LIBERA NOS A MALO: VIAGGIO NELL’ANTICA CAPUA TRA PAGANESIMO E CRISTIANESIMO – quarta parte

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tratto dall’elaborato di laurea di Andrea Zippa

4.3: Il tempio sotto il tempio: saggi di scavo e ipotesi ricostruttive del Tempio di Diana Tifatina

Ma quale doveva essere effettivamente l’aspetto del tempio di Diana? Molto si è discusso in passato e ancora oggi è vivo il dibattito tra gli studiosi, alimentato da una serie di saggi di scavo condotti nella seconda metà del ‘900, a partire da quello aperto da Alfonso De Franciscis nel 1956 egli fu il primo a dimostrare concretamente l’esistenza dell’antico tempio al di sotto della Basilica, ipotizzandone anche una ricostruzione della pianta. Lo studioso rintracciò, tra l’altro, i resti del podio e della cornice inferiore nonché la traccia della cornice superiore del tempio lungo la parete esterna della navata destra della Basilica e alcuni blocchi del muro nord e ovest del tempio al di sotto del pavimento della navata centrale. Nuovi scavi furono avviati nel 1978-1979 dalla Soprintendenza in occasione dei lavori di consolidamento dell’edificio sacro; da qui emersero, tra le altre cose: all’esterno, davanti al portico, un muro in blocchi di tufo usato come base per le fondazioni della chiesa; sul sagrato antistante un muro di terrazzamento alto 5.30 metri a circa 2 metri di profondità, rinforzato da un altro lungo muro perpendicolare, il tutto datato al IV-III sec. a.C.; il prolungamento del mosaico pavimentale anche al di là del muro perimetrale destro della chiesa; fu dimostrata inoltre la costruzione del tempio su uno sperone roccioso con brusco digradare sulla piana sottostante grazie alla scoperta del fatto che il podio poggiava direttamente sulla roccia del monte. La campagna di scavo che ha offerto i risultati maggiori (nonché l’ultima in ordine di tempo) risale al 1992-1993 quando, durante i lavori per appianare un dislivello del vano tra la sacrestia e la navata destra, emerse parte del podio del tempio con la faccia a vista intonacata rivolta verso est; questa campagna di scavo mostrò concretamente l’ampliamento del tempio ricordato dalle fonti: infatti alla parte più antica del podio in opus quadratum se ne affiancava una in opus incertum, lunga 6 metri, con lo spazio fra le due riempito con calce e sabbia; a marcare la differenza tra le due fasi contribuisce anche la pavimentazione che nella sezione più antica risulta in cocciopesto, poi sostituita in seguito al rifacimento dell’edificio nel II-I sec. a.C. da una pavimentazione a tessere in marmo bianco disposte “a canestro”; la parte posteriore del podio di età repubblicana è stata inglobato nelle absidi ed è visibile dalla cripta. Inoltre sia dagli scavi del 1978-1979 sia da quelli del 1992-1993 sono emerse numerose tombe medievali e di età successiva ricavate anche dai blocchi tufacei del podio.

Senza dubbio comunque tra i resti archeologici il più evidente è quello pavimentale, poiché i mosaici utilizzati come pavimentazione del tempio furono riutilizzati per la chiesa; ci si trova così di fronte a due diversi tipi di mosaico: per gran parte della navata centrale e di quelle laterali si trova il già ricordato mosaico marmoreo con tessere bianche “a canestro” mentre in prossimità dell’altare è presente una pavimentazione musiva realizzata con piccole tessere bianche, minute e regolari; il resto del pavimento è composto da lastre marmoree di spoglio e di recupero o da un semplice battuto cementizio; subito davanti all’altare la presenza di un quadrato di 3×3 metri incorniciato dalle tessere bianche indica la presenza in quello spazio del basamento della statua o di un emblema.

Ora, pur non conoscendo praticamente nulla dell’alzato del tempio, tuttavia, proprio basandosi su questi numerosi ritrovamenti, ne sono state avanzate due principali ipotesi ricostruttive della pianta, anche considerando la presenza sulla pavimentazione attuale della Basilica di quella che è stata individuata come la traccia lasciata dai muri della cella: infatti “tra i due mosaici, quello fine e quello a canestro, una striscia regolare, larga circa 90 cm priva di pavimentazione o con rappezzi, è stata riferita all’impronta in negativo dei muri perimetrali della cella del tempio”.In seguito agli scavi da lui condotti il De Franciscis arrivò a ricostruire un tempio a pianta rettangolare con cella addossata al muro di fondo, colonnati laterali e pronao profondo quanto la pars postica; invece, partendo dall’assenza di resti sul podio, il Castagnoli preferì pensare che il santuario di Diana avesse l’aspetto di un tempio tuscanico ad alae, cioè con pareti in luogo dei colonnati laterali, almeno nella pars postica. In entrambe le ipotesi, comunque, veniva accordata una differente funzione ai due tipi di pavimentazione: il mosaico fine sarebbe stato utilizzato per la cella laddove quello a canestro, meno accurato ma più resistente, avrebbe ricoperto lo spazio esterno. Gli scavi del 1978-1979 sembrarono confermare l’ipotesi del De Franciscis, trovandosi parti del mosaico “a canestro” anche al di sotto dei muri perimetrali della chiesa; tuttavia la campagna del 1992-1993 ha mostrato una situazione totalmente differente: infatti soprattutto il ritrovamento di alcune parti della pavimentazione in cocciopesto al di sotto delle tessere marmoree disposte a canestro ha permesso di dimostrare che la pianta disegnata dal De Franciscis si riferiva alla prima fase del santuario, trasformato in seguito agli ampliamenti in tempio periptero e pavimentato con i mosaici attualmente visibili; a conferma di ciò viene anche una lunga iscrizione musiva, originariamente posta in prossimità dell’ingresso della cella e oggi visibile all’inizio della navata centrale della chiesa, disposta su cinque linee, con le lettere realizzate in tasselli neri su campo bianco, che attualmente si presenta purtroppo mutila in più punti e con molte tessere nere sostituite da tasselli bianchi irregolari, apposta dai magistri Campani per ricordare i lavori di ristrutturazione dell’edificio da loro fatti eseguire. Essa è stata, relativamente alle ultime due linee, così integrata e interpretata da Pobjoy:

