“LA CASA DEI LIBRI”: IL POTERE SALVIFICO DELLA CULTURA

0

“Una volta mi disse che, quando leggiamo una storia, la abitiamo. Le copertine dei libri sono come un tetto e quattro mura: una casa. Lei amava più di ogni altra cosa al mondo il momento in cui, finito il libro, la storia continuava a vivere, come un sogno molto vivido, nella nostra testa”: queste sono le prime parole della voce narrante, che parla in prima persona, e sembra tenere il segno su una pagina, come se leggesse. Non è un caso, infatti, che la sceneggiatura si basi proprio su un romanzo: “La libreria”, di Penelope Fitzgerald, pubblicato nel 1978.

La protagonista (nonché personaggio principale proprio in quanto donna) della pellicola di Isabel Coixet è Florence Green che ha perso suo marito in guerra, ma non ha mai dimenticato il loro primo incontro in una libreria a Londra. È stato lui a trasmetterle l’amore per i libri: le leggeva costantemente poesie e grandi classici. È proprio a questo ricordo e allo stimolo che fornisce la cultura che Florence si aggrappa per superare il proprio dolore: sfidando la mentalità bigotta della sonnolenta cittadina costiera di Hardborough (Inghilterra), decide di aprire una libreria. L’impresa non sarà semplicissima: oltre al fatto che l’aerea risulta culturalmente depressa, Florence si imbatterà anche nella disapprovazione di tutti coloro che avrebbe voluto utilizzare la libreria per altre presunte iniziative culturali.

La rivoluzione si fa con la cultura. E in più, è una rivoluzione che si muove verso due direzioni. Florence ritrova se stessa e riesce ad attenuare il suo dolore dedicandosi alla lettura: il suo è un esempio di quanto la cultura abbia un effetto salvifico. Nei romanzi Florence riscopre la voglia di amore e di sognare, si imbatte continuamente in storie nuove che le consentono di emozionarsi ancora, impedendo al dolore di sopraffarla. Questo è sicuramente uno dei messaggi più importanti che il film suggerisce in maniera garbata, delicata, intima. La seconda rivoluzione è quella che Florence, in quanto donna, compie in una cittadina arida, in cui i libri non sono visti di buon occhio: alcuni pensano che i romanzi abbiano uno spirito troppo progressista, che mette in pericolo la tradizione, le regole a cui il mondo dovrebbe attenersi. Florence insiste e queste “regole” cerca di infrangerle: acquista più di duecento copie di “Lolita”, opera controversa, per certi versi provocatoria e fortemente criticata di Vladimir Nabokov. “La casa dei libri” porta avanti, dunque, un altro importante concetto: la libertà di espressione. È proprio l’ostinazione di Florence a suscitare reazioni – seppure negative perché provenienti da finti perbenisti – e ad aprire una breccia nella sonnolenza intellettuale di Hardborough: è una donna che ha coraggio, e più la gente si indigna, più Florence tappezza la vetrina della sua libreria di copie di “Lolita”, proprio per dare uno schiaffo morale a questa mentalità falsamente retrograda. L’opera di Nabokov è certamente di forte impatto: racconta una storia di sensualità, eccessi e pulsioni sessuali represse. Chi legge però, assimila, ragiona, si forma un pensiero critico: un libro, dunque, ha una valenza rivoluzionaria. E la cultura può essere vista come una minaccia per un popolo ignorante e sottomesso. La regista sottolinea più volte il fatto che questa doppia rivoluzione (da un lato compiuta per se stessa e dall’altro per la letteratura) sia compiuta da una donna, senza però risultare mai eccessiva e evitando di cadere in situazioni viste e riviste. Florence non si lascia mai andare: prova ancora dolore, ma al posto di ignorarlo lo affronta, lo analizza e si lascia aiutare dalla lettura che infonde coraggio, speranza, fiducia.

Ne “La casa dei libri”, oltre al personaggio emblematico di Florence, i veri  protagonisti sono il fascino dell’inchiostro e il profumo della carta stampata: la pellicola di Isabel Coixet consente agli spettatori di riscoprire l’amore per la lettura.

Mariantonietta Losanno