AMEDEO LASSAFADIO – prima puntata

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–   di Elvio Accardo   –Il viale della ferrovia, era lungo quasi trecento metri, partiva dal piazzale della stazione e giungeva al bivio della “Consolata”, dritto come una spada.

Antichi platani panciuti e grigi, lo fiancheggiavano come giganti buoni e austeri che ospitavano in tutte le stagioni ogni tipo di uccelli.

Lungo il viale piccoli gruppi di case allineate che assecondavano il limite del piazzale della stazione e continuavano fino a metà della strada dove il terreno cominciava a salire formando una scarpata, lungo la quale tra le siepi di rovi, crescevano asparagi e funghi.

Dalla piccola chiesa del Rosario, posta di fianco al tabaccaio, usci la statua della Madonna, con le vesti azzurre già trapuntate di biglietti da mille lire. La folla di persone composta da contadini, operai, manovali e massaie provenienti dalle campagne del circondario e dalla contrada, si spostò per mettersi in fila seguendo l’ordine dato dalla consuetudine, dietro la statua. La banda in testa aprì il percorso con un motivo che evidenziava trombe, tromboni e grancassa.

La processione fece il giro del piazzale della stazione e si avviò verso il bivio della “Consolata”, con il vecchio prete don Paride, che intonava litanie insieme ai fedeli.

A metà strada, dove finivano le case e cominciava la salita, una pioggia di petali di fiori e erbette profumate, cadde sulla madonna, e su una buona parte della gente che seguiva cantando inni di gloria.

Tutti alzarono il capo, per vedere da dove provenisse quell’inatteso dono celeste che colse tutti di sorpresa. Dall’alto della scarpata, in un controluce abbagliante, a mezzogiorno del sette ottobre, una figura indistinta, ma vigorosa, lanciava petali di fiori. Ne prendeva grosse manciate da un cesto colmo, che manteneva una donna alta bionda, con un elegante tailleur blu con risvolti bianchi e un cappello di paglia, con un gesto largo e lento, come quello che i contadini esperti fanno quando lanciano i semi sul terreno arato.

Tra i fedeli che seguivano cantando, solo i più anziani lo riconobbero, era Amedeo Livorno, tornato li dopo sei anni vissuti a Rock Port sulla costa californiana, e da tutti conosciuto col nome di Amedeo Lassafadio.

Amedeo Livorno nasce a Venezia nel millenovecentodieci, da una famiglia ebrea.

I genitori commerciavano in stoffe con un negozio fuori del ghetto. Il ghetto, ormai spopolato, ridotto a circa duemila abitanti, non consentiva più sviluppi commerciali.

La famiglia si spostò nella zona del porto, dove i traffici erano continui. Andò bene per qualche anno, poi la prima guerra mondiale, congelò ogni legittima prospettiva.

Il 24 ottobre 1915 il porto di Venezia subì un bombardamento austriaco, i danni furono enormi e la famiglia di Amedeo si salvò miracolosamente. Amedeo però rimase vittima di questa terribile esperienza, subendo i drammatici effetti di quegli scoppi terribili che si manifestarono subito dopo il suo ritrovamento tra le macerie del negozio.

Tremori in tutto il corpo, palpitazioni, insonnia, attacchi di rabbia, confusione mentale, e per più di cinque anni smise di parlare. Una malattia detta “vento degli obici”, dovuta a forte stress, che i medici inglesi che lo curarono successivamente, chiamavano “shellshock”.

Amedeo non guarì mai, migliorò abbastanza però, tanto da consentirgli di camminare, anche se con passettini brevi e veloci che lo costringevano a dondolare ad ogni passo.

Recuperò la voce, che era poi un farfugliare indistinto per chi l’ascoltava le prime volte, ma per quelli che avevano una abituale frequentazione con lui, risultava abbastanza comprensibile, così come a quelle mamme che interpretano le incomprensibili blaterazioni dei loro piccoli.

Con questa serie di handicaps, Amedeo era rimasto un po’ bambino, sorrideva sempre, e ad ogni sorriso, i suoi occhi blu come la carta che avvolgeva i maccheroni, diventavano lucenti e umidi.

Il suo corpo invece crebbe forte e robusto. Alto un metro e novanta con una chioma riccioluta rosso Tiziano, lo stesso colore dei peli delle gambe muscolose, che sostenevano busto e spalle ben modellate cosparse di efelidi.