“Questi magistri curarono la realizzazione del pavimento, il rifacimento della costruzione del tempio e l’istallazione delle colonne e delle statue dorate in luogo di colonne utilizzando i fondi di Diana, sotto il consolato di Servio Sulpicio e Marco Aurelio”.

L’iscrizione, databile al II sec. a.C., effettivamente conferma quanto è emerso dagli scavi: l’esistenza di due pavimenti sovrapposti, a dimostrazione delle due fasi di vita del tempio; il rifacimento del tempio, trasformato in periptero, con l’allungamento del podio, ciò che comportò un aumento delle colonne; resta in dubbio solo il riferimento alle statue dorate che sostituirono le colonne: secondo Pobjoy esse sarebbero state delle Cariatidi e celerebbero un’allusione alla situazione di Capua dopo la Guerra Annibalica: come le donne di Καρυά, città del Peloponneso che fu distrutta e i cui abitanti resi schiavi dai Greci per essersi alleati con i Persiani, mantenevano il ricordo della propria condizione perpetuando l’uso del loro abbigliamento tradizionale, allo stesso modo le Cariatidi a Capua dovevano mostrare il compianto per la degradazione in cui la città versava dopo essere passata sotto i Romani; un’altra interpretazione suggerisce di vedere un collegamento tra il Tempio di Diana Tifatina e un qualche santuario di Artemide, omologa greca di Diana, in Caria.

Per quanto riguarda l’area esterna al tempio, gli scavi del 1992-1993 hanno dimostrato che il lato a monte non era accessibile, poiché l’edificio sacro sorgeva a ridosso della roccia viva, laddove oggi sul retro della chiesa vi è un ampio spazio che termina in un possente muro di sostegno del taglio operato nel monte: su questo lato si conserva ad est, accanto al muraglione moderno, parte dell’antico muro di sostruzione in tufo realizzato in opus reticulatum con ricorsi orizzontali e catene verticali di ammorsatura in opus latericium: questo tipo di tecnica costruttiva, tipica dell’età dei Flavii, si ritrova già dalla metà del I sec. d.C. soprattutto in Lazio e Campania; è tuttavia probabile che su questo lato si siano avuti più interventi anche in seguito a frane e crolli e che il confine dell’area sacra attualmente visibile non corrisponda a quello originario, cosa che sembra confermata dal fatto che il muraglione moderno non prosegue la linea retta tracciata da quello antico ma risulta più arretrato e fuori asse; inoltre proprio dal muro antico sporgono a intervalli regolari delle mensole in calcare, dal profilo semplice ma elegante,

“che possiamo ragionevolmente presumere sorreggessero le capriate della copertura di un portico, che potremmo restituire, sempre per la presenza di alcune mensole, anche lungo il muraglione a meridione. […] Non abbiamo elementi per ipotizzare che il portico che presumiamo costruito in età imperiale lungo il perimetro del santuario […] riprendesse un portico precedente, anche se una simile ricostruzione architettonica ben si potrebbe inserire nel clima culturale nel quale maturò la monumentalizzazione del santuario, che possiamo riportare agli ultimi decenni del II secolo a.C.”.

