richiuse in fretta la lampo dei pantaloni e concentrò la sua attenzione sui due uomini che sorridendo si accomodarono nella Mercedes, Sabatino al posto di guida. Quello alto, simpatico aprì la portiera posteriore dove si accomodò quello con l’impermeabile beige, sicuramente Carrese, visto l’ossequio dell’altro. I tre partirono lungo il vialetto con le siepi di mortella e in breve sparirono svoltando sulla strada principale.  Giovanni rimase ancora a riflettere su quella figura di Carrese, e piano piano ricordò il suo volto, lo conosceva, l’aveva visto altre volte, molto tempo prima, era stato il responsabile dell’Azione Cattolica del suo paese.  Solo, nel buio ritornò verso la BMW, la luna illuminava il bordo di una enorme nuvola nera che copriva tutto il cielo, il flebile lucore e l’umida sera di inizio aprile gli misero un lieve brivido in qualche punto della schiena, ma lui non se ne accorse. La direzione per arrivare all’auto era indicata dalla piccola lucina rossa della portiera socchiusa, ma il percorso che stava facendo non era lo stesso, il suolo del cantiere era coperto da quel lato da ciottoli e cataste di tavolette e tavoloni di legno. Capì che si trovava nella direzione opposta dalla quale era venuto. La lucina quindi era della portiera di destra, quella da cui era sceso Sabatino, pertanto decise che doveva completare il giro e passare sotto l’impalcatura, per trovarsi vicino alla portiera di guida della BMW. Si diresse quindi alla sua sinistra con le mani allungate in avanti, il piccolo lume sull’orlo delle nuvole sparì, i suoi piedi calpestarono una lastra ondulata, di quelle di plastica verde, produsse un cupo rumore, e in un attimo cedette, Giovanni sprofondò in una voragine.  Almeno così fu la sensazione che lo accompagnò nella caduta, atterrando su un fondo di sabbia, mentre pezzi di plastica ondulata gli cadevano addosso. Il colpo si ripercosse nello stomaco, lasciandolo stordito, i gomiti gli dolevano, avevano strisciato contro una parete.  Nel buio e ancora con gli occhi chiusi, Giovanni bestemmiò molte volte ma sempre con lo stesso tema, era immobile non per lo shock.

Ma perché era incastrato, i suoi piedi scalciarono sul fondo sabbioso, mentre le sue mani cominciarono a tastare le pareti intorno, le quali dopo un breve esame, come quello che potrebbe fare un cieco in una stanza sconosciuta, si rivelarono essere brevissime su tutti e quattro i lati, quindi era caduto in un pozzo, in cemento, largo non più di un metro per lato. Giovanni cercò di recuperare una posizione verticale, e con molta fatica riuscì a mettersi in piedi, si accorse che vedeva meglio ad occhi chiusi, le ammaccature e i graffi non erano gravi ma la situazione nella quale si trovava non era allegra.

Guardò in alto, gli apparve il cielo, sempre buio, ma il contrasto con quella nera cella era forte, il cielo quadrato, che iniziava a soli tre metri dal fondo. Quel quadrato in altro, gli ricordò subito un televisore spento, su cui particelle luminose lo rendono ancora distinguibile nel buio. Provò ad allungare le braccia verso l’uscita del pozzo. Alzandosi sulla punta dei piedi arrivava ad un metro dalla bocca quadrata, proprio poco. Un acuto dolore alla nuca gli strappò un lamento, e con le mani esplorò la base del cranio, un grosso bernoccolo molto doloroso rigonfiava la parte alta dell’occipitale sinistro, sicuramente aveva battuto la testa sul bordo di cemento cadendo nel pozzo.

Con le mani tastò tutta la testa per sentire se perdeva sangue, ma i capelli erano asciutti ovunque e solo quel rigonfiamento, era il danno più grave.

Le mani accarezzavano il gonfiore mentre infinite scintille luminose apparivano nel suo cervello.

Strano che la forma del bernoccolo, restituita dall’esplorazione delle sue dita, somigliava ad una pera. Cercò di calmarsi mentre la serie di bestemmie si canalizzava in un vocabolario più strettamente osceno.  Lentamente i suoi occhi cominciarono ad abituarsi a quell’assenza di luce, e la percezione della cella di cemento, diventava più viva e più opprimente. L’odore greve di muffa fu il primo segnale della stagnante umidità del luogo, infatti il fondo del pozzo non era costituito da sabbia, ma da fango appena asciutto, che aveva malamente assorbito le piogge della settimana precedente. Si inginocchiò, e cominciò l’esame di quelle pareti a partire dal fondo. Tastò attentamente ogni centimetro su tutti e quattro i lati arrivò in piedi stendendo le braccia, e si rialzò ancora sulle punte che nel terriccio affondavano morbidamente.