Fino alla fine degli anni ’30, Amedeo visse in famiglia, lavorava in una fonderia nell’area dei cantieri navali di Monfalcone, che produceva eliche per navi, vicino ai forni di fusione, dove passava la maggior parte del tempo a scaricare e stipare rottami di bronzo per le fusioni, poi le leggi razziali costrinsero i genitori a nascondersi a Padova, ma furono denunciati da spie fasciste, catturati e poi deportati nei campi di concentramento, dove sparirono per sempre.

Amedeo fu affidato dal capo fonderia, amico del padre, ai macchinisti del treno merci, che ogni giorno arrivava nell’area della fonderia per scaricare materiali per la fusione delle eliche, come rottami di bronzo, carbone, mattoni e materiali refrattari, e caricare materie di scarto e rifiuti di fusione.

Amedeo fu successivamente consegnato ad altri amici macchinisti di treni merci che lo trasportarono segretamente al sud per raggiungere poi luoghi più sicuri dall’altra parte del mediterraneo.

Chiuso in un vagone merci insieme a cinque pecore requisite chissà dove e destinate alla tavola del comando tedesco di stanza a Napoli, Amedeo attraversò l’Italia nutrendosi con le mele che i tedeschi di scorta al treno avevano dato alle pecore.

A Cassino il treno merci agganciò vagoni carichi di tronchi, ci fu il cambio della scorta di militari tedeschi e il treno ripartì. Giunto nei pressi di Napoli, l’inferno si scatenò dopo aver riempito il cielo di “fortezze volanti B17” della armata aerea americana.

Napoli fu bombardata a tappeto. Il treno si fermò qualche chilometro prima della stazione e i militari che scortavano il treno saliti a Cassino, correvano lungo i binari per raggiungere un riparo qualsiasi   sapendo che ben presto anche la stazione e i binari sarebbero stati colpiti.

Il momento fu propizio per i due macchinisti che aprirono il vagone dove Amedeo e le pecore erano rinchiuse, e scapparono via cercando nella campagna circostante un rifugio.

Le pecore anche se spaventate dai tremendi boati, rimasero sul carro a belare disperate, ma immobili. Amedeo rannicchiato in un angolo del vagone tremava per i tremendi boati, con gli occhi chiusi e con le mani tra i denti le mordeva, emettendo un suono lamentoso e lugubre.

I bombardieri continuavano il loro lavoro di distruzione sul porto, sulle navi, su case, chiese, ospedali, uffici, morirono migliaia di persone in quell’inferno di fuoco, riducendo in macerie interi quartieri.

I due macchinisti del treno sotto quell’oceano di bombe che a pochi chilometri distruggeva Napoli, avevano trovato altre due persone nei dintorni ben disposte a tornare al treno abbandonato sui binari e senza soldati tedeschi di guardia e prelevare molto velocemente le cinque pecore, che al mercato nero rappresentavano una vera ricchezza.

In quel caos che si andava allargando ovunque, saltarono sul vagone e rubarono le pecore. Scoprirono Amedeo rannicchiato, tremante, in stato di shock, lo portarono giù dal vagone trascinandolo il più lontano possibile, lasciandolo tra le siepi, certi di salvarlo dalla furia distruttrice delle bombe che sarebbero state sganciate prima o poi anche sul treno. Poi scomparvero tutti tra i campi con le cinque pecore.

I due macchinisti tornarono qualche ora dopo con un carretto sul quale adagiarono Amedeo privo di coscienza e lo portarono via fino alla chiesa del Rosario, del paese più vicino dove il giovane parroco si prese cura di lui dopo una congrua offerta che i due macchinisti fecero con metà del ricavato della vendita delle pecore.

Dissero al prete il nome di Amedeo, che era veneziano, ebreo, con i genitori deportati in Germania, e che era stato colpito dalla malattia del “vento degli obici” per lo stress subito in seguito al bombardamento austriaco al porto di Venezia del 1915.

Amedeo si riprese dopo giorni passati nella cripta dell’antica chiesa del Rosario, che ospitava un gran sarcofago con i resti del vescovo Rossetti nato e cresciuto in quel paese e morto un secolo prima.

Il parroco di quella piccola chiesa, si chiamava don Pietro Bellaria, fece del suo meglio per nutrirlo e curarlo.

Nei momenti di crisi acuta, di rabbia incontrollata Amedeo si graffiava in volto e si lanciava contro il muro, procurandosi ferite e lividi, poi improvvisamente passava ad uno stato di passività totale, che durava molte ore.

Il tempo trascorso nella cripta offrì al quel parroco anche l’opportunità di far conoscere il cristianesimo ad Amedeo, le preghiere, la liturgia che accompagnava la vita di un cattolico osservante a cominciare dal catechismo. Don Pietro ebbe successo, Amedeo rispondeva al rosario, conosceva rituali e canti, cominciò a servire messa e custodire la chiesa, come avrebbe fatto un sacrestano.