Sul lato meridionale è in parte visibile un muro in opus latericium, su cui si innestano murature medievali e moderne: purtroppo il collasso di queste ultime ha causato il parziale crollo anche della struttura antica; a pochi metri da questo è presente, al di sotto di un fabbricato moderno, l’arco d’accesso al sagrato della Basilica, risalente all’XI sec., come è stato dedotto a partire dai resti di un affresco stilisticamente coevi a quelli della chiesa, che presenta materiali di spoglio e per il De Franciscis potrebbe aver sostituito un antico arco di età classica utilizzato allo stesso scopo; gli edifici moderni che si trovano sulla sinistra dell’arco potrebbero seguire il perimetro dell’antico muro di delimitazione. Sul lato a valle l’ampia terrazza è sostenuta da un altro imponente muraglione, anch’esso moderno, alto più di 15 metri più fondamenta, su cui poggiano vari fabbricati; inoltre proprio su questo lato, come già ricordato, fu portato in luce durante gli scavi del 1978-1979, a 1.80 metri dalla facciata della Basilica e a circa 2 metri di profondità, un altro muraglione tufaceo in opus quadratum di cui non sappiamo la funzione, se cioè servisse per realizzare una platea antistante il tempio o se avesse funzione di sostegno del monte. Tutto ciò induce a credere nell’esistenza di una complessa sistemazione architettonica e scenografica, sulla quale danno informazioni due epigrafi che ricordano questi interventi e i loro promotori. La più antica fu ritrovata in una proprietà privata al di sotto del sagrato della chiesa nel 1888 e oggi, dopo una lunga contesa tra lo Stato e gli eredi del terreno, conservata al Museo Campano: lunga circa 4 metri e formata da tre pezzi di pietra calcarea, incastrata su un muro antico in tufo, posta molto in alto e ben leggibile da lontano data la considerevole altezza delle lettere (ben 17 cm) ricordava i lavori promossi da Flacco nel 135 a.C.; la seconda iscrizione, che ricorda gli interventi del 99 a.C., oggi conservata al MANN, fu trovata su un muro posto anch’esso sotto l’area sacra, ma rivolto a nord. Combinando le due epigrafi si può arrivare a ricostruire l’aspetto scenografico complessivo sia sul lato occidentale che settentrionale: a ovest sorgeva il muraglione di 7 metri su cui era posta l’iscrizione monumentale di Flacco, accompagnato da ulteriori muri sostruttivi e, in base alle descrizioni del ‘600-‘700, anche da una scalinata di cui il Pratilli individuava i fornici; invece sul lato nord i lavori menzionati dall’epigrafe presuppongono l’acquisto di un terreno privato per la realizzazione di una serie di edifici di supporto al tempio e ciò fa presumere la presenza anche in questo settore di una scala, sicuramente ampliata in occasione di questi lavori.Ad ogni modo, la terrazza antistante la Basilica appare oggi spoglia e priva di qualsiasi elemento antico ma la situazione originaria doveva essere completamente diversa, come visibile nello schema soprastante. Di conseguenza anche il piano di calpestio antico doveva trovarsi a un livello inferiore, ad almeno 2 metri di profondità: ciò è testimoniato, oltre che dal muraglione che si trova a 1.80 metri dal portico della chiesa, anche dal podio del tempio, scavato da De Franciscis, che poggia sulla roccia viva e risulta alto 2.40 metri, con la sola cornice superiore che sporge sul piano del piazzale; a ciò si aggiunge il ritrovamento nel ‘600 di una scala di dodici gradini di fronte all’atrio della Basilica che conferma la differenza di quota tra il piano di calpestio antico e quello attuale. Inoltre la terrazza risultava lastricata nel ‘600 con grosse pietre, le stesse usate per lastricare le strade antiche, oggi non più presenti poiché, secondo la testimonianza di Rucca, sarebbero state divelte nel 1828.

4.4: Ritrovamenti archeologici presso il santuario e la sua area sacra

Numerosi sono stati, soprattutto nell’800, i ritrovamenti archeologici sia di ex-voto che di resti di strutture, specie alle spalle della Basilica dove sono stati rinvenuti da Giuseppe Novi alcuni depositi votivi; dei numerosi materiali qui emersi possediamo sia un rapido elenco redatto dallo stesso Novi subito dopo la scoperta sia una descrizione più accurata ad opera di Giulio Minervini; oltre ai materiali tipici di contesti del genere (statuine in terracotta, oggetti vari in osso, ex voto anatomici, etc.) si sono avuti anche ritrovamenti più particolari:

 “Rifacendoci pertanto a Novi, questi ricorda […] «un torso di argilla del frigio Marsia, che con indicibile verità figura l’infelice emulo del saettante dio, in attitudine di attendere il suo supplizio. […] Un numero considerevole di quelle ossa conosciute sotto il nome di astragali, la piupparte forati a un capo, un solo di bronzo, fornito eziandio di un buco. […] Dei mattoni infranti, nei quali leggesi MEFITV…VSACRA… Parecchi cilindri di osso segnati con un foro o due, i quali oggetti trovati anche a Pompei, han dato a credere che fossero taglie […]»”.

Partendo dal torso di argilla, di cui possediamo un disegno dello stesso Novi, l’identificazione con Marsia, proposta dallo scopritore, sembra in realtà vacillare a causa dell’assenza di alcune caratteristiche iconografiche del dio, ossia la barba e le braccia legate a un albero in attesa della punizione di Apollo; la scultura non può neppure essere interpretata come un ex-voto poiché la testa è piegata fortemente a sinistra, gli occhi sono spalancati, la bocca è socchiusa in un’espressione sofferente, il torso è nudo laddove le statue votive sono vestite e viste frontalmente: secondo Quilici Gigli essa potrebbe essere invece parte del frontone del tempio, presentando le caratteristiche delle decorazioni frontonali di età ellenistica. Per quanto riguarda gli astragali, essi sono molto presenti in tutti i tipi di testimonianze antiche, ciò che ne mostra la vasta diffusione nella società romana: essi possono avere molteplici significati, rifacendosi al gioco e agli adolescenti, specie nei contesti sepolcrali, al caso e alla sorte (e dunque alla consultazione oracolare) ma possono assumere anche una valenza apotropaica; essi venivano forati per poterne trasportare un gran numero, legati a un filo, sia a scopo ludico che apotropaico; l’astragalo bronzeo potrebbe tanto rivestire una delle funzioni sopra citate quanto essere collegato al culto o alle attività commerciali dei templi, venendo utilizzato come peso da porre sulle bilance. Per i mattoni infranti con l’incisione MEFITV…VSACRA, non sono rari i casi di bolli laterizi che recano il nome di una divinità per indicare la loro produzione in prossimità di un santuario: nel nostro caso essi attestano la presenza sul Tifata anche del culto di Mefitis, divinità collegata alle acque e alle esalazioni sulfuree, alla vegetazione e alla fertilità, tutte caratteristiche ben presenti nell’area tifatina. Infine i cilindri di osso forati dovrebbero essere degli elementi di carrucole e si possono paragonare a degli esemplari analoghi, rinvenuti a Pompei, utilizzati come cerniere per le ante di un armadio.

