“DONNIE DARKO”: IL FASCINO DELL’INSPIEGABILE

0

La schizofrenia è una delle più gravi patologie psichiatriche, in cui il pensiero viene destrutturato al punto che la mente non riesce ad accettare la realtà opponendone un’altra fittizia. Donnie presenta tutti i sintomi: allucinazioni, cioè alterazioni delle percezioni per cui la persona crede di avvertire cose che in realtà non ci sono (le più frequenti sono quelle uditive, quando il soggetto sente voci che lo minacciano, lo insultano o lo comandano a compiere determinate azioni); deliri, intesi come convinzioni contrarie alla realtà e dissonanti rispetto al contesto di riferimento ma fermamente sostenute malgrado ci siano palesi prove che attestano il contrario; eloqui e comportamenti disorganizzati. In questo caso è un amico immaginario che appare a Donnie quando è in uno stato confusionale e che lo porta a compiere gesti discutibili, pieni di un significato intrinseco, che avranno notevoli riscontri nei successivi avvenimenti.“Donnie Darko” è un film enigmatico aperto a qualsiasi tipo di interpretazione. La pellicola, diretta da Richard Kelly (che nel 2004, nella versione “The Director’s Cut”, ha inserito venti minuti di scene aggiuntive per cercare di spiegare alcuni dei misteri del film); e interpretata da Jake Gyllenhaal, è un viaggio alla scoperta delle proprie paure ed inquietudini più profonde. Spinge lo spettatore ad interrogarsi sul destino e sulle sue conseguenze. “Se si avesse un’altra possibilità, si rifarebbero le stesse scelte?”, o ancora, “ Se si dovesse scegliere tra il “bene comune” o la propria salvezza, si riuscirebbe a non essere egoisti e a mettersi da parte?”. La grottesca e surreale opera di Richard Kelly mette alle strette lo spettatore, che inevitabilmente viene spinto a porsi domande esistenziali sulla propria vita e sulle proprie relazioni personali.

Donnie, nel suo essere distruttivo, finisce per essere creativo; nella sua follia vede oltre l’ipocrisia della gente. La forza del film sta, dunque, nel fatto che non può esserci una spiegazione. Potrebbe essere tutto un sogno, oppure Donnie potrebbe essere intrappolato in loop temporale, o ancora potrebbe esserci un significato esoterico. Fatto sta che pochi film (un esempio potrebbe essere “Mulholland Drive”, opera di David Lynch per cui è impossibile trovare una chiave di lettura razionale), consentono allo spettatore di lasciarsi travolgere dalle emozioni senza alcuna guida. Addentrarsi in “Donnie Darko” è un’impresa affascinante: durante la visione il film muta, cambia di senso, diventa equivoco e parallelo allo stesso tempo. Il pubblico va alla ricerca di una risposta che non c’è, o meglio, che non è indispensabile trovare. “Donnie Darko” può rappresentare tante cose, e se non si riesce a far a meno di trovare un senso a tutti i costi, basti pensare alle sensazioni contrastanti che il film suscita e alle domande che suggerisce: qual è, dunque, il miglior significato da attribuire se non quello proprio? La regia di Richard Kelly è geniale e si sofferma sul senso del tempo, sui concetti di morte e paura, sulla diversità e su cosa comporta conviverci. Il regista non vuole manipolare lo spettatore, la visione è libera: bisogna solo essere predisposti ad un tipo di cinema atipico, criptico e per certi aspetti persino pericoloso. L’immedesimazione è inevitabile ed è studiata talmente bene da mettere i brividi. Non si può catalogare o definire un film come “Donnie Darko”, vorrebbe dire sminuirne il senso. L’ambiguità, se costruita con intelligenza, incanta.

Mariantonietta Losanno