Il prete allora pensò che Amedeo poteva essere considerato un ebreo pronto per convertirsi al cristianesimo. Mai avrebbe sperato tanto dalla propria missione sacerdotale.

Il buon prete intendeva battezzare Amedeo, prevedendo l’approfondimento della conoscenza del cristianesimo in futuro, ma non aveva nessuna esperienza di conversioni, ma poi la guerra vissuta giorno per giorno, con la fame, i bombardamenti, tutti i gravi disagi a cui era sottoposta la piccola comunità, rallentavano i suoi propositi da missionario.

I suoi parrocchiani e lui stesso erano solo inermi obbiettivi della violenza dei fascisti ovunque presenti, e ancor più dei tedeschi, con i rastrellamenti, le deportazioni, e infine le leggi razziali, che esponevano la sua vita alla fucilazione per aver nascosto   e protetto un ebreo.

Amedeo però, non aveva una totale coscienza del suo essere ebreo, la sua malattia lo aveva costretto a lunghi anni di cure, assente quasi sempre dai rituali, dalla pratica religiosa e dalla cultura propriamente ebraica, l’unico segno evidente era il “brit milà”, la circoncisione, il patto che lega ogni componente maschio del popolo di Israele, con Dio.

All’alba di un giorno di fine estate, due contadini si presentarono a don Pietro, pregandolo di seguirli con la massima urgenza, con tutto l’occorrente per una estrema unzione, la moglie di un loro parente, era in fin di vita.

Don Pietro prese l’occorrente e salì sul carretto con cui erano venuti i due uomini, fermo sul retro della parrocchia. Era ancora buio, l’uomo che sedeva accanto a lui, coprì don Pietro e se stesso con un telo, dicendo che un temporale era di lì a poco in arrivo, e che non avevano ombrelli.

Il carretto, dopo aver percorso le vie del piccolo centro svoltò per una strada tra i campi che costeggiava la palude di Volla, su quella strada don Pietro sapeva che non c’erano case, l’umidità e l’aria di quel posto, non consentiva di viverci in maniera salubre.

Al buio sotto quel telo s’era accorto della palude dal cattivo odore che da essa esalava, specialmente nei periodi estivi. Con un tono incerto rivolto al suo accompagnatore disse: “Ma scusate, qua stiamo alla marcita di Volla, e non ci stanno case, dove stiamo andando?, io comincio a pensare che non ci sta nessun moribondo e voi vi state approfittando della mia buona fede, fermate il cavallo e riportatemi a casa, questo mi pare un sequestro di persona”. “Calmatevi don Pietro” rispose il suo accompagnatore, “tra cinque minuti siamo arrivati, noi non siamo sequestratori, vi conosciamo e vi stimiamo, anche se state da poco alla chiesa del Rosario, noi vi dobbiamo portare da una persona e vi dobbiamo portare di nascosto diciamo cosi, quindi un poco di pacienza, fa caldo, ma è meglio se stiamo coperti, tra qualche minuto siamo arrivati e togliamo anche il telo”.

Dopo poco Il carretto si fermò e il telo fu tirato via dal guidatore, che nella luce livida di quel mattino, salutò il prete con un silenzioso “Buongiorno, mi chiamo Salvatore”.

Il cortile chiuso nel quale era arrivato, don Pietro lo riconobbe subito, era il cortile dell’antica chiesa di S. Michele a Volla.

Salvatore lo fece passare per una stretta scala, e lo accompagnò davanti ad una porta chiusa, attraversando un corridoio poco illuminato dalla prima luce del giorno.

Bussò, e senza aspettare risposta aprì lasciando il passo a don Pietro, il quale entrò. La porta subito si chiuse alle sue spalle, una voce proveniente da uno stanzino con la porta socchiusa, da cui trapelava una striscia di luce gialla, disse: “Pierì, assettate”. Il prete si sedette sulla sedia che trovò davanti ad una scrivania ingombra di giornali e fascicoli ammucchiati in disordine.

Le pareti della stanza, erano un susseguirsi di libri, di giornali e di raccoglitori di carte e documenti che apparivano in totale disordine sugli scaffali di una libreria enorme che copriva le pareti, interrotta solo dalla porta dello stanzino, e da un’altra porta da cui se accedeva nelle stanze interne che era sormontata da un grande quadro con l’immagine di S. Michele con la spada sguainata mentre schiaccia satana.

La voce proveniente da quello stanzino forte e chiara, apparteneva a don Carlo Capocelatro, il decano delle chiese della diocesi, il prete più anziano e carismatico, conosciuto e amato da tutti.