Ancora Novi rinvenne, sempre in quell’area ma lontano dai depositi votivi, un gran numero di statuine di terracotta raffiguranti Attis come giovane imberbe che indossa un berretto frigio e ha in mano la siringa pastorale: moltissime di queste piccole sculture sono andate disperse, per altre se ne conservano disegni mentre alcune sono musealizzate. Questi materiali, databili al II sec. a.C., un momento in cui a Capua, grazie al contatto con le città costiere, cominciano ad arrivare i primi culti orientali, si possono collegare all’ampia cerchia di divinità che ruotavano intorno a Diana Tifatina, anche in considerazione dell’ambiente naturale in cui sorgeva il tempio che ben si prestava ad accogliere le pratiche cultuali per questa divinità, legata all’esaltazione della fertilità vegetale.

Altri numerosi materiali sono stati recuperati proprio nell’area del santuario, tra cui spiccano delle sime fittili con protomi leonine, pertinenti alla decorazione architettonica del tempio: il Koch nel suo lavoro sulle terrecotte ne ricorda quattro, conservate al Museo Campano, cui se ne aggiunge una quinta grazie ad una pratica d’archivio che ne ricorda l’acquisto ad opera di Raffaele Orsini da un contadino del posto per esporla nel Museo di Capua ai primi del ‘900. Delle quattro viste da Koch, due sarebbero state tratte dalla stessa matrice, una presentava delle differenze nei dettagli, l’ultima risultava più grossolana ma dello stesso tipo delle altre: in esse la testa del leone è al centro, inquadrata da palmette e sormontata da una fascia di ovoli, che si interrompono per l’inserimento della protome leonina, caratterizzata da un realismo nei particolari anatomici e dalla folta criniera scomposta. Sono due le ipotesi sul possibile luogo di collocazione di queste sime: la nuova decorazione architettonica del tempio, installata in seguito al restauro del 108 a.C., oppure l’ornamento del portico.

Dall’area sacra provengono inoltre moltissime testimonianze epigrafiche, in gran parte materiale sepolcrale ma non solo. Tra le più interessanti vi sono: una dedica del senato locale ad Ottaviano del 31 a.C. redatta su una lastra di calcare, forse collegata ad una statua dell’imperatore eretta presso il santuario, come ringraziamento per le concessioni e gli interventi nella zona; un’iscrizione su una lastra di travertino che ricorda l’erezione di una pubblica statua in onore di un magister fani Dianae Tifatinae, datata al II sec. d.C.; una lastra di marmo, riutilizzata sotto l’altare maggiore della Basilica e oggi al Museo Campano, contenente la dedica a Silvano da parte del contadino Ursulus in seguito ad una visione del dio, databile al II sec. d.C., ciò che induce a pensare alla diffusione del suo culto all’interno del tempio; un blocco marmoreo, posto nel pavimento della chiesa e oggi al Museo di Capua, su cui è incisa una dedica a Settimio Severo, datata al 196 d.C., affissa originariamente su un monumento di non sicura identificazione.

Bisogna poi ricordare in questa sede almeno altri due importanti ritrovamenti, sempre collegati in qualche modo al culto di Diana: un affresco raffigurante Diana e il mosaico c.d. del “coro sacro”, conservati al Museo Campano di Capua. Il dipinto raffigurante la dea fu rinvenuto nel XIX sec. insieme ad un’altra raffigurazione pittorica, quella di un cervo: Margherita Bedello Tata offre alcune informazioni riguardo il contesto di ritrovamento dei due dipinti:

“Entrambi gli affreschi, staccati dal supporto murario originario e rimontati su pannelli, provenivano da un’edicola, circondata da una cornice dipinta di rosso. L’immagine con la dea doveva occupare il lato di fondo, mentre quella con il cervo il lato sinistro. L’ambiente di provenienza sembra potersi ritenere pertinente ad una domus o ad un edificio di servizio, affacciato su di una strada basolata che saliva a S. Angelo. Era costruito in opera reticolata di tufo con pareti intonacate e dipinte e pavimento a mosaico bianco, definito da ‘linee colorate’. Purtroppo l’esiguità dei dati a disposizione non consente di rintracciare le precise connessioni fra le pitture dell’edicola e l’ambiente destinato ad ospitare lo spazio dedicato al culto della dea[9]”.

Se l’affresco del cervo è tuttora esposto nel Museo e visibile, purtroppo la raffigurazione di Diana è andata perduta nel 1943, quando i bombardamenti che colpirono Capua distrussero parte dell’edificio che ospita il Museo Campano: fortunatamente di quest’ultimo esiste una fotografia pubblicata nel 1931 accanto alla voce “Diana” dell’Enciclopedia Italiana (foto 11). La dea è raffigurata secondo l’iconografia della greca Artemide, stabilita in età ellenistica: la figura, in posizione chiastica e con la gamba destra come gamba portante, ha il capo girato di tre quarti e con lo sguardo rivolto a sinistra; indossa un corto chitone coperto da un mantello che copre entrambe le spalle e ricade simmetricamente ai lati arrotolandosi intorno alla vita e degli stivaletti alti chiusi da stringhe; porta nella mano sinistra l’arco e una freccia e sul braccio destro ha una pelle di animale; sul capo porta il “triplo coronamento”, segno di divinità, formato da una corona d’alloro, dallo Zackendiadem, composto da una fila di serpenti-urei (attributo della dea Iside), e da un’aureola che simboleggia la luce lunare; lo sfondo chiaro, le ombreggiature e la balaustra su cui poggia la dea suggeriscono una scena en plein air. Purtroppo l’immagine è in bianco e nero e possiamo solo immaginare il suo aspetto originario a colori grazie alle prime descrizioni che ne furono fatte: il chitone era color porpora con ricami in verde, il mantello era in oro, così come il nimbo. Il cervo accompagna la raffigurazione della dea, non aggiungendo niente di più alla definizione dell’affresco complessivo. Ad ogni modo si può affermare che il dipinto, di ottima qualità e attribuibile ad una committenza alta, si possa mettere in correlazione con gli affreschi pompeiani, facendolo risalire alla prima età imperiale.

Per quanto riguarda invece il mosaico del “coro sacro”, su di esso (come sugli altri pannelli musivi conservati a Capua) sappiamo solo che entrò a far parte della collezione del museo nel 1880; ne conosciamo inoltre la trattativa per l’acquisto insieme ai dati sul luogo di ritrovamento alle pendici del Tifata, contenuti in una lettera del 1935 di Raffaele Orsini, direttore del museo, ad Amedeo Maiuri. Il “coro sacro” presenta una lunga perdita nell’area centrale e risulta privo del lato destro; in seguito all’acquisto fu inoltre sottoposto a restauro per poterlo esporre: in tale occasione furono colmate le lacune più piccole ma si decise di non ripristinare la testa del personaggio della seconda fila a destra, restaurata invece come parte della tunica retrostante. Una cornice con treccia a tre capi realizzata con tessere policrome su fondo nero seguita poi da un listello di due file di tessere nere inquadra la scena centrale: essa raffigura un gruppo di fanciulle, come si intuisce osservando le capigliature, vestite tutte con una tunica azzurra con maniche e due bordature rosse verticali all’altezza delle spalle, i clavi, lunga fino al ginocchio, e con sandali, sicuramente un abito da cerimonia; alle loro spalle si nota una figura maschile, vestita con una tunica analoga ma di colore bianco, sicuramente un maestro; i personaggi sono disposti su tre file, in uno schema piramidale, con i volti rivolti leggermente a destra; lo sfondo chiaro e una leggera ombreggiatura sulla pedana di appoggio del gruppo denotano che anche questa è una scena en plein air. Le pettinature delle giovani, molto curate e varie, permettono di datare l’opera al II-III sec. d.C., come testimoniato anche dall’alta qualità stilistica della raffigurazione, che appare priva di staticità e dotata di un’atmosfera ieratica. Si è voluto appunto interpretare questo pannello musivo come la rappresentazione di un coro sacro ma ciò contrasta sia con il fatto che le figure hanno la bocca chiusa sia con la presenza del maestro alle spalle del gruppo e non di fronte ad esso; in ogni caso la scena, unica nel suo genere, si può collegare ad affreschi pompeiani raffiguranti gruppi simili in contesti cultuali: pertanto la scena rappresenta lo svolgimento di una cerimonia sacra. Con ogni probabilità, doveva trovarsi in un ambiente legato in qualche modo al tempio di Diana.

4.5: Oggetti di spoglio e di reimpiego nella Basilica Benedettina e nell’area circostante: materiali e provenienza

Dei materiali antichi del santuario oggi non è rimasto quasi nulla in loco poiché molti sono entrati a far parte delle collezioni del Museo Campano e del MANN mentre altri ancora sono andati dispersi; tuttavia alcuni oggetti sono stati reimpiegati nella Basilica, nel campanile e nell’area circostante e dunque sono ancora visibili sui luoghi originari, sebbene spesso con una funzione diversa rispetto a quella per cui erano stati concepiti.

Il reimpiego di spoglie antiche è un fenomeno cominciato già in età tardoantica ma che conosce vasta diffusione durante l’XI sec., caricandosi di valori simbolici: infatti “in questa fase assume un significato più complesso grazie all’avvento delle nuove dinastie, che recuperarono ideologicamente e artisticamente il mondo classico contribuendo alla nascita di un nuovo stile architettonico”. Il promotore di questa nuova spinta nella pratica del reimpiego per consolidare la maestà del potere religioso è proprio l’abate Desiderio che, in collegamento con il rifacimento del Monastero di Montecassino, impose il modello cassinate un po’ in tutti i monasteri dipendenti da quello laziale. Nacquero così vere e proprie attività cantieristiche specializzate nel razziare edifici classici, sia di età imperiale che repubblicana e addirittura anche magnogreci, per costruire basiliche che “abbandonata la pianta costantiniana a cinque navate, troppo dispendiosa in un panorama storico-economico avverso […] [secondo un] modello tri-absidato a tre navate, divise da due filari di dieci-dodici colonne e con atrio porticato esterno”. Ed è proprio questo il modello della Basilica Benedettina di S. Angelo, risalente nella forma attualmente visibile all’XI sec. e costruita proprio per iniziativa dell’abate Desiderio e del conte normanno Riccardo Drengot; essa tuttavia risulta leggermente più piccola nella pianta rispetto al modello cassinate, risultando priva di transetto, e nel numero delle colonne impiegate, solo sette per lato, poiché il suo alzato poggia direttamente sul podio del preesistente tempio. È altamente probabile che gli spolia riutilizzati nella chiesa provengano proprio dal santuario tifatino e dagli edifici del vicus dato il gran numero dei resti di edifici antichi qui presenti. È dunque giunto il momento di vedere quali sono questi materiali riutilizzati nella struttura della Basilica.