Le uniche scoperte furono negative, che peggiorarono la sua situazione, indebolendo il suo autocontrollo. La prima fu la scoperta di un tubo a pochi cm dal fondo che usciva da una parete per venti cm, per poi continuare per altri venti cm nella parete opposta, pensò ovviamente che doveva essere un collettore d’acqua che arrivava alla fogna, e non ancora ultimato visto che mancava nel centro forse una valvola, era per questo che esisteva il pozzo. La seconda scoperta riguardava tutte e quattro le pareti verticali, che avevano pericolosi e brevi spuntoni sicuramente il ferro mozzato servito per armare il cemento delle pareti del pozzo. La reazione di Giovanni di fronte a quest’ultima scoperta fu di rabbia, e cominciò ad esternarla ad alta voce; quegli spuntoni escludevano totalmente la possibilità di uscirne fuori da solo, non avrebbe potuto scalare il budello come fanno gli scalatori, appoggiando cioè la schiena alla parete, e i piedi su quella di fronte.  Sarebbe stata un’impresa difficile per lui, ma segretamente aveva accarezzato questa illusione, che lo aveva confortato, e contava sulla forza della disperazione per quella impresa. Si aggiunse alla rabbia una sottile sensazione di disgusto quando pensò che il collettore monco, si collegava ormai con la fogna, e qualunque topo o altro poteva uscirne da un momento all’altro.

Gli si rizzarono i capelli quando questa idea gli arrivò chiara e violenta nel cervello; e il suo grido di rabbia divenne un grido isterico di aiuto; gridava aiuto continuamente e velocemente, fino a che la stessa voce sua, che rimbalzava asciutta contro le pareti di cemento, non gli sembrò estranea, inaccettabile, carica di tensioni negative, pronta a cadere nel falsetto. La stessa parola “aiuto” si scaricò velocemente di significato, ebbe la consapevolezza che il tono della sua voce e la parola che pronunciava, erano sbagliate, e chiunque avrebbe accolto quel grido sarebbe andato via storcendo il naso, proprio come fa la gente in sala, quando ascolta note stonate e fuori misura, o fuori tempo, si aspettava quando il mare di silenzio arrivò, fischi e sonori improperi ma nessuno rispose e allora zittì, zittì ansimando,spaventato dall’impotenza e dalla solitudine  nella quale era letteralmente piombato. Una pesante coperta di silenzio si dispiegò in quel pozzo che per quello che valeva poteva essere di tre o trecento metri profondo, non avrebbe variato nulla.  Giovanni lentamente placò la sua disperazione, sforzandosi di pensare che forse negli uffici del palazzo qualcuno ancora c’era; avvicinò l’orologio alla faccia per leggere il quadrante, mancava il vetro e i due piccoli aghi che segnavano le ore e i minuti, solo la luminescenza fosforea dei minuscoli triangolini dei quarti erano visibili, non c’era riferimento alcuno con il mondo di sopra, quello che viveva era il mondo di sotto, quel mondo destinato ad altri, agli impotenti, a tutti coloro che avrebbero vissuto la vita ipotizzando solamente tutto ciò che ci poteva essere al di là di quello schermo grigio, al di sopra dei tre altissimi metri.

Lo squillo del telefono dell’auto arrivò alle sue orecchie con l’acutezza di un ago; dallo sportello socchiuso, il trillo intermittente usciva morbido, simile al canto di un grillo nascosto nell’erba rorida della notte, ma quando incontrò il vuoto del pozzo, le onde sonore affondarono veloci, e si ruppero in infiniti cristalli sgretolandosi sui ferri delle pareti del pozzo, e penetrando nei timpani impreparati di Giovanni, come mille piccoli dolori. Appoggiò la fronte alla parete e le sue mani cercarono le scaglie nere nel cemento, era sicuramente Sabatino che lo chiamava per dirgli di raggiungere presto il Consolato giapponese. La rabbia si smorzò in un sordo mugugno, era così che si infrangeva il suo sogno, il telefono trillò ancora due volte e poi zittì.  Giovanni voleva volare, saltare espellersi da quel tubo nero, arrivare con la sua velocissima BMW all’appuntamento. Presentarsi a Carrese, accettare, essere felice, ma non poteva, era chiuso, immobile come chi da un coma vuole rispondere disperatamente ai richiami dei suoi amici e parenti, ma non può, sente, soffre e grida senza voce.

Il silenzio che seguì chissà come, sembrò ancora più profondo, il cantiere in tutti i suoi angoli, in tutti i suoi anfratti taceva come mai prima. La voglia di urinare ritornò piano ma bruciante nei canali del basso ventre di Giovanni, che si sorprese di accorgersi che i muscoli che trattenevano l’urina erano tesi da tempo e anch’essi doloranti, come e dove avrebbe potuto pisciare in quel maledetto pozzo, senza poi ritrovarsi la fanghiglia putrida , impastata ai pantaloni, come avrebbe potuto sedere, e quindi riposare in quella poltiglia che avrebbe assorbito avida il suo liquido bollente, restituendo solamente altro disagio e puzzo che avrebbe aumentato a dismisura la sua angoscia. Giovanni sedette sul fondo freddo, e guardò il piccolo cielo, la luce cambiava e il riquadro schiarì; sulla sua testa si avvicinava la notte, nel suo cuore penetrava insinuante il sereno. Decidere di smettere di lottare molte volte appare come un nobile segno di saggezza, questo per Giovanni era solo resa incondizionata all’impotenza; quella calma che partiva lenta dal suo cuore ma totalmente invasiva, era rassegnazione, umile rassegnazione, quella dei poveri, quella dei diseredati, che stanchi di bruciare si danno vinti al perdimento con nuove indifferenze che presto affogano nell’abitudine.

Fine della seconda puntata