Don Carlo uscì dal piccolo bagno, indossava una maglia intima di lana infilata nei pantaloni neri, con una sigaretta accesa in bocca e un asciugamano bianco su un angolo della quale spiccavano due “c” ricamate in rosso.

“Buon giorno don Carlo” disse don Pietro alzandosi in piedi, “assettate Pierì, fumati una buona sigaretta”. Prese dalla tasca del pantalone un pacchetto di “lucky strike”, e ne offrì a don Pietro che timidamente ne prese una, “Fumatela cu bbona salute, chest’ so’ rarità” disse accendendogliela.

Don Carlo aveva ottantaquattro anni, piccolo di statura, secco con le guance scavate, capelli ancora folti e bianchi e la pelle del viso liscia e rosea, con la barba appena fatta mostrava molto meno dei suoi anni. “Adesso Pierì, fuma in pace e stammi bene a sentire.

Stanotte il tuo amico Amedeo Livorno, deve andare via, deve scomparire senza mai tornare indietro, mi hai capito bene?, domani mattina una squadra di soldati tedeschi lo vengono a prelevare, pure tu stai messo male, visto che hai nascosto per più di un mese un ebreo, nun pazziamm’ don Pierino, nun pazziamm’, qua si finisce al muro, nun ce sta pietà manc’ pe’ nu povero cristo malato e muort’ e paura.

Insieme a lui andrai via anche tu, non voglio martiri nella mia diocesi, non voglio sacrifici inutili”.

Don Pietro si alzò in piedi, spense la sigaretta, impressionato dalle parole del vecchio prete, col cuore in gola disse: “Ma voi come fate a sapere tutto questo, io ho tenuto nella massima segretezza la sua presenza, nessuno è sceso nella cripta, ditemi don Carlo vi prego, fatelo per quella santa immagine di S. Michele.

“Don Carlo dopo un breve silenzio andò alla scrivania e disse: “Se, se ‘a segretezza, perché da te non vengono ogni sera ‘e vecchie p’ò rusario?, non scompari nel confessionale senza sapè che succede in sacrestia?  Ieri pomeriggio i fascisti hanno preso i due macchinisti del treno che ha portato qui il tuo amico, s’erano uniti al gruppo di – coppola rossa -, Peppino Gargiulo, quello di Acerra, che fa nu poco ‘a borsa nera e nu poco collabora coi partigiani di Treviso.

I due macchinisti pare che siano proprio di quel gruppo. Sono stati interrogati e pure torturati dalla milizia fascista di Napoli, e hanno detto tutto: il treno abbandonato, Amedeo Livorno, il bombardamento e la fuga della scorta tedesca, poi, sono passati ai collegamenti partigiani, e qui hanno taciuto, non hanno detto più una parola, li hanno torturati fino a mezzanotte, poi li hanno portati mezzi morti a Poggioreale in una cella di isolamento.

Hanno chiamato i tedeschi, e domani mattina alle dieci arriva un colonnello delle esse esse a interrogarli, e vuò sapè pecchè li fucileranno?, pecchè hanno  arrubbato cinque pecore di proprietà del terzo Reich.”

“Gesù, Gesù,” disse don Pietro “io non avrei mai immaginato questa tragedia intorno alla mia persona, alla mia chiesa, lontana e sperduta in mezzo a una palude, tra povera gente che in questa tragedia della guerra chiede alla Madonna del Rosario solo un po’ di conforto per i loro figli e parenti sui fronti di guerra.

Perdonate don Carlo, ma voi come avete saputo, se solo poche ore fa i due macchinisti hanno parlato?” Don Carlo si sedette all’altro lato della scrivania, la luce del giorno stentava ad arrivare in quella stanza, e tutto sembrava coperto da un velo grigio.

“Assettate Pierì,” prese, tra i giornali ammucchiati sulla scrivania, un fascicolo con una copertina grigia, su cui era scritto: interrogatorio Info. Lucio Pavan, Antonio Scarpa. Firmato: Comandante Legione Napoli – Reginaldo Russo.

Don Pietro si sentì gelare, sfogliò rapidamente le pagine senza leggere una parola. “Me lo ha portato un motociclista della milizia alle tre stanotte”, disse Don Carlo, “tra mezz’ora torna a riprenderselo.

Il comandante Reginaldo Russo mi è, diciamo così, obbligato.