La chiesa all’interno è divisa in tre navate, separate da quattordici colonne di spoglio, sette per lato, tutte alte 3.55, con i fusti realizzati tuttavia in pietre diverse: per la precisione quattro sono in marmo cipollino (a partire dall’ingresso la terza e la settima nella fila di destra e la prima e la terza in quella di sinistra), sette sono in marmo bigio antico (la prima, la quarta, la quinta e la sesta a destra e la quarta, la quinta e la sesta a sinistra), una è in marmo pavonazzetto (la seconda a sinistra) e due sono in marmo bianco (la seconda a destra e la settima a sinistra); tra le basi delle colonne dieci sono attiche; i capitelli, tranne uno che è un corinzio orientale, sono tutti corinzi occidentali e dieci sono uguali tra di loro e di epoca flavia. Tutto ciò suggerisce la provenienza delle colonne da un unico edificio capuano che potrebbe anche non essere il tempio di Diana: infatti De Franciscis ha evidenziato come le basi, pur essendo in gran parte attiche, differiscano tra loro e le colonne stesse appaiano di altezza inferiore rispetto alla pianta del tempio se si applica il canone vitruviano per cui l’altezza delle colonne deve essere pari a 1/3 della larghezza del tempio. Alle quattordici colonne si aggiungono poi due semicolonne installate nella controfacciata e due capitelli di parasta, ai lati dell’arco trionfale che immette nell’abside, di varia tipologia, probabilmente opera di maestranze locali. Altri oggetti reimpiegati sono: un’ara e un capitello altomedievale con parte del fusto di una colonna come acquasantiere; una base di colonna poggiante su parte di un fusto scanalato, rovesciata e reimpiegata come fonte battesimale, rappresentata anche in uno degli affreschi della navata centrale; un capitello con parte di una colonnina riutilizzati come supporto per il cero pasquale; un sarcofago antico, proveniente dal Museo di san Martino a Napoli, usato come altare. All’esterno il portale è inquadrato da due colonne con fusti in granito, basi attiche e capitelli corinzi occidentali di età adrianea. Il nartece esterno alla Basilica, nella forma attualmente visibile, risale al XII sec.: infatti il portico originario crollò per cause sconosciute, dipendenti o dalla caduta del campanile che trascinò con sé anche il porticato o da cedimenti delle fondazioni; si conserva però l’immagine del nartece originario nell’affresco absidale: qui è raffigurato l’abate Desiderio che offre a Cristo Pantocratore la Basilica appena completata che appare formata da tre navate con portico a cinque arcate di cui le due laterali rette da colonne tortili oggi scomparse e con il campanile posto a sinistra. Attualmente il portico è preceduto da quattro gradini marmorei ed è formato da cinque arcate ogivali, di cui quella centrale più alta e realizzata con marmi di reimpiego, sorrette da quattro colonne, anch’esse riutilizzate: tutte e quattro presentano i fusti tagliati per adattarle all’altezza del portico; le due a sinistra hanno il fusto in marmo cipollino, le due a destra in granito; inoltre le due centrali hanno un diametro di molto superiore rispetto alle due laterali; i capitelli sono, da sinistra a destra, corinzio, corinzio occidentale di età augustea, corinzio occidentale di I sec. a.C., corinzio orientale di III sec. d.C.; le basi sono, sempre da sinistra a destra, composita tagliata insieme all’imoscapo della colonna originaria e posta in loco rovesciata, composita rilavorata, composita intagliata insieme all’imoscapo della colonna originaria, composita intagliata insieme all’imoscapo di una colonna scanalata, della stessa tipologia di quella reimpiegata come fonte battesimale.

Sulla destra della Basilica sorge il campanile, ricostruito nel XII sec. in seguito al crollo della torre originaria ma rielaborato in seguito; per la sua base sono stati impiegati numerosi blocchi parallelepipedi in calcare, alcuni dei quali recanti dei fori o dei segni che indicavano la presenza di grappe per il fissaggio; la parte superiore del campanile è in mattoni e decorata da bifore: a separare le due sezioni si trova una cornice marmorea con decorazioni zoomorfe, da alcuni datata all’età medievale ma per altri antica e qui riutilizzata. Infine materiale di spoglio è presente anche nell’arco d’ingresso al sagrato della chiesa, databile anch’esso all’XI sec. per la presenza di alcuni resti di un affresco simile per stile a quelli interni alla Basilica: l’arco è inquadrato da due tronchi di colonne, una in marmo bigio, l’altra in marmo bianco, con basi riadattate e con due mensole usate come capitelli; all’interno del fornice si trovano vari blocchi calcarei in opus quadratum, presenti anche alla base dei muri degli edifici che sorgono lungo la strada d’accesso al sagrato della chiesa.

A causa delle vaste differenze presenti tra tutti i materiali di reimpiego appena elencati non è possibile ricondurre tutto al santuario di Diana: Johannowsky riconduceva alla struttura templare tre basi attiche, salvo poi cambiare opinione, attribuendogli una base attica e i due capitelli di maggiori dimensioni collocati nel nartece. Ad ogni modo la presenza di dieci capitelli uguali di età flavia tra quelli posti nella basilica fa pensare ad una provenienza unitaria da un complesso considerevole; non è possibile tuttavia affermare con sicurezza che questi provengano dal santuario di Diana: per ammettere questo infatti bisognerebbe ipotizzare un rifacimento del tempio successivo al 108 a.C. e non documentato dalle testimonianze epigrafiche.