Tiene certi rapporti con la sorella del podestà che è sposata, pure lui è sposato e tiene tre bambini, ma ne ha avuto un altro con quell’altra signora, insomma gli ho sistemato segretamente il bambino in un orfanotrofio di un mio amico a Mondragone, fuori provincia, ecco perché il rapporto sta sulla mia scrivania, i due macchinisti hanno fatto pure ‘o nomm tuoio, e u’ comandante, m’ha dato giusto il tempo p’ apparà a situazione. Pierì chist’ so fatti riservati, e devono rimanere tali, hai capito bene?  Niente più è come prima, o’ rre’ se ne è fuggito a Pescara, Mussolini nunn’è cchiù niente, l’esercito va fujenno, i tedeschi fanno stragi ovunque di soldati e civili, deportano e fucilano uommene, femmene e criature’, i fascisti qua so rimasti con le esse esse, e comme te vuò salvà?, stanno tutti contro tutti, so diventati tutti traditori e tutti patrioti, e la nostra Santa Madre Chiesa  che ffa?, che ffa? Sta in silenzio, nu silenzio senza luce, addò vence sulo ‘a morte. Pierì, e tu te vuoi salvare?”

Don Pietro rimaneva muto, sgomento e atterrito dagli eventi prospettati di cui prendeva coscienza lentamente ma inesorabilmente. Anche la figura di don Carlo assumeva una forma più precisa, era un uomo potente, amato e temuto.

Assentì più volte col capo mentre accendeva un’altra lucky stryke presa dal pacchetto senza chiederlo, pensò, ma fu solo un attimo: don Carlo fuma sigarette americane.

Poi un fiume di parole gli uscirono dalle labbra, quasi inudibili, senza neppure pensarle con uno scopo preciso, parlò delle accorate raccomandazioni che i due macchinisti avevano fatto per Amedeo, il lavoro lungo e paziente per il suo recupero mentale, gli sforzi costanti e tenaci   per fargli   conoscere la cristianità, disse pure della cripta del vescovo, dove era nascosto Amedeo e della sua volontà di battezzarlo. Il vecchio prete, senza scomporsi, e senza una minima emozione, disse: “Basta Pietro, non voglio sentire altro, nun ‘hai avuto fortuna, adesso pensa solo a uscire da chesta   situazion’e mmerda. Stamm’a’ senti’. Tu adesso torni con Salvatore, prepari due fagotti, uno a te uno per Amedeo, parlagli e spiegagli ogni cosa, a proposito, ma capisce?, cugnur’, ragiona?” Don Pietro si affrettò a dire: “Don Carlo, ma Amedeo non è scemo o pazzo, tiene una malattia che si prende sotto a un bombardamento, -il vento degli obici-, cosi è chiamata, ogni tanto una crisi, tiene un difetto di parola, e zoppica un po’, ma poi è come se fosse normale, lavora con diligenza e non si stanca mai, è un pezzo d’uomo che… “Basta Pierì, meglio così.

Salvatore rimane con voi, chiudi la chiesa, da domenica prossima ossia domani, viene don Giulio a sostituirti, ci parlo io col Vescovo nei prossimi giorni. Andate giù nella cripta, Salvatore sposterà il sarcofago di Mosignor Rossetti, dietro ci sta una scalinata, che c’è don Pietro non lo sapevi? È una scalinata che porta in un corridoio, che veniva utilizzato dai monaci fino al secolo scorso per i defunti del convento, perché prima ci stava un convento di cappuccini dietro la chiesa del rosario, poi l’acqua del pantano arrivava nelle fondamenta e il convento rischiava di crollare, cosi l’hanno demolito quando è cominciata la bonifica”.  Don Pietro sempre più stupito ascoltava in silenzio

“Quel corridoio porta fuori dal pantano. È lungo quasi duecento metri, quindi portati candele e fiammiferi. Salvatore, dopo che siete entrati nel sotterraneo, rimette il sarcofago dove stava, e vi raggiunge alla marcita, vi porta fino a Castelnuovo. Lui se ne torna e voi due dovete arrivare a Teano, là ci sta il seminario, il rettore è un mio amico, si chiama don Michele Ruggiero, tu gli porti questa lettera a nome mio, e poi troverà lui la sistemazione. Io non posso fare altro, attento a chi incontrate, state lontani da strade e case, i fascisti e i tedeschi stanno ovunque, e con quello che sta succedendo con l’armistizio, i primm’ a essere accise so i civili, a povera gente”.

Teano si trova a trenta chilometri, va’ cu’ fiducia. Bona furtuna don Pietro, Salvatore sta aspettanno.” Don Carlo, non vi dimenticherò mai. Ma voi pensate che ce la faremo veramente?” “Pierì và, lassa fa a Dio, abbi fede, Pierì, lassa fa a Dio.”

FINE PRIMA PUNTATA