4.6: Il Tempio di Giove Tifatino e la collocazione del Capitolium di Capua

Se le pendici del Tifata erano dominate dal Santuario di Diana, la cima del monte era appannaggio di un altro edificio sacro: il Tempio di Giove Tifatino. La sua presenza è segnalata sulla Tabula Peutingeriana che indica sul versante opposto dell’altura (e dunque alle spalle sia del tempio di Diana sia della città di Capua) la legenda Iovis Tifatinus accompagnata dalla vignetta del tempio. In assenza di resti archeologici evidenti, l’identificazione dell’esatta collocazione dell’edificio templare si era fondata sulle ricerche degli eruditi che si basavano sulla toponomastica: così, sulla base del toponimo medievale Casa Iovis per il villaggio di Casanova, che nell’Ottocento riprese poi il nome antico scegliendo la denominazione Casagiove, si collocava in questa zona il tempio di Giove; il Pratilli lo poneva invece nell’area di Piedimonte di Casolla, sopra Caserta, ipotizzando che le colonne visibili nella locale chiesa di S. Pietro provenissero proprio dal tempio antico; anche Beloch collocava l’edificio sulla costa del Tifata in prossimità di Casagiove. Ad ogni modo sul problema scese il silenzio a causa dell’assenza di nuovi ritrovamenti finché, negli anni ’90, non emersero sulla sommità del monte tre iscrizioni incise su tabulae ansatae bronzee che riaprirono il dibattito. La prima presenta due occhielli sporgenti e due fori supplementari agli angoli inferiori per l’inserimento dei chiodi di fissaggio e reca l’iscrizione, realizzata a lettere puntinate e con le interpunzioni realizzate come tre puntini disposti a triangolo, “Q. SVBATIVS / ONESIMUS / IOVI. TIF. / VOT.S.” con la B di Subatius posta tra il primo e il secondo rigo e l’ultima S collocata sull’aletta destra; la seconda tabula, leggermente più piccola e con due occhielli sporgenti per i chiodi di fissaggio (ma qui spezzati entrambi), è opistografa ma presenta sui due lati lo stesso testo inciso, disposto solo diversamente: sulla faccia A: “PRO SALVTAE / P. CAMPANI.DEXIA / NI. I. O. M. T. / APRILIS SER. / V.S.M.L.”, sulla faccia B: “PRO SALVTAE / P. CAMPANI / DEXIANI / I. O. M. T. AP / RILIS.SER. V.S. / M.L.”; probabilmente la redazione B è quella più recente e le parole sono state così disposte per meglio inquadrare il nome del beneficiario ma causando così uno sforo delle ultime due lettere in un quinto rigo extra, non previsto; infine la terza tavoletta, molto piccola, non presenta alcun foro né occhielli per i chiodi di fissaggio e porta inciso il seguente testo: “C. LAR / TIUS / EYTY / CHES / I.O.T.I.D.D.” con le abbreviazioni I.O.T.I. inserite nei quattro angoli del supporto e le due D al centro delle alette laterali. Queste iscrizioni sono la prima prova epigrafica dell’esistenza del culto di Giove Tifatino: sappiamo che il dio era venerato in città sin dall’età sannitica (come mostra tra l’altro la stessa denominazione che offre la Tabula Peutingeriana che riporta Iovis, nome del dio in uso in età arcaica e nella prima età repubblicana, sostituito in seguito da Iuppiter) ed esistono varie testimonianze che mostrano l’importanza del dio in città ma solo queste tabulae ansatae confermano l’effettiva esistenza del culto di Giove Tifatino. Comunque l’analisi dei caratteri delle tre iscrizioni denota un’ampia differenza temporale tra di loro, con la prima che risalirebbe alla tarda età repubblicana, la seconda al I sec. d.C. e la terza al II sec. d.C.: ciò mostra una continuità sia nel culto di questa divinità sia nelle forme rituali adottate; inoltre:

“le tre tabelle danno [… un] contributo alla prosopografia capuana. Infatti il primo dedicante, Quintus Subatius Onesimus appartiene ad una gens finora non attestata a Capua e in Campania; il secondo è un servo, Aprilis, che scioglie voti per la salvezza del padrone Publius Campanius Dexianus, la cui gens, la Campania, designante originariamente i liberti della colonia di Capua, è naturalmente ben attestata in città; il terzo, Caius Lartius Eutyches, appartiene ad una famiglia che compare anch’essa per la prima volta nell’onomastica della città. Tutti e tre questi personaggi appaiono di scarso rilievo sociale”.

Ora, a seguito della scoperta di queste tre tavolette, si decise di scavare sul luogo del ritrovamento: le campagne di scavo, condotte tra il 1996 e il 1997, portarono alla luce i resti dell’edificio templare e di altre strutture ruotanti intorno ad esso proprio nella località indicata dalla Tabula Peutingeriana: il tempio sorgeva a 526 metri s.l.m., sulla cima inferiore del monte, sul versante che da sud-est sale verso nord-ovest per poi distendersi in una piccola pianura e risalire fino alla cima principale, a 603 metri s.l.m., mentre gli altri edifici sorgevano soprattutto lungo il declivio sottostante e la pianura retrostante. Pur non conservandosi l’alzato, tuttavia grazie ai resti venuti alla luce è possibile ricostruire la pianta del santuario e di alcuni edifici.Il tempio vero e proprio risulta essere un edificio a pianta rettangolare poco allungata, costruito in opus caementicium e con paramenti murari in opus incertum, con la fronte rivolta verso Capua; le sue fondazioni risultano essere le rocce del monte, livellate e colmate; al suo interno si trovano due muri trasversali rispetto alla pianta di non chiara funzione. Tra gli altri materiali rinvenuti si segnalano: lastrine di marmo che dovevano pavimentare la cella; frammenti di stucco che dovevano decorare l’interno della cella; una base quadrangolare marmorea, interpretata come il piedistallo della statua di culto. Se ad est, sulla fronte del tempio, il terreno è fortemente eroso e ben poco si può dire, tuttavia sul lato sud-est sono state rinvenute delle sezioni di un corridoio pavimentato “a scacchiera” con piastrelle di laterizio che separa il tempio dalle strutture sottostanti: infatti subito al di sotto del tempio sono emersi due bracci della rampa che conduceva al santuario, il cui muro di delimitazione funge anche da marcatore dl suddetto corridoio. Anche i muri che chiudono la rampa sui due lati sono in opus caementicium con paramenti in opus incertum. All’incrocio tra i due bracci si trova poi un ambiente rettangolare con breve atrio su cui sono state apportate nel tempo delle modifiche, trasformandolo da vano ad aula unica in sala triclinare grazie all’aggiunta di banchi lungo le pareti, di un podio sul fondo e di un piccolo muretto a U al centro; inoltre a sud dell’atrio è stato rinvenuto un piccolo vano con soglia calcarea, destinato forse ad accogliere un ostiarius, un portinaio. Altre strutture sorgevano, oltre che sul declivio rivolto verso Capua, anche sul pianoro retrostante il tempio: queste sono oggi scarsamente visibili, confondendosi con le rocce affioranti dall’altura. Anche questo complesso doveva essere articolato scenograficamente in una successione di terrazze costruite sul declivio rivolto verso San Prisco. Tutti questi ambienti dovevano essere sicuramente funzionali al culto e offrire sollievo ai pellegrini che raggiungevano il tempio, sorto in un luogo isolato e difficile da raggiungere.

 Proprio perché il santuario è strettamente collegato all’ambiente circostante e alla morfologia del luogo in cui è stato costruito, non è possibile fare confronti con altri edifici templari: esso risulta particolarmente compatto, tanto che, per le sue dimensioni ridotte, non si avvicina neppure ai più piccoli templi. L’edificio risulta a cella unica ma non possiamo dire granché né della pianta né della facciata; balzano all’occhio senza dubbio i due setti murari trasversali, per la funzione dei quali sono state proposte varie ipotesi: secondo alcuni l’uno serviva a separare il pronao dalla cella e di conseguenza l’altro sarebbe stato aggiunto come contenimento del materiale utilizzato per pareggiare e innalzare il livello o a conclusione della gradinata che immetteva al pronao, facente parte, secondo questa ipotesi, del podio; secondo altri i due muri potrebbero essere serviti a reggere delle colonne, prospettando, in questo caso, un tempio con cella preceduta da un duplice colonnato.

Bisogna ora interrogarsi sull’utilizzo di tale struttura: sicuramente essa era frequentata, come si nota dalla lettura delle tre tabulae ansatae, da uomini di basso livello sociale ed è significativo il fatto che l’iscrizione più tarda risalga al II sec. d.C., cosa che mostra un declino nel culto di Giove Tifatino di fronte alla sempre maggior importanza assunta dal Santuario di Diana. È possibile ipotizzare, osservando la posizione del luogo di culto in una zona così isolata e impervia e lo scarso prestigio di cui godevano i frequentanti, che Giove Tifatino fosse divenuto il nume protettore dei liberti capuani o che comunque potesse “aver accolto celebrazioni di culti, di associazioni, rifugiandosi in una solitudine che ne poteva favorire la tolleranza”.

A proposito del Tempio di Giove Tifatino, sorge ora un’ulteriore questione che riguarda la collocazione del Capitolium di Capua. Beloch identifica infatti nel santuario di Giove che sorgeva sul Tifata il Capitolium cittadino partendo da tre testimonianze: innanzitutto un passo di Silio Italico in cui il poeta parla di “Capitolia celsa”; poi due brani, uno di Tacito e l’altro di Svetonio, tratti da una fonte in comune, in cui si afferma che Tiberio per allontanarsi da Roma colse il pretesto della consacrazione del tempio di Augusto a Nola e di quello di Giove apud Capua, quest’ultimo definito da Svetonio esplicitamente Capuae Capitolium. Poiché l’altura più vicina a Capua è proprio il Tifata, Beloch sostiene che il Campidoglio cittadino vada collocato qui. Aggiunge inoltre che “il passo di Silio Italico dimostra anche che il Capitolium già appartiene all’epoca preromana di Capua. Quindi la dedica sotto Tiberio avvenne in conseguenza della ricostruzione dell’edificio”. Tuttavia nella seconda edizione del suo Campanien lo stesso Beloch ritratterà queste tesi appena esposte, sostenendo che il Campidoglio di Capua doveva trovarsi necessariamente in città e dunque il nesso apud Capuam usato da Tacito sarebbe un errore: in questo modo distingue il Capitolium dal Tempio di Giove Tifatino. Questa nuova tesi viene sostenuta anche da Jacques Huergon nel suo studio sulla Capua preromana, il quale crede che l’apud Capuam tacitiano sia una forma tarda di locativo, al posto di in con l’ablativo; lo studioso, basandosi su alcuni documenti medievali citati dal Pratilli, colloca il Campidoglio capuano nella zona sud della città, in prossimità del teatro, dove ora sorge la Torre di S. Erasmo, attuale sede del Museo Archeologico dell’Antica Capua. Con la soluzione proposta dall’Huergon si arriva così alla sicura posizione del Capitolium di Capua, ponendo fine alla questione. In ogni caso esso sarebbe stato distrutto al tempo di Diocleziano in seguito alla preghiera dei Santi Martiri Capuani.

Fine della quarta parte…alla